Saggi

Apologia del particolare ebraico “sine ira et studio”: la filosofia politica di Simone Luzzatto

Canaletto_-_The_Grand_Canal_and_the_Church_of_the_Salute  di Giuseppe Veltri*

Nel 1638 usciva alle stampe, “appresso Gioanne Calleoni” in Venezia, il Discorso circa il stato de gl’Hebrei et in particolare dimoranti nell’inclita Città di Venetia[1] di Simone Luzzatto (ca. 1580 ?-1663), rilevante rabbino della comunità ebraica veneziana, conosciuto soprattutto per i suoi responsi di interesse intracomunitario.

Questo libro è una pietra miliare per la storia europea ebraica, tuttavia per alcuni aspetti esso è stato totalmente ignorato. Infatti, se si fa riferimento al miglioramento delle condizioni politico-civili del popolo ebraico in Germania, nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo, mancano i richiami alla discussione iniziata e condotta  nel Seicento e soprattutto ad opera di Simone Luzzatto, il quale affronta la presenza  degli ebrei e il loro peso nella società civile nella città-stato veneziana. Sebbene esistano dettagliati studi sull’argomento, viene tralasciata questa linea di pensiero che ha avuto inizio a Venezia e sarà esportata ad Amsterdam, passerà per lo stretto, per poi ritornare nell’Europa dell’Illuminismo. Il pensiero di Luzzatto, infatti, confluisce nell’apologia di Manasse ben Israel, nel pensiero politico di Spinoza, negli scritti del deista John Toland, sarà recepito, probabilmente indirettamente, da Moses Mendelssohn nella sua Jerusalem e direttamente da Johann Friedrich Herder nella sua Adrastea, per poi trovarsi in una maniera del tutto falsata nell’opera di Werner Sombart. Dopo la catastrofe del 1933-1945, sarà proprio Luzzatto uno dei primi autori ad essere tradotto in ebraico e pubblicato nel 1950, nell’appena costituito e proclamato stato d’Israele, quasi a commento storico della sua frase: «s’alcuno ancora desidera indagare quali siano li loro costumi in universale potrebbe dire esser natione d’animo molto invilito, e [38r] fiacco, incapace nel stato presente d’ogni governo politico, occupati ne loro interessi particolari, poco overo niente providi del lor universale».[2]

FOTOQual è l’elemento esplosivo che ha reso l’opera del rabbino veneziano una lettura obbligata per intellettuali dalle idee e dalle prospettive così differenti? Esaminiamone il contenuto. Il libro è composto da una dedica, una prefazione, un indice dei temi e 18 “considerazioni”. Il tutto consta di 92 pagine recto e verso (l’ultima pagina solo recto). Il Discorso è divisibile in due parti distinte. La prima (Considerazioni I-X), si occupa sostanzialmente dell’economia mercantile (con alcune idee d’origine mercantilista) e della funzione degli ebrei a Venezia; la seconda, invece, (Considerazioni XI-XVIII)  potrebbe essere considerata in nuce un piccolo trattato sugli ebrei e sui i loro riti, essendo nello stesso tempo un’apologia di fronte alle accuse più diffuse da parte della società cristiana e civile.

