Narrativa italiana/Racconti/Recensioni

La ragione del dire

di Fabio De Santis

al-di-laAl di là di ogni Aldilà di Marco Fregni (Bologna, Edizioni Pendragon, 2013, pp. 160) è fuori di dubbio un libro originale, probabilmente unico nello scenario letterario odierno. Un giudizio, questo, che non deve apparire come una frase di rito, un atto dovuto per una recensione. A garanzia della sincerità di quanto affermato c’è senz’altro il tema del libro, cioè la morte o meglio la narrazione dell’oltre-vita, l’invenzione dell’Aldilà.

Appare evidente come, in un’epoca pragmatica, sia improbabile che qualcuno scriva dell’aldilà. Il mondo contemporaneo, infatti, ha escluso la morte dal suo orizzonte e, in maniera definitiva, nel Novecento. Già Foscolo, con  I Sepolcri, tentò una “opposizione” al noto Editto di Saint Cloud che decretò lo spostamento delle tombe dalla cinta urbana per motivi di tutela della salute pubblica. Che fosse questo o meno il vero motivo, si assistette, probabilmente, all’inizio di una divaricazione non ancora ricomposta, dove l’uomo ha perduto dalla sua prospettiva l’idea della fine, con inevitabili conseguenze riguardo al senso dell’esistere stesso.

La posta in gioco, per Foscolo, era il tema della posterità e non poteva che essere un poeta a porlo. La questione del “dopo”, a mio avviso, emerge, di fatto, anche nel libro di Marco Fregni, sebbene leggendo i racconti si abbia la sensazione che la tematica sia del tutto rapportata ad un’idea di esistenza immanente, ad una questione vitale, a dei significati che interessano il vivere e non il morire. È una sensazione certamente corretta. Dunque l’orizzonte resta terreno, umano, in ossequio, in fondo, a tutta la metafisica occidentale a partire dai greci.

L’audacia e il merito di Marco Fregni sta nella creazione di un immaginario, nella realizzazione di luoghi letterari che si contrappongono al nulla, nell’idea stessa che l’aldilà possa essere concepito. È un’operazione visionaria che ha evidentemente posto l’autore di fronte all’arduo compito di rapportarsi all’invisibile. A ben guardare è un affare abbandonato dalla stessa Chiesa cattolica, lacuna denunciata anche da autorevoli studiosi del cattolicesimo, come Vittorio Messori, autore, peraltro, di un libro che porta il significativo titolo di Scommessa sulla morte.

A dire il vero, però, la diaspora dall’invisibile ha coinvolto anche le scienze ottocententesche, quando, in ragione del pragmatismo, hanno abbandonato qualsivoglia esercizio teorico, per concentrarsi solo sulla ricerca empirica finalizzata alle possibilità d’uso del sapere. È quanto accaduto anche alla fisica teorica ed al suo declino a partire dal secondo decennio del XX secolo. È indicativo, infatti, che il massimo periodo di concentrazione della ricerca teorica in fisica, si abbia nel lasso di tempo che va dal 1860 al 1910. Le teorie dell’elettromagnetica, dell’elettrone, della propagazione corpuscolare della luce, della relatività risalgono a quegli anni, dove la fisica si arrovella sulla questione dell’etere invisibile, materia o non materia. È curioso il fatto che nei cento anni successivi non si sia prodotto niente di equiparabile, mentre lo sviluppo tecnico e tecnologico ha conosciuto una crescita portentosa.

Forse l’ultima resa dei conti sul piano del pensiero e dell’immaginario è spettata alla filosofia della crisi, all’esistenzialismo, dove, probabilmente, la divaricazione ha assunto l’esito più drammatico per via dell’assunzione della consapevolezza di non avere più un orizzonte vasto entro cui guardare il futuro. È, questo, un tema articolato, non riducibile a poche righe, ma di certo la nostra epoca ha prodotto un risultato alquanto evidente: all’uomo non resta che il presente visibile e tangibile e non ha motivo di perseguire illusioni sul dopo, meglio allora procedere alla rimozione di ogni aspettativa o di ogni ansia per l’oltrevita. Una rimozione che non poteva non avere effetti sull’arte e sulla letteratura.

Questa breve e troppo semplificata premessa era doverosa, perché è in un contesto simile, ereditato da tutti noi, che assume maggiore vigore l’opera di Fregni, il cui mondo visionario oggi non si riscontra quasi per nulla nella vasta produzione di opere letterarie ed artistiche. Proprio per questo il significato di Al di là di ogni Aldilà è da prendere notevolmente in considerazione. È inutile aggiungere che il libro, per quanto già accennato, non assume le caratteristiche della narrativa d’intrattenimento e, proprio per questo, richiede quella opportuna applicazione alla lettura, condizione peculiare della letteratura, ma per niente scontata oggigiorno.

Marco Fregni, nella nota finale al libro, spiega molto bene le ragioni del suo lavoro: l’idea di aldilà non è assimilabile alla ricerca di una consolazione metafisica, non è il tentativo di occupare uno spazio vuoto lasciato da altri (ad esempio dalla religione). Il tema non viene declinato nel senso di una ricerca spirituale specifica, il terreno in cui si muove l’autore è esclusivamente letterario e ciò, a mio avviso, rappresenta un ulteriore merito, una scommessa non agevole. È anche vero che i lettori di Fregni sanno quanto la sua poetica sia “ossessionata” dall’idea della scomparsa, dello svuotamento dell’esistenza e della dispersione in un ignoto indecifrabile, insensato.

L’operazione letteraria è finalizzata proprio a dare una sorta di senso ad un nulla che, se non immaginato, rimarrebbe inguaribilmente condannato a restare nulla. Al termine di questo percorso il nulla di Fregni è qualcosa.  È nello sforzo di conferire uno statuto al nulla che viene realizzato un mondo esistente.  Sarebbe un errore, quindi, ricondurre il libro nell’alveo del nichilismo; è in realtà il contrario. Vale la pena ricordare l’affermazione di Heidegger contenuta nella lettera a Jean Beaufret del 1945, quando dice che “l’essenza del nichilismo consiste […] nella sua incapacità di pensare il nihil”. Fregni è esattamente l’antitesi del nichilismo. Un antinichilista dentro un mondo incapace di pensare al nulla e ritirato all’interno di un orizzonte temporale, dove la ricerca dell’intensità vitale è il tentativo improbabile di gabbare la morte, in un atteggiamento nei confronti della vita ben rappresentato da Albert Camus ne Il mito di Sisifo.

Al di là di ogni Aldilà affronta il difficile compito di stagliarsi al cospetto di una letteratura che oscilla tra reminiscenze formali, affidate all’esclusività del linguaggio e dei significanti, e il vorticoso contagio di scritture minime come misura più adeguata dell’odierno. Quasi che l’impegno letterario debba prevedere una diaristica del quotidiano. Non è né tra i manieristi, né tra i minimalisti che possiamo incontrare Fregni. La sua è una scrittura di contenuto. È una scrittura spessa, che non ha a che fare con la letteratura commerciale. Giustamente l’autore chiama il lettore ad uno sforzo, orientandolo verso una visione lontana dell’esperienza affaccendata del quotidiano.

L’Aldilà di Fregni quindi esiste dentro un mondo letterario e la sua affidabilità equivale alla validità della letteratura stessa. È il tentativo di dare un senso all’inimmaginabile. Possiamo anche azzardare nel dire che la sua sia da ritenere una scrittura edificante, nel senso che prova a costruire sulle macerie. Ci riesce, sì, per quanto il disastro resti sempre sullo sfondo. Ma la morte non annienta il lettore, lo trasporta dentro una finzione letteraria e sappiamo che per gli scrittori quella finzione è tutto, è la realtà stessa. Probabilmente l’unica. Quindi, bisogna ammettere, che il libro è anche un atto di fede: la fede nella parola.

Alla parola viene riconosciuta una funzione di verità e non un trastullo per autocompiacersi nell’invenzione creativa. È un libro scritto da un poeta. La parola di Fregni vive sull’orlo precario dell’impotenza del dire fino in fondo, del nominare una realtà non immediatamente riconoscibile. L’uso dei superlativi assoluti testimonia il desiderio che la parola vinca le sue debolezze, superi le limitatezze della forma per essere espressione piena di contenuto. Una testimonianza su tutte è data dallo stesso titolo. La ridondanza dell’aldilà è motivata sì, dalla volontà di edificare un luogo non esauribile nella laconica denominazione dell’Aldilà, ma trasmette anche il limite della parola nell’individuazione dell’inesistente. In quest’ottica quella di Fregni è un’ansia assoluta, sebbene venga “alleggerita” dalla finzione letteraria, ambito esclusivo del libro che trova in Borges un ascendente legittimo.

Lo spessore e l’omogeneità della tematica fanno pensare ad un libro monolitico, la cui stringente coesione viene però stemperata da una maggiore articolazione dello stile, dove l’epistola, l’ironia, il racconto-saggio, il racconto vero e proprio, si susseguono creando un ritmo nella sequela dei testi scandito, per la verità, soprattutto dal campionario delle visioni.

Nel passarle in rassegna appare chiaro quanto l’intenzione di Fregni sia lontana dall’imporre una sua idea di aldilà. Le “possibilità” create differiscono anche enormemente tra di loro. In Eternità minime l’estinzione definitiva segue la morte, attraverso un progredire dell’evanescenza. Una lucida ipotesi sull’orrore della fine, dove impera la breve persistenza della coscienza e il suo lento svanire dopo la fine. Un impietoso surplus di sensibilità.

Ne La cella di Arìes, invece, spegnersi significa ritrovarsi in un luogo distinto, “una sorta di nuda stanza”: posto angusto, claustrofobico, sprovvisto di porta di ingresso. Una cella incastonata in un  pozzo infinito, una prigione della coscienza dove essa stessa viene chiamata a perpetuarsi. Una tortura ed un miracolo al tempo stesso.

La varietà degli esiti dell’oltre-vita deve lasciare pensare che l’autore abbia voluto anche distanziarsi dall’autobiografia. Eppure La fissità dello scriba, a mio parere, è il testo dove si ritrova il Fregni più autentico, lo scrittore, ma soprattutto la sua idea di scrittura. Una concezione quasi religiosa, monacale – viene da pensare ad Italo Calvino. L’autore scopre da subito le carte ponendo in esergo l’Anonimo del XIX secolo: “Profondissima solitudine et immobile tempo e silenzio. Solo questo l’arte della scrittura, chiede”. Nella non-vita dello scriba emerge la condizione di dono assoluto, di cui gode, insieme al sacrificio altrettanto totalizzante. Si torna alla fede nella parola. Una fede totale, dentro una dimensione dell’essere immutabile, non suscettibile di distrazioni. È la perfezione dell’arte. Accanto ad essa la fiducia della durevolezza, quindi la “nascita” del dopo. “Tutta la vita di Kai, fino all’ultima stilla, sarebbe stata dedicata a quell’impresa che non avrebbe avuto fine – così allora credevo – se non nel giorno della mia morte”.

Forse, questo, è il racconto dove più di tutti Fregni lascia penetrare uno spiraglio, pensando a una speranza, affidandola sopra ogni cosa alla scrittura, rendendo insuperabile questo dopo, anche dalla stessa e tradizionale idea di un aldilà popolato dall’abbondanza e dal benessere. “Eppure, il destino che ora vivo in questo inaspettato Aldilà si è rivelato diverso, ma a me assai più gradito di quanto attendevo, visto che incarna tutto quello che desideravo”.

È un aldilà solipsistico mantiene il carattere del non assoluto. La salvezza – perché qui una salvezza esiste – resta terrena, rientra nella sfera dell’individualità ed è da rintracciare nella passione umana, nella sua pretesa di continuità mediante la parola “scolpita nella pietra”. È una possibilità, un’ipotesi. “Forse la soluzione per quanto Qui esiste ed ha continuità, sta nella forza di quella che fu, ed è ancora, la mia totale passione. Una passione che in virtù della propria intensità ha saputo superare le onde della morte, resistendo oltre ogni forma del tempo”.

Bisogna riconoscere, ad ogni modo, che Al di là di ogni Aldilà è certamente un libro compatto, che si inserisce bene nell’opera complessiva di Marco Fregni, dove la riflessione sulla vita e sul tempo possiede uno spessore difficilmente riscontrabile nella letteratura odierna, come dicevo all’inizio. Nella sua scrittura si avverte non solo l’invenzione, ma un impulso di vita. È la necessità di scrivere in quel modo. Sembra strano a dirsi, ma l’“ossessione” della morte è in Fregni qualcosa di estremamente vitale, è la ragione del dire.

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