Saggi

Lo strano caso del Papiro Tulli e i presunti dischi volanti dei Faraoni

una delle trascrizioni del PapiroTulli circolanti in rete

Una delle trascrizioni del Papiro Tulli circolanti in rete

di Nicola Reggiani*

Nell’immaginario letterario e cinematografico, il papiro evoca il mondo magico e misterioso dell’antico Egitto – i tesori dei Faraoni, le maledizioni delle Mummie, i segreti delle Piramidi. “Il settimo papiro” di Wilbur Smith, trasposto poi in film, consacra, anche nel titolo, il ruolo quasi totemico del rotolo o del frammento papiraceo che in realtà, come egittologi e papirologi ben sanno, non sempre conduce a scoperte epocali quali opere letterarie inedite (celebre, fra tutte, la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele) o rivisitazioni storiche di una certa rilevanza. Ma il documento su papiro – comunque testimonianza diretta, immediata di un passato che per suo tramite ci si rivela in tutte le sue diverse, quotidiane, a volte inconsuete sfaccettature[1] – mantiene pur sempre quel fascino (in)discreto che gli deriva dall’essere spesso frammento incompleto e di non semplice lettura. E a volte infuria la polemica sull’autenticità di un testo potenzialmente controverso: il quasi decennale dibattito sulle origini del “Papiro di Artemidoro” ha interessato a più riprese anche la stampa nazionale[2], e ancor più recentemente si è sviluppata una diatriba attorno al frammento del “Vangelo della moglie di Gesù”, per le inevitabili ricadute teologiche[3]. Che dire, poi, quando di un frustulo papiraceo controverso sembrano conservarsi solo trascrizioni e traduzioni di dubbia autenticità? È questo il caso del “Papiro Tulli”, meno noto forse in àmbito accademico rispetto ai suddetti, ma certo non meno interessante e intrigante, se non altro perché contiene tutti gli ingredienti tipici del più bieco complotto occulto: incontri ravvicinati con entità extraterrestri, insabbiamenti del Vaticano, e il fascino immortale dell’Egitto.

Tutto ebbe inizio nel 1953, quando su una rivista statunitense dedicata a fenomeni misteriosi, cosiddetti “fortiani”, “The Doubt”, comparve una breve nota di Boris de Rachewiltz[4] che presentava la trascrizione e la traduzione di un frammento papiraceo datato al Nuovo Regno (c. 1552-1069 a.C.), facendo sèguito alla promessa, formulata in precedenza, di pubblicare “geroglifici fortiani”. Secondo le parole dello studioso, che in quegli anni studiava egittologia al Pontificio Istituto Biblico, la trascrizione inviata proveniva da un “papiro originale” da lui rinvenuto fra le carte dello scomparso prof. Alberto Tulli, già direttore del Museo Egizio Vaticano, che lo avrebbe portato con sé dall’Egitto, e rimasto però inedito fra i materiali ereditati dal fratello, mons. Gustavo Tulli degli Archivi Vaticani. Seguiva una breve descrizione del manufatto, identificato con una parte degli “Annali Reali” del faraone Thutmosis III (c. 1504-1450 a.C.): l’originale, scritto in ieratico e trascritto dal de Rachewiltz in geroglifico[5], era in pessime condizioni, incompleto, sbiadito, lacunoso. Il testo, datato all’anno 22 di un Faraone (identificato appunto in Thutmosis III), raccontava di cerchi di fuoco apparsi in cielo ed altri fenomeni inspiegabili quali pesci e uccelli piovuti a terra. Il commento del traduttore virava decisamente verso l’interpretazione in chiave ufologica: “Come si può vedere, i dischi volanti fecero la loro prima (?) apparizione […] circa 3500 anni fa”[6].