Dopo un’introduzione, in cui qualifica la comunità ebraica come parte integrante della società veneziana, Luzzatto si dedica nella prima considerazione ad un tema peculiare, che è però essenziale per la dinamica retorica del suo trattato: l’attività mercantile intesa come motore dell’economia veneziana. Nella seconda considerazione, l’autore rileva la funzione degli stranieri e degli ebrei all’interno del commercio, specie quando la società arriva ad un grado di ricchezza ed agio che induce i ricchi, come conseguenza naturale, ad acquistare beni immobili, a ritirarsi nei propri possedimenti, per preservare la ricchezza raggiunta, e cercare onori e cariche nella società. Secondo il rabbino, tutto questo rientra nella logica di crescita e di declino delle città seguendo un fenomeno naturale,[3] che ha come conseguenza, però, l’abbandono del negozio che diventa una prerogativa degli stranieri che finiscono per gestirlo. La reazione a questa logica dei fatti è stata storicamente duplice: da una parte l’Inghilterra ha proibito dirittamente o indirettamente il commercio tenuto dagli stranieri, dall’altra Venezia lo ha concesso (Considerazione III). Se, da un lato, è bene appoggiare idealmente e politicamente l’ingresso degli stranieri nell’economia cittadina, bisogna, tuttavia, anche esser coscienti delle conseguenze negative che esso apporta e comporta. Infatti, dopo aver raggiunto la meta del loro agire, gli stranieri non restano nella città o nelle città dove hanno fatto i loro commerci e i loro scambi, ma tornano alla terra  natìa, portando via il capitale acquisito. Ed è per questo motivo che Luzzatto propone gli ebrei come valida alternativa in virtù della loro competenza (Considerazione IV), in quanto mancano di una terra propria (stato), e per il loro ossequio e per la  prontezza nell’obbedire (Considerazione V).

Nella considerazione successiva (VI), l’autore sembra apparentemente cambiar tema, introducendo alcune idee su un altro aspetto della politica sociale, ossia su come la professione mercantile debba esser distinta dalle altre – una specie di divisione della società in caste per esser maggiormente efficiente ­(pragmatismo economico-sociale). Anche le ricchezze non devono esser cumulative in senso conservativo, ma entrare nel flusso economico, essere “girevoli” tra i gruppi che compongono la società (Considerazione VII). Si tratta di una tesi che prima di Luzzatto è stata sostenuta dall’economista calabrese Antonio Serra.[4] Poste tali  premesse, il rabbino tratta l’aspetto che gli sta più a cuore, cioè quello dei profitti che la “nazione” ebraica apporta, sia nel commercio sia nelle tasse che paga senza ricorrere all’intervento statale, ad esempio l’erario per la propria difesa (Considerazione VIII). Continuando la discussione sui contributi ebraici, la considerazione nona tratta un aspetto molto delicato: il prestito bancario operato dagli ebrei in quanto istituzione sociale voluta dal senato veneziano con lo scopo di «soccorrere a bisogni, et urgenze de poveri meschini, con utile solamente de cinque per cento all’anno».[5] La considerazione decima conclude la prima parte, sostenendo che la protezione usata nei confronti degli ebrei è sia un fatto onorevole per il sovrano, sia proficuo, facendo espressamente riferimento alla storia di Giuseppe e del Faraone.

Le prime dieci considerazioni hanno una logica interna che progressivamente arriva al punto decisivo: solo gli ebrei possono rivestire il ruolo di mercanti all’interno della comunità economica, civile e politica veneziana, in virtù del loro consolidato talento e della fedeltà alla costituzione della città. Questo è il loro compito peculiare, non essendoci nessun altro che possa adempiere ciò che essi hanno raggiunto sia in qualità che in competenza. Letto nella prospettiva secondo cui il discorso è stato concepito, come apologia volta ad evitare un’espulsione imminente da Venezia (vide intra), ci si accorge che il tono è tutt’altro che mite, umile e sottomesso. In effetti, dalla veste retorica di tractatus, e non di petitio, traspaiono piuttosto orgoglio e compiacimento per il risultato di qualità ed eccellenza raggiunto dall’ebraismo veneziano. Parlando degli interessi bancari si nota anche una certa critica, in quanto Luzzatto cita espressamente l’esempio di altre città dove i tassi d’interesse sono ben più alti del cinque per cento. Solo la volontà del senato e la pronta ubbidienza della comunità hanno prodotto una situazione di privilegio scaturita dall’amor per il prossimo e per la pace sociale. Si tratta certamente di un’arringa difensiva, ma allo stesso tempo di un monito concreto al consiglio, un caveat politico  per la perdita che Venezia potrebbe subire se non ci fossero gli ebrei.

