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Librazione di dicembre: Giuseppe Nibali

di Diego Bertelli

1501882_10151858057073027_1133941159_a«C’è qualcosa che inchioda tutti agli aeroporti / Qualcosa che ci invischia come ad alberi, come a emozioni / È lo spettro delle urla granitiche, le labbra disegnate di un qualsiasi Modigliani / Di un qualsiasi siciliano. Oppure erano le tue / Tutte bordate di rosso / Tutte Bordate di Rosso». È così che ho conosciuto Giuseppe Nibali, leggendolo in esergo a Cos’è il rosso di Bernardo Pacini.

Quel passo mi era sembrato da subito capace di sprigionare una strana energia, specie la frase iniziale, come se Nibali fosse riuscito a cogliere qualcosa di mio; in particolare, la sensazione che l’aeroporto possa «inchiodarti», tenerti al suo interno con una forza maggiore di quella gravitazionale, quasi che lì lo spazio a terra abbia la necessità di ristabilire un equilibro col volo. Per questo motivo, quando ho letto il libro d’esordio di Nibali, che s’intitola Come dio su tre croci (Affinità Elettive, 2013, con postfazione dello stesso Pacini, Premio «Le stanze del tempo» della Fondazione Claudi di Serrapetrona), la prima cosa che ho fatto è stata andare alla ricerca del brano che avevo trovato in Cos’è il rosso; tuttavia, nell’esile volumetto quel passo non c’era. Nibali stesso mi confidò che si trattava di uno status di Facebook che aveva postato all’aeroporto di Catania, mentre stava rientrando a Bologna, dove studia.

Eppure lo status di Facebook e Come dio su tre croci condividevano qualcosa dentro di me. Credo che il continuo risalire e discendere il cielo debbano aver reso centrale una questione in Nibali: quella della sospensione. Per sospensione intendo sia l’immagine del chiodo, che rimanda alle croci del titolo, sia quella del volo; nella fattispecie, del volo parabolico.

Non so se lo sapete, ma come mi ha spiegato Daniele Testi, amico caro e brillante ingegnere aerospaziale, spesso l’ESA compie esperimenti scientifici in condizioni di assenza di gravità (si dovrebbe in realtà parlare di microgravità) a bordo di un aereo. Si tratta di un comune Airbus A-300, senza più business ed economy class, che vola solitamente sull’oceano Atlantico a quota 5000 fin quando non compie un’ascensione ulteriore con un’inclinazione di 45 gradi. Abituati a un normale decollo, con un angolo di circa 20 gradi, Daniele ha detto che sembra davvero di stare in verticale. L’accelerazione in quel momento ti inchioda letteralmente al seggiolino finché il velivolo non arriva allo spegnimento quasi totale dei motori, «lasciandosi andare». Nell’arco di tempo che segue (20-30 secondi circa) l’aereo compie la sua parabola, realizzando all’interno le condizioni di assenza di gravità necessarie al compimento di tutta una serie di esperimenti. La cosa si ripete per almeno una ventina di volte in due ore di volo.

È come se le condizioni di assenza di gravità degli Airbus A-300 mi siano state necessarie per la comprensione di Come dio su tre croci. Il titolo è infatti una frase sospesa, perché ha bisogno di almeno due voli parabolici interni alla raccolta, che si sviluppa in 31 movimenti, per avere senso compiuto. La prima parabola si verifica a pagina 17, in corrispondenza dell’ottavo movimento, e riguarda il primo verso, in grassetto, composto da una sola parola, «Mariposa»; la seconda segue a poca distanza, a pagina 21, nel dodicesimo movimento, sempre all’inizio: «Già nel sepolcro».

Questi due versi sono gli unici in neretto di tutta la raccolta e il desiderio di rimandarli al titolo è stato forte dentro di me: «Come un dio su tre croci / Mariposa / Già nel sepolcro». Si è trattato di un’ipotesi, di un mio esperimento in assenza di gravità a partire da un’infrazione semantica e una morfologica.

Mariposa non è parola italiana ma spagnola; tanto meno è entrata nella nostra lingua per acquisizione; inoltre, vuol dire «farfalla» e la suddivisione tra la disgiuntiva «ma» e il verbo «riposare» è mia. Eppure l’ottavo movimento è anche il primo testo dei 31 presenti nel volumetto che riporta per intero il titolo del libro: «Mariposa / non ti sento più nel padre / che scappava e poi moriva come dio / su tre croci»; qui, però, la farfalla, che in antichità era segno per l’anima, muore: «allo spiraglio di finestra / ci sbatti / risbatti / poi spezzi – partendo / le ali di vetro».