Particolare da un testo religioso-funerario egizio, che secondo gli ufologi rappresenterebbe tre dischi volanti

Particolare da un testo religioso-funerario egizio, che secondo gli ufologi rappresenterebbe tre dischi volanti

Il documento venne ripreso, dieci anni dopo, da un insegnante fiorentino appassionato di presunti fenomeni ufologici nell’antichità, Solas Boncompagni[7], tramite una lettera inviata al direttore del periodico milanese “Settimana INCOM” (“Mi pare che questa notizia meriti di essere maggiormente conosciuta, anche perché decisiva per l’angoscioso dibattito mondiale sull’esistenza dei dischi volanti”[8]) e un articolo pubblicato nel gennaio dell’anno successivo sul primo numero della rivista specializzata “Clypeus”, che sostanzialmente riprendeva la traduzione e l’interpretazione originaria del testo, con “note esplicative”[9].

L’interesse mediatico nei confronti del papiro fu accresciuto dalla menzione che se ne fece nel famoso e controverso “Rapporto Condon”, l’esito di una commissione scientifica istituita nel 1966 dal governo statunitense per indagare il fenomeno “UFO” che proprio in quegli anni dilagava presso l’opinione pubblica. La quinta sezione di questo Scientific Study of Unidentified Flying Objects, pubblicato nel 1968 dall’Università del Colorado a cura del fisico Edward Condon, è dedicata ad “Aspetti storici del fenomeno UFO”, e nel primo capitolo (“Gli UFO nella storia”) vi figura anche una breve disamina del Papiro Tulli[10], ricavata da un libro pubblicato da William F. Le Poer Trench[11], promotore di un’analoga commissione di studio sul fenomeno UFO presso la Camera dei Lord britannica, ma sostanzialmente basata sulla vecchia nota del de Rachewiltz[12]. L’estensore di quella parte del Rapporto Condon, Samuel Rosenberg[13], era piuttosto famoso per la sua capacità di individuare analogie strutturali nella documentazione fotografica e letteraria (era stato analista fotografico per l’Office of Strategic Studies durante la seconda guerra mondiale e scopritore di plagi letterari per la Metro-Goldwyn-Mayer, e avrebbe poi pubblicato un saggio sui riferimenti metaletterari dello Sherlock Holmes di Conan Doyle[14]): non sorprende dunque l’accostamento da lui proposto della vicenda narrata nel Papiro Tulli alla descrizione della “ruota di fuoco” descritta nel libro del profeta biblico Ezechiele[15]. “Il Papiro Tulli ed Ezechiele mostrano così tante esatte somiglianze di stile, linguaggio e dettagli in sequenza che ci si può chiedere se, nonostante la sua presunta anteriorità, il papiro possa essere stato tratto dalla versione di Re Giacomo del Libro di Ezechiele, oppure, se il papiro è autentico, e la traduzione di de Rachewiltz accurata, se il Libro di Ezechiele possa essere stato un plagio degli Annali di Thutmosi III!”[16], scriveva Rosenberg.

Già ad una superficiale lettura è evidente che l’analisi di Rosenberg, per quanto minuziosa, non ha alcun fondamento filologico, essendo stata condotta sulle sole traduzioni inglesi, tanto del papiro quanto del testo biblico; ebbe tuttavia il merito di aver introdotto alcuni nuovi elementi nella vicenda. Infatti, per la prima volta veniva sollevata la questione sull’autenticità del documento: le somiglianze sequenziali erano così sospette che venne contattato il  Vaticano per ulteriori informazioni[17]. La risposta dell’ispettore del Museo Gregoriano Egizio, mons. dott. Gianfranco Nolli, datata al 25 luglio 1968, fu alquanto laconica (si diceva solo che il papiro non era di proprietà del Museo ed era sostanzialmente disperso) e spinse il dr. Condon a contattare l’addetto scientifico dell’Ambasciata USA a Roma, il dr. Walter Ramberg, che fu in grado di ottenere più informazioni: il dott. Nolli riteneva che il papiro fosse stato disperso dagli eredi di Gustavo Tulli, che tanto il prof. Tulli quanto il de Rachewiltz fossero dei dilettante, e che il papiro fosse un falso[18].