La considerazione undicesima introduce la seconda parte. Luzzatto cerca nella storia, soprattutto nella storia della filosofia, personalità di rilievo, eccelse pur nella molteplicità del loro carattere. Egli cita Socrate, come garante della commistione delle caratteristiche umane, quando affermava di «non sapere se egli fosse un solo animale, overo una moltiplicità di diversi in se stessi anodati, et invilupati».[6] Lo scopo di questa osservazione di principio è quella di introdurre un’argumentatio a maiori: se nel mondo individuale si riscopre questa molteplicità tanto più ciò vale nei confronti di una nazione, specialmente quella ebraica. Dispersi in tutte le parti del mondo, poco accomuna gli ebrei. Caratteristica essenziale è, secondo l’autore, la persistenza delle dottrine e della fede, «fermezza e tenacità indicibile nella credenza, et osservatione della loro religione, uniformità di dogmi circa Veltrila loro fede per il corso di 1550 anni».[7] Ciò che accomuna gli ebrei, inoltre, è la carità umana e l’ospitalità. La distanza non è, invece, causa di divisione, perché essi sono uniti dalla religione e dalla comunanza della stirpe. Ciò non implica che gli ebrei siano immuni da delitti e trasgressioni. Infatti i delitti possono essere di due specie, alcuni possono esser redenti (con pene corporali per esempio) ed altri che vengono redenti con l’esecuzione, quando vi è il pericolo di propagazione e contaminazione criminale. Una distinzione particolare va fatta per la cospirazione come «mutatione di religione, invasione de città, solevatione contra alcun ordine, e stato civile».[8] Luzzatto affronta qui un tema molto difficile e pericoloso come quello della pena comminata a causa della religione e della libertà, e facendo appello al martirio conclude che «quanto che l’istessi suplitii, e pene, sono da delinquenti stimati premii, e gloriose ricompense delle loro operationi incontrando essi piùttosto festivamente la morte, che con horrore fugendola, come nella vendicatione della libertà, e mutatione de religione spesse volte occorre».[9] È vero che Dio punì tutto il popolo a seguito dell’adorazione del vitello d’oro e dell’ammutinamento di Corach («Iddio voleva castigare l’universale»[10]), ciò avvenne, però, per l’inclinazione d’ognuno verso questi delitti. La nazione ebrea non ha commesso nefandezze tali da meritare come punizione l’eccidio totale o l’esilio universale. Le sollevazioni al tempo di Traiano ad Alessandria e a Cipro devono essere ricondotte alla partecipazione degli ebrei al potere («gli Hebrei partecipavano del governo delle città»[11]) ed erano vicine alla cattività sotto Tito «onde conservavano ancora alcuni temi della loro natia ferocità».[12] Luzzatto non mostra di sapere o almeno non dice concretamente quali siano stati i motivi dell’espulsione totale dalla Spagna: forse  ̶   come afferma   ̶   a causa di 15 o 20 delinquenti che hanno commesso latrocini, assassini o particolari delinquenze, oppure, per un motivo interno più segreto, come la cospirazione che serpeggiava in tutta la nazione Granatina, e che probabilmente avrebbe meritato l’eccidio più che l’esilio. Egli dichiara: «non ha dubbio alcuno che il dannare l’universale per il particolare è contra la norma naturale, et amaestramento della Legge Divina».[13] È possibile abusare di ogni strumento adoperato dalla società, come il ferro o come la parola stessa, non si trova però tra i legislatori nessuno che abbia proibito l’estrazione del ferro o l’uso della parola. Dio stesso si compiaceva di trovare cinque giusti che potessero salvare una città nefanda «tanto è lontano che pochi delinquenti d’una natione siano bastevoli a provocare la publica indignatione contra l’universale di essa».[14]  La logica della concezione luzzattiana è chiara: i delitti dei singoli deve esser pagati dai singoli e non dalla comunità, anche se l’“atto criminale” riguarda la fede e la rivendicazione della libertà di coloro che non vogliono abbandonare la propria tradizione.  Qui è lecito chiedersi se Luzzatto stia parlando dell’espulsione del 1492, oppure di critiche contro la religione ebraica che avrebbero potuto portare all’espulsione dell’intera comunità ai suoi tempi. In tutti i casi, si nota che il tema affrontato da questa considerazione in poi sarà la religione e la dottrina degli ebrei in generale. Dopo aver presentato l’ebraismo veneziano come dotato di un talento naturale per il commercio e per l’esercizio dell’attività bancaria, il rabbino presenta la cultura ebraica (i riti), non dissonante dall’universale. La considerazione dodicesima affronta gli aspetti critici sollevati da tre gruppi della società: religiosi zelanti, politici e volgo. Il primo gruppo si appella alla divisione che apporta la tolleranza di una religione diversa da quella costituita e comune; i politici, invece, evidenziano gli aspetti  dello scandalo, del cattivo esempio e del pericolo sociale, sfociante in disordini e divisioni causati tra il popolo dalla presenza ebraica; infine il volgo ignorante si rende colpevole di «calunnia, e maledicenza finta, e machinata in odio della natione». Luzzatto si dedica, però, soprattutto alla calunnia di usura e di tradimento rivolta agli ebrei veneziani, perché (falsamente) ritenuti soci dei corsari; accuse che certamente facevano parte della propaganda antiebraica veneziana. Proprio per contrastare l’aspetto negativo di profitto e di faziosità, contestato dai cristiani, l’autore difende l’ebraismo, richiamando, nella considerazione tredicesima,  la legge mosaica e affermando «che la Legge antica Mosaica instituì che si douesse usar carità verso tutto il genere humano» (46r). Anche l’aspetto bellico viene menzionato, nella considerazione quattordicesima, con riferimeno alla storia biblica. Infatti, il rabbino – in questo caso discepolo di Nicola Cusano – afferma che la religione non è un motivo valido per fare la  guerra, come dimostra il testo sacro: «benché gli Hebrei erano differenti di religione dagli altri popoli, non gli era lecito mover guerra a lor vicino per semplice causa di quella».[15]