Arrivare quindi a pagina 21, al dodicesimo movimento, è stato quasi necessario per compiere il mio esperimento. La questione del Golgota, della crocifissione del «dio», del «cristo» che è uno e trino sulla croce, si rifletteva direttamente su quella del sepolcro. La cosa interessante è che Nibali non segue il percorso che ci si aspetterebbe. Non ci sono i tre giorni in cui il figlio dell’uomo muore per poi ritornare in vita; la morte non si pone come elemento teologicamente complementare o biologicamente contrario alla vita; è invece espressione enigmatica: «Già nel sepolcro / le labbra sigillano / un sorriso di Muratti». La sigaretta potrebbe essere stata appena accesa.

Anche in questo movimento, come nel precedente, seppure in modo più celato, Nibali fa risuonare almeno due parole chiave del titolo; la prima è «dio», come elemento «parasemantico» del sesto verso, «un primordio un addio»; la seconda è invece «croce», che chiude il verso successivo, forzando a un’endiadi, se non a una rima, ateologica. In questo senso, la morte è qualcosa di esistente, ma che può essere sospesa passando al vaglio la propria storia famigliare e culturale, in tutta la sua portata geografica. La Sicilia di Nibali è Magna Grecia, mito, mori, dominazione normanna, famiglia, lavoro, religione, superstizione, Gabriela e Totuccio (a cui il il libro è dedicato). Non è un caso che insieme a Pier Paolo Pasolini in dialetto (un dialetto che è un tentativo di acquisizione linguistica, determinandosi sul piano letterario), «Vuei è Domènia / domàn a si mòur» (Oggi è domenica / domani si muore), l’autore riporti anche una lunga citazione da Salvo Nibali: «Ora ascoltami: si fa rosso / il tempo spadaccino dei nostri / normanni siciliani e cupo il cilicio / che devo lasciarti alla schiena / senza alzarti al ciliegio che non avemmo all’ulivo sempre / imprestato alla / vigna dei ciclopi al / recinto dove volevi guidarmi / ai tuoi esseri primordiali. Non / temere: c’è / per sempre una guida / per i forti / gli uomini senza padrone / che sanno / ai Saraceni strappare una croce una / brace / per morire».

In quei versi ci sono tutti i temi del libro. Salvo Nibali rappresenta in Giuseppe Nibali l’uomo come antenato e la storia come testimonianza. Sul piano delle possibili associazioni, se è vero che il dodicesimo movimento, il terzo fondamentale della raccolta per significato, è dedicato a Ruggero d’Altavilla, bisavolo di Federico II, forse anche Salvo ha per Giuseppe uno stretto valore di discendenza. Così, attraverso l’uomo e la storia si arriva anche alle origini della poesia, alla corte siciliana. Dunque è significativo che uno stesso cognome rilevi anche un simile meccanismo stilistico: di Salvo, come di Giuseppe, è la reiterazione della preposizione «a», che da elemento grammaticale assume un valore sempre più indefinito: «Siamo noi adesso / a chiodarci i polsi / alle croci – noi ladroni / con la noia domenicale / che copre la televisione / spegne l’urlo al Golgota». Nibali sembra portare avanti un discorso che è ri-velazione dell’identità, ricollegandosi a un passato e a una dimensione che per il lettore si fanno sempre più impenetrabili quanto più chiari divengono per l’autore: «ma cercami chiamami – e se scovi / un nome – una parola / che mi significhi nascondila. / Donale una maschera d’ulivo / oppure immergila – anche qui nel golfo / e strappala agli scogli ai castelli / ai pupi appesi sopra il letto». I versi servono quindi a disorientare, a far perdere la gravità del suolo, che poi è quella che rende necessari i chiodi sulla croce, che trasforma ogni spazio, oggetto, uomo in assenza come negazione: «l’incomprensibile deposizione / che avesti di rosario / non esiste / io ne nego / la pace di falce / il silenzio di prete /e il proseguire».

La poesia di Nibali ha senz’altro una forte componente esoterica, come se svolgesse un discorso comprensibile solo a pochi. È quanto bisogna accettare dalla sospensione; il lettore deve impararne la componente formulare, ripeterla movimento per movimento (20-30 secondi circa), fino alla sua ri-velazione.

1082254_10151595998948027_1615104595_n Le librazioni sono lievi oscillazioni della luna che rivelano all’osservatore terrestre margini del suo lato oscuro. Stupidamente, nella mia testa, sono anche le azioni che i libri compiono su di noi, rivelandoci sempre qualcosa, se è vero che il verbo rivelare vale tanto svelare quanto velare nuovamente. Potete leggere le precedenti puntate di Librazioni sul blog Tono metallico standard: http://tono-metallico-standard.blogspot.it/

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IMG_0130_1*Diego Bertelli vive e lavora a Firenze. Suoi saggi e articoli sono apparsi su riviste italiane e internazionali e su litblog come «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia» e «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, uscita su Italian Poetry Review, 6, 2011. Un suo racconto, Il sogno di Amanda, è apparso in Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). Contatto: diegobertelli@gmail.com.
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