La presenza del Papiro Tulli nel Rapporto Condon, nonostante i pesanti sospetti sull’autenticità, contribuì comunque al suo rinnovato successo nel panorama dell’ufologia internazionale. Fu lo stesso Boncompagni a darne notizia sul numero 4/1969 di “Clypeus”, dopo aver preso contatto con il prof. Giuseppe Botti[19], all’epoca conservatore onorario della Sezione Egizia del Museo Archeologico di Firenze, che gli scrisse: “da parte mia, non posso pronunciare alcun giudizio perché, pur essendomi interessato, a suo tempo, del caso Papiro Tulli, io non ebbi mai modo di vedere il testo pubblicato, e molto meno l’originale. E pur avendolo richiesto al fratello del prof. Alberto, un mons., addetto alla Segreteria di Stato del Vaticano, fotocopia del Papiro, disposto anche all’acquisto dell’originale per il Museo qui di Firenze, non ebbi mai il piacere di una risposta. Sono invece in grado di renderLe noto il giudizio datomi riguardo il Papiro, da un mio carissimo amico e collega inglese, il quale lesse il testo pubblicato, quasi di soppiatto in una pochissimo nota Rivista americana, che lo giudicò per nulla appartenente agli annali di Thuthmosis III, traduzione di piena fantasia, contenendo il Papiro invece un abituale rituale del Libro dei Morti di epoca tarda, con nessun rapporto con gli oggetti volanti. Non so ora dove sia andato a finire il Papiro. Tengo però ancora una speranziella di sapere qualche notizia di esso, e se la saprò, non mancherò di fargliela conoscere, perché, dovendo entro l’anno, soggiornare alcun tempo a Roma presso il Museo Vaticano per collazionare i testi demotici di tale Museo dei quali sto preparando l’edizione, spero aver modo di venire a conoscenza di qualche notizia”[20]. Il destino, tuttavia, avrebbe impedito al prof. Botti – spentosi a Firenze il 27 dicembre di quello stesso 1968 – di portare a compimento la sua intenzione di pubblicare i testi demotici vaticani e, anche, la sua indagine personale sul Papiro Tulli.

Boris de Rachewiltz

Boris de Rachewiltz

Boncompagni in sèguito contattò nuovamente mons. Nolli, la cui replica venne pubblicata nel 1970 sulla stessa rivista: “Avendo parlato personalmente con il Prof. Boris de Rachewiltz […], posso comunicarle quanto segue: (1) il frammento di papiro, chiamato ‘Papiro meteorologico’ oppure ‘Papiro Tulli’, non è mai stato di proprietà né dei Musei, né della Biblioteca Vaticana; (2) tale papiro venne visto dal Prof. Tulli, nel 1934, al Cairo presso l’antiquario Tano; (3) la trascrizione dal ieratico in geroglifico venne condotta (pare integralmente) da E. Drioton; (4) il predetto E. Drioton escludeva che il papiro avesse un carattere ‘magico’, ma descrivesse la caduta di un meteorite; (5) il papiro non poté venire acquistato dal Tulli, per il prezzo eccessivo richiesto…”[21]. Evidentemente, i sospetti sull’autenticità del papiro e sulla professionalità del traduttore, amplificati dalla diffusione del rapporto americano, avevano spinto il de Rachewiltz a intervenire direttamente, dapprima in un articolo del 1969 sulla rivista “The Fortean Society Magazine” (tradotto in Italia sul numero 6 di “Laforghiana”), quindi in due lettere del 1971 a due periodici italiani del settore[22]. La versione proposta ora dall’egittologo correggeva quella fornita nel ’53: le discrepanze pare fossero dovute agli interventi redazionali del curatore di “The Doubt”, Tiffany E. Thayer[23]. Quello visionato dal de Rachewiltz fra le carte che Gustavo Tulli aveva ereditato dal fratello non sarebbe stato l’originale ieratico, ma la sua copia e la trascrizione geroglifica fatte dal Tulli e dall’abate Étienne Drioton, una figura di spicco dell’egittologia francese, all’epoca direttore generale delle Antichità Egizie al Museo Egizio del Cairo, da un esemplare trovato presso un antiquario cipriota del Cairo, quel Phocion Jean Tano che una decina d’anni dopo sarebbe stato coinvolto – insieme allo stesso Drioton – nel ritrovamento dei manoscritti gnostici di Nag Hammadi. L’immagine pubblicata, poi, sarebbe stata un’ulteriore trascrizione, in geroglifici più leggibili, da parte del medesimo de Rachewiltz. Lo stesso Gustavo Tulli, in una lettera, gli aveva raccontato: “Per quanto riguarda il cosiddetto papiro meteorologico non posso purtroppo fornirle altri dati oltre quelli comunicati a voce o basati sugli appunti di mio fratello che già possiede. E cioè: il papiro venne sottoposto al compianto prof. Alberto da un antiquario del Cairo, Tano se ben ricordo, per l’acquisto, nel corso del viaggio in Egitto che compimmo nel 1934 e nel corso del quale fummo anche ricevuti da S.M. il Re Fuad. Mio fratello effettuò una copia del papiro, la cui trascrizione dallo ieratico venne eseguita con l’ausilio dell’ottimo amico l’Abate E. Drioton, direttore del Museo del Cairo, che si mostrò assai incuriosito per l’argomento del papiro. Tengo però a dire che egli si oppose a qualsiasi interpretazione fantasiosa o magica, ritenendolo la descrizione della caduta di qualche meteora. Purtroppo per il papiro, che faceva parte di un blocco proveniente da collezione privata, venne richiesto un prezzo eccessivo, impedendo la realizzazione del desiderio del compianto fratello, di acquistarlo per farne dono al Museo Egizio Vaticano”. Precisava ulteriormente il de Rachewiltz – non escludendo a sua volta l’ipotesi del falso – che uno schizzo del papiro originale e le osservazioni sul suo stato di conservazione provenivano ugualmente dalle carte del Tulli: lui si sarebbe limitato a tradurre la parte più “comprensibile”.

Periodicamente, il Papiro Tulli appare citato, assieme ad altri testi analoghi, in pubblicazioni a soggetto ufologico, a testimonianza di “avvistamenti” nell’antichità[24]. L’oggettiva assenza del manufatto da musei e biblioteche vaticane (del tutto logica, considerando che l’originale non lasciò mai il Cairo al sèguito dei fratelli Tulli, e che tutto ciò che de Rachewiltz vide erano carte e appunti privati del Tulli stesso) assume le fosche tinte complottiste dell’insabbiatura programmatica, mentre perfino la presenza

Étienne Drioton

Étienne Drioton

di lacune testuali – assolutamente normali in un documento papiraceo – viene sottolineata ad arte[25], lasciando intendere (a volte esplicitamente) che qualcuno avrebbe abraso il testo nei punti più salienti, per nascondere – in antico, o più recentemente – le verità più scottanti (nonostante sia stato dichiarato che le lacune non inficiano per nulla la lettura e la comprensione del testo). Le citazioni rimbalzano e si moltiplicano, amplificando certe inesattezze e aggiungendo particolari completamente inventati, fino a ricavarne la pittoresca immagine – degna invero di un kolossal fanta-archeologico – dello stesso Thutmosis III salito a bordo di un disco volante, o del papiro scritto direttamente dagli alieni (sic!)[26]. “Come è comprensibile, il papiro ‘misterioso’, per il quale si erano subito mobilitati cultori di discipline non accademiche, non venne mai preso in seria considerazione dall’egittologia ‘ufficiale’”[27]: alcune note critiche comparse in una lista di discussione dell’Oriental Institute dell’Università di Chicago sono peraltro oggi indisponibili, citate parzialmente solo in calce a una nuova traduzione (non molto innovativa) proposta nel 2004 da R. Cedric Leonard, un antropologo interessato a studi “di confine”[28]. Anche i timidi tentativi – che già, come visto, risalivano al Tulli e al Drioton – di interpretare il racconto con spiegazioni più razionali, relative a fenomeni astronomici (una cometa), geologici (l’eruzione del vulcano di Thera/Santorini), atmosferici, o puramente simbolico-mitologici[29], provengono da persone esterne al settore, e non hanno contribuito a riscattare la reputazione di un documento su cui ha sempre aleggiato – complice il massiccio uso a fini ufologici – l’ombra greve della falsificazione.

“Del tutto logico, dunque, che la soluzione del ‘caso’ non provenga da sedi accademiche, bensì da Internet”[30]: dobbiamo infatti aspettare il 2006, dalle pagine della community “Egittologia.net”, per l’eclatante scoperta di Franco Brussino, studioso torinese esperto in particolare di lingua egiziana antica, che, in sèguito a una nuova traduzione del papiro, si accorse di come molte frasi apparissero riprese letteralmente dalla Egyptian Grammar di sir Alan H. Gardiner, un testo fondamentale degli studi egittologici, pubblicato per la prima volta a Oxford nel 1927[31]. L’ipotesi di Brussino non è del tutto inattaccabile (le somiglianze potrebbero spiegarsi con la formularità tipica di testi magici e cronache ufficiali) e fra l’altro non pare nemmeno originale, visto che i paralleli con la grammatica del Gardiner erano stati già notati, due anni prima, da un egittologo spagnolo, Nacho Ares[32], ma certo molte coincidenze sono sospette: solo un anno prima del “ritrovamento” del papiro presso l’antiquario Tano veniva pubblicata, sulla prestigiosa “Zeitschrift für Ägyptischen Sprache und Altertumskunde”, la “Stele della stella” di Gebel Barkal, contenente un testo propagandistico dello stesso Thutmosis III che sembra presentare paralleli con il nostro papiro[33].

Resterebbe da chiedersi: cui prodest? Chi potrebbe aver falsificato il documento, in un’epoca in cui ancora non si parlava di avvistamenti extraterrestri (il fenomeno UFO, come è noto, sarebbe scoppiato solo a partire dal 1947)? I sospettati sono tanti: dall’antiquario Tano, per ovvie ragioni di profitto (la scelta dei “cerchi di fuoco” sarebbe stata, dunque, puramente casuale), al Drioton, magari in vena di una burla scientifica, allo stesso de Rachewiltz, l’unico ad aver visto di persona gli appunti del Tulli, “riscoperti” fra l’altro proprio in concomitanza con i primi avvistamenti ufologici. E perché non pensare, come è stato fatto recentemente, allo stesso Alberto Tulli? Le analogie con la visione di Ezechiele, e col racconto biblico dell’Esodo, potrebbero supportare l’ipotesi di un possibile “falso religioso”: “costruire un testo egizio che, indirettamente, testimoniasse della veridicità della Bibbia”[34]. E se, in fondo, il papiro (che sporadicamente trova posto anche in pubblicazioni “non sospette”[35]) fosse davvero autentico? Rimane, pur sempre, quella criptica allusione del prof. Botti al “collega inglese” che lo avrebbe giudicato un frammento di un Libro dei Morti tardo. Sentimenti di amicizia legavano fin dagli anni Venti il Botti ad alcuni esponenti di spicco dell’egittologia britannica, ma è con lo stesso Alan Gardiner che i contatti si poterono mantenere più a lungo[36]: egli aveva intrapreso la pubblicazione del fondamentale “Papiro Regio” o “Canone Reale” di Torino (un testo ieratico contenente una cronologia di sovrani egizi conservato presso il Museo Egizio torinese) proprio negli anni in cui de Rachewiltz pubblicava il Papiro Tulli, e aveva chiamato lo stesso Botti a collaborare all’edizione, uscita poi nel 1959[37]. Se il “collega” che ebbe modo di visionare la trascrizione del Papiro Tulli fu davvero lui, com’è possibile che uno dei “padri” storici dell’Egittologia non si fosse reso conto dei parallelismi con la sua stessa grammatica e, in base ad essi, non abbia giudicato il documento un falso[38]?

L’antico Egitto, la storia dell’egittologia, la moderna diatriba sugli UFO: nihil sub sole novi, vecchi “misteri” si riciclano in sempre nuove, appassionanti indagini sull’autenticità di uno di quei testi su papiro che – scritti in diverse lingue e con differenti contenuti – ci aprono o, spesso, ci socchiudono soltanto, tante porte sulla civiltà antica.

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nr*Nicola Reggiani, dottore di ricerca in Storia e cultore della materia in Storia Greca presso l’Università degli Studi di Parma (http://www.papirologia.unipr.it), è attualmente post-doc fellow dell’Istituto di Papirologia dell’Università di Heidelberg. I suoi àmbiti d’interesse specifico riguardano la storia greca arcaica e classica (rapporti tra politica, società e religione), la papirologia (tipologie di supporti scrittori; studio di documenti d’età tolemaica; lingue e scritture dell’Egitto antico) e le risorse informatiche per le scienze dell’antichità. Fra i contributi pubblicati si ricordano “Dalla magia alla filologia: documenti su libri e biblioteche nell’Antichità” (Papyrotheke 1, 2010, 97-135); “I manteis della Grecia nord-occidentale” (Ethne, identità e tradizioni: la terza Grecia e l’Occidente, eds. L. Breglia, A. Moleti, M.L. Napolitano, Pisa 2011, 113-138); “Le tavolette della mente. Risorse digitali e Antichistica: il caso della Papirologia” (Umanisti e risorse digitali, ed. A.M. Tammaro, Parma 2012, 88-110); “Rovesciare la lingua: interpreti e traduttori nell’Egitto antico” (Produrre “quasi” lo stesso effetto. Quindici percorsi nei boschi traduttivi, ed. D. Astori, Parma 2013, 123-146); “Multicultural Education in the Ancient World: Dimensions of Diversity in the First Contacts between Greeks and Egyptians” (Multicultural Education: From Theory to Practice, eds. H. Arslan, G. Raţă, Cambridge 2013, 57-70).


[1] In generale sui rapporti fra documentazione papiracea e studi storici cf. R.S. Bagnall Papiri e storia antica, ed. it. a cura di M. Capasso, Roma 2007 [Reading  Papyri, Writing Ancient History, London / New York 1995].

[2] Il papiro, pubblicato per la prima volta in C. Gallazzi, B. Kramer, Artemidor im Zeichensaal. Eine Papyrusrolle mit Text, Landkarte und Skizzenbüchern aus späthellenistischer Zeit, “Archiv für Papyrusforschung“ 44 (1998), 198-208 (cf. S. Settis, C. Gallazzi, a cura di, Il papiro di Artemidoro. Voci e sguardi dall’Egitto greco-romano, Milano 2006; C. Gallazzi, B. Kramer, S. Settis, a cura di, Il papiro di Artemidoro, Milano 2008), dovrebbe essere un’opera geografica copiata tra I secolo a.C. e I d.C., poi riutilizzata come album per schizzi e bozzetti di una bottega artistica e infine come cartonnage per una mummia; ma il filologo Luciano Canfora ha sostenuto a più riprese, anche con interventi su quotidiani nazionali, l’inautenticità del reperto, che sarebbe opera di un noto falsario greco ottocentesco (cf. L. Canfora, Il papiro di Artemidoro, Roma / Bari 2008).

[3] Si tratta di un frammento papiraceo di IV secolo d.C., scritto in copto (l’ultima fase della lingua e della scrittura egiziane), contenente un presunto riferimento alla moglie di Gesù (K.L. King, A.M. Luijendijk, “Jesus Said to Them, ‘My Wife…’”. A New Coptic Gospel Papyrus, “Harvard Theological Review” 106 (2013), in corso di pubblicazione [bozza preliminare: http://www.bethinking.org/Media/PDF/King_JesusSaidToThem_draft_0917.pdf%5D), di cui recentemente è stata messa in dubbio l’autenticità.

[4]  (1926-1997), controverso egittologo italo-russo con spiccati interessi per la magia e l’esoterismo.

[5] La scrittura ieratica è una sorta di resa più corsiva e meno “epigrafica” del geroglifico (cf. http://lila.sns.it/mnamon/index.php?page=Scrittura&id=14 per più puntuali approfondimenti); è prassi comune degli studi egittologici trascrivere un testo ieratico in geroglifici, per agevolarne l’interpretazione.

[6] B. de Rachewiltz, Forteana ca 1500 BC, “The Doubt” 41 (1953), 214-5 (punto interrogativo originale); cf. P. Cortesi, Manoscritti segreti, Roma 2003, 65-8; N. Ares, Papiro Tulli. Il documento mai esistito, “Fenix” 11 (2009), 34-40: 35-6.

[7] (1922-).

[8] S. Boncompagni, I “dischi” del Faraone, “Settimana INCOM”, anno 16 numero 41, 13 ottobre 1963.

[9] S. Boncompagni, Dischi volanti al tempo dei faraoni, “Clypeus” 1 (1964); cf. S. Conti, Storia di un misterioso documento, “Il Giornale dei Misteri” 4 (1971), 3-6: 3; Cortesi, op. cit., 68.

[10] S. Rosenberg, UFOs in History, in E. U. Condon, ed., Scientific Study of Unidentified Flying Objects, University of Colorado 1968, 812-43: 835-40; cf. Conti, Storia di un misterioso documento cit., 5-6.

[11] (1911-1995), ottavo Conte di Clancarty,

[12] W. F. Le Poer Trench (Lord Clancarty), The Flying Saucer Story, London 1966; cf. Cortesi, op. cit., 68. L’articoletto del de Rachewiltz, fino a quel momento, per quanto mi è stato dato di appurare, aveva ricevuto solo una traduzione in spagnolo, nel 1957, sul “Boletín de la Sociedad Astronómica de España y América”.

[13] (1912-1996), fotogiornalista, produttore e direttore di documentari.

[14] S. Rosenberg, Naked is the Best Disguise. The Death and Resurrection of Sherlock Holmes, London 1974.

[15] Una versione corrente del testo biblico si può trovare su: http://www.laparola.net/testo.php?versioni%5B%5D=C.E.I.&riferimento=Ezechiele%2001.

[16] Rosenberg, UFOs in History cit., 838. Il parallelo con Ezechiele viene ripreso anche successivamente, e l’accostamento di entrambi i racconti è sempre presentato in chiave “ufologica”, come in R. Pinotti, Angeli, dei, astronavi. Extraterrestri nel passato, Milano 1996 [1991], 219.

[17] Ibid., 839.

[18] Ivi.

[19] (1889-1968), egittologo demotista, specializzato cioè in una delle fasi della lingua egiziana (http://lila.sns.it/mnamon/index.php?page=Scrittura&id=6).

[20] S. Boncompagni, Storia di un’inchiesta, “Clypeus” (1969); cf. Conti, Storia di un misterioso documento cit., 4-5; S. Conti, La storia di un misterioso documento. Un giallo clipeologico del tempo dei Faraoni, “Il Giornale dei Misteri” 214 (1989), 18-25: 20; Cortesi, op. cit., 69; M. Botti, Dal Monte Rosa alla Terra dei Faraoni. Giuseppe Botti, una vita per i papiri dell’antico Egitto, Trento 2011, 205-8. I rapporti di Giuseppe Botti con il Museo Vaticano erano abbastanza stretti: aveva già studiato numerosi reperti ivi conservati, e progettava di pubblicarne i testi demotici come secondo volume di una serie iniziata con analoghi papiri conservati a Firenze (cf. Botti, op. cit., 236-40).

[21] S. Boncompagni, Il papiro Tulli torna a far parlare di sé, “Clypeus” 24 (1970); cf. Conti, Storia di un misterioso documento cit., 7; Cortesi, op. cit., 69. Ares, Papiro Tulli cit., 35, nota come il “prezzo eccessivo” richiesto per un papiro tutto sommato anonimo e privo anche di illustrazioni possa risultare sospetto.

[22] B. de Rachewiltz, Ancora sul papiro Tulli, “Il Giornale dei Misteri” 6 (1971), 46-7; Conti, Storia di un misterioso documento cit., 7; cf. Cortesi, op. cit., 71; Ares, Papiro Tulli cit., 36-7.

[23]  (1902-1959), fondatore (e non fondatrice, come spesso invece si trova indicato) della Fortean Society di New York.

[24] Fra le innumerevoli occorrenze ricordiamo solamente J. Bergier, Il libro dell’inesplicabile, Roma 1977, 103-7; Pinotti, op. cit., 214-6; S. Mayorca, Enigmi, misteri e leggende di ogni tempo, Firenze / Milano 2010, 116-25; cf. Ares, Papiro Tulli cit., 34-5. In generale, sulla fortuna e la diffusione delle “teorie popolari” parascientifiche, è interessante rimandare a W.H. Stiebing Jr., Antichi astronauti, Roma 1998 [Ancient Astronauts, Cosmic Collisions,  1984], 255-65.

[25] Cf. Conti, Un giallo clipeologico cit., 18: “Il papiro presentava cancellature anche nel documento originale, in punti nevralgici del testo, cancellature che sembravano volute, quasi a voler evitare che l’episodio fosse comprensibile”.

[26] Thutmosis sull’astronave: http://weeklyworldnews.com/aliens/9343/egyptian-pharaoh-flew-on-ufo/; “was the Tulli Papyrus written by aliens?”: http://www.ancientworlds.net/aw/Post/1155431.

[27] Botti, op. cit., 207.

[28] R. C. Leonard, Fire Circles. A Revised Translation of the Tulli Transcription, “Quest for Atlantis”, 2004, http://www.atlantisquest.com/Firecircle.html.

[29] Cf. Cortesi, op. cit., 72-80; Ares, Papiro Tulli cit., 38-40.

[30] Botti, op. cit., 207.

[31] F. Brussino, Il papiro di Tulli, “Egittologia.net / Egitto Plus”, 2006, http://www.egittologia.net/portals/0/articoli/IlPapiroTulli.PDF; attualmente la Grammar del Gardiner si consulta nella terza edizione (A. H. Gardiner, Egyptian Grammar. Being an Introduction to the Study of Hieroglyphs, Oxford 19573 [Oxford 1927]).

[32] N. Ares, ¿Existe en realidad el Papiro Tulli?, “Antiguos Astronautas”, 2004, http://www.antiguosastronautas.com/articulos/Ares02.html; cf. Ares, Papiro Tulli cit., 37.

[33] Cf. Ares, Papiro Tulli cit., 37-40. Ma U. Magin, Neues vom Tulli-Papyrus, “Mysteria3000. Magazin für alternative und interdisziplinäre Archäologie” 2 (2002), http://www.mysteria3000.de/magazin/neues-vom-tulli-papyrus, utilizzava la stessa stele per ribadire l’autenticità del papiro.

[34] Cortesi, op. cit., 80-2.

[35] Il papiro è ricordato “per curiosità” in un volume dedicato alla conservazione e al restauro di libri e documenti (M. Plossi, A. Zappalà, a cura di, Libri e documenti: le scienze per la conservazione e il restauro, Gorizia 2007, 366-7), mentre in A. Fernandes Sampaio, Letras e memória. Uma breve história da escrita, Cotía 2009, 37, è addirittura riprodotta la sezione del testo che parla della “Casa della Vita”.

[36] Cf. Botti, op. cit., 76. Degli altri amici e colleghi, Thomas E. Peet morì nel 1934 e Henry F. H. Thompson nel 1944, prima dunque della “pubblicazione” del Papiro Tulli.

[37] Cf. Botti, op. cit., 143-4.

[38] Giuseppe Botti era in contatto anche con Raymond Faulkner (cf. Botti, op. cit., 115 n. 61), ma non tanto da poterlo definire un “carissimo amico”. Anche qualora si trattasse del Faulkner (1894-1982), che fu assistente e collaboratore del Gardiner dal 1926 al 1954, cioè proprio nel periodo di pubblicazione delle prime due edizioni della Grammar, resta curioso come non si fosse potuto accorgere della presunta falsificazione.

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