Nella considerazione quindicesima, Luzzatto tratta apparentemente la polemica di Tacito contro le tradizioni ebraiche, in realtà egli intende rielaborare le tesi di Machiavelli a vantaggio delle proprie riflessioni. Dalla considerazione sedicesima in poi, il rabbino si dedica direttamente alla presentazione degli ebrei come nazione di cultura, dispersa nell’orbe da chi non ha potuto contrastare le loro dottrine. Riprendendo un tema già trattato all’inizio, egli svolge il pensiero sulla propagazione della cultura, affermando che due sono le vie della memoria eterna scopo d’ogni popolo e cultura (“qualunque popolo e natione che consacrò la sua memoria alla sempiternità…”),[16] le armi o le dottrine, oppure, detto in termini storici, i romani o i greci. Gli ebrei furono celebri sia per l’una che per altra cosa. A conferma di ciò l’autore chiama in causa il Bellum Iudaicum di Giuseppe Flavio e la Praeparatio evangelica di Eusebio di Cesarea, che celebrano non solo il sapere, ma anche il valore militare della nazione ebraica. Dopo la distruzione e l’affermarsi del dominio straniero, caddero in disgrazia non solo le armi, bensì anche le dottrine. In riferimento alla storia greca, che ha saputo mantenere in auge le proprie dottrine, anche dopo la conquista politica e militare, Luzzatto cita la storia del Cristianesimo che soffrì molto di più sotto Giuliano, imperatore che ne mise al bando le dottrine, piuttosto che sotto gli imperatori persecutori (citazione indiretta da Lattanzio). Questa considerazione è anche un piccolo trattato sui differenti gruppi che esistono nell’ebraismo storico ed attuale (rabbini, talmudisti, filosofi, cabalisti).

La diciassettesima considerazione si occupa dell’ammissibilità degli ebrei nelle città e dei motivi di estromissione da esse. Luzzatto argomenta che le nazioni ed i gruppi al potere, siccome non riescono ad attaccare la religione ebraica con argomenti validi, ricorrono alle espulsioni oppure alla politica intollerante, dal momento che gli ebrei non sono ammessi in numerose nazioni (Francia, Spagna, Inghilterra) e in numerose città d’Italia. Tuttavia, l’esempio di altri stati e città è un argomentazione fuorviante, dal momento che citare la fatalità “in materia politica è absurdità per la contingenza e diversità d’individuali accidenti.”[17] In altre parole, il fatto storico non dice niente sulle diverse e specifiche cause di accettazione e rifiuto della presenza di comunità ebraiche.

1730 Venezia_ La Riva Degli Schiavoni Verso Est CanalettoLa diciottesima considerazione si concentra sulla dispersione degli ebrei e sulla loro condizione politica sotto i diversi principati e monarchie, enunciando la dottrina dell’ascesa e del declino dei principi ed imperi. La fine d’una nazione può avvenire a causa di una corruzione assoluta o per una qualche  trasformazione. La nazione ebraica, pur dispersa, conserva “l’identità della sua essentialità.”[18] Infatti, la persistenza della nazione è frutto della volontà divina. La dispersione ha reso gli ebrei obbedienti ai Superiori e immuni dalle innovazioni dei dogmi e riti: «non potendo serpeggiare, et invadere tutto l’universale per la divisione, e distratione delle parti integranti della natione».[19] Sul numero degli ebrei nel mondo, afferma Luzzatto, non si sa niente di preciso, criticando così anche la tradizione delle dieci tribù. Egli enumera gli stati dove si trovano gli ebrei e le libertà di cui godono o le costrizioni da cui sono afflitti, lodando la Turchia per la libertà di possesso di beni stabili. Parla della Terra santa, della Germania, della Polonia, della Lituania, della Chiesa Romana (intendendo lo stato Pontificio), affermando: «certa cosa è che la natione hebrea in alcuni articoli inclina alla romana più che alla loro opinione. Tengono gli Hebrei la Scrittura Sacra in molti lochi non esser intelligibile senza il lume delle traditioni […]. Credono ancora che grande sia il valore dell’opere meritorie».[20] Il rabbino conclude, ritenendo che la “natione Hebraica”,  tanto divisa e dilaniata, conserva una certa unità di fede ed uniformità. Un’unità dovuta anche alla tolleranza dei sovrani che la proteggono, ed in ciò eccelle la Repubblica veneziana.

La seconda parte del Discorso analizza la possibilità di espulsione della comunità intera per crimini commessi dai singoli, cercando di demolire ogni possibile aggancio biblico e ogni cavillo giuridico-politico;  spazia poi nel contrastare ogni critica cristiana o politica volta a giustificare l’assenza degli ebrei nelle città europee e la loro estraneità al discorso culturale del tempo. L’eccellenza della cultura ebraica è ben fondata nell’antichità, ma anche – e qui è un aspetto nuovo e peculiare dell’apologia del Luzzatto  – nella struttura  intellettuale della comunità ebraica del presente di cui loda l’operosità e la profondità delle vedute. Il messaggio politico del testo è che la comunità politica si può e si deve fidare degli ebrei, poiché essi sono devoti e in armonia con la loro storia e con il loro presente allo spirito della costituzione veneziana.

Il Discorso di Luzzatto viene comunemente considerato un’apologia della comunità veneziana. La causa immediata che avrebbe spinto il rabbino a scrivere il Discorso, secondo l’opinione più diffusa tra gli studiosi, sembra di natura prettamente contingente alla situazione degli ebrei a Venezia: un furto clamoroso, commesso anche da ebrei del Ghetto avrebbe potuto portare alla totale espulsione degli ebrei dalla città. Nel settembre del 1636, ci fu in effetti un furto clamoroso, nel quale vennero coinvolti anche nobili, alla Merceria e una parte della refurtiva venne trovata nel Ghetto. Il processo durò a lungo e diventò un affare di Stato. Gli ebrei rischiavano l’espulsione dalla città, pena che per alcuni di essi era stata già comminata. Con l’intento di calmare gli animi e di far luce sull’accaduto, fu nominata una commissione che aveva tre mediatori ebrei: Shmuel Meldola di Verona, Simone Luzzatto (nominato dall’università degli ebrei del Ghetto) e Israel Conigliano, amico intimo del ministro Ser Marco Giustiniano. Questo episodio è divenuto noto solo dal 1949, tramite la pubblicazione di un documento ad opera di Moshe A. Shulvass,[21] in cui si afferma che Luzzatto abbia composto «un’opera elegante in vernacolo sugli ebrei e che fu dedicato ai ministri e che fu ricevuto benignamente da loro» È probabile che qui si alluda al Discorso; è difficile, però, sapere se quest’opera sia già circolata prima della stampa del 1638, oppure se la cronaca suddetta gli attribuisca post eventum un ruolo che ai tempi non gli competeva. Certo è che il Discorso non ignora i motivi che hanno portato nella storia ad espulsioni come quella dalla penisola iberica, poi estesa all’ebraismo nel territorio sotto il controllo o l’influenza degli spagnoli. Gli accenni alla natura fallace dell’ebreo, come d’ogni altro individuo nella società civile, sono nell’opera di Luzzatto indici di un problema che circolava nelle comunità ebraiche non solo italiane. Della criminalità del singolo, come pure delle speculazione monetarie, veniva chiamata a rispondere l’intera comunità che agiva in tal senso, e solo in tal senso, come una comunità  politica chiusa, uno stato, responsabile d’ogni azione dei suoi membri.60c34 003

Il Discorso va, però, al di là di una perorazione retorica all’autorità costituita per impetrarne il favore. Leggendo le “Considerazioni” si ha l’impressione di aver dinnanzi un trattato moderno che, lasciando da parte il motivo tradizionale della protezione politica degli ebrei, si incunea nel discorso politico dell’utilità dei gruppi all’interno della società. Perciò rifiuta il mondo utopico e il comunismo dell’uguaglianza dei cittadini, optando per un mondo di caste, come quello dell’India, che siano in grado di agire efficacemente nel mondo economico e sociale. Questi accenni sono nuovi e elevano l’opera luzzattiana al di sopra d’ogni altro modello politico rinascimentale e barocco, che si riferisce al modello “repubblicano” di Venezia. Ho i miei dubbi, infatti, che il trattato di Luzzatto sia da collocare negli scaffali di storia del pensiero politico come una lode del governo veneziano, anche perché dopo la vittoria navale e morale di Lepanto (1571) cominciava il declino della Serenissima che culminò poi con la presa di Creta nel 1669.[22] Quando Luzzatto era dedito stesura del testo, la Serenissima non era che un’idea pallida di ciò che era stata. Visto perciò con gli occhi della storia e del mito di Venezia,  il trattato di Luzzatto non ha le caratteristiche fondamentali per essere solo una lode di Venezia intesa come repubblica ideale biblica e romana. Infatti, ciò che manca nell’opera è proprio l’elemento chiave dei modelli politici dell’epoca, e cioè fondare i principi della repubblica Veneziana nella storia biblica (o in quella greco-romana).

Qual è dunque lo scopo del trattato luzzattiano: scrivere un’opera che esemplifichi la vita degli ebrei come paradigma sociale, politico e culturale. La lode di Venezia come governo di tolleranza è certo una captatio benevolentiae, e in quanto captatio cerca di associare l’ebraismo alla dottrina cattolica (Discorso 90v; Scritti, 104). Essa non è, tuttavia, per nulla parte integrante della natura e dello scopo della composizione. Il Dicorso mira, infatti, ad istituzionalizzare l’ebraismo in quanto gruppo all’interno di una struttura sociale. Un’istituzionalizzazione sistematicamente raggiunta attraverso una standardizzazione della storia ebraica, che talvolta, come nel caso dei Caraiti o della cattolicizzazione dell’ebraismo, lascia il lettore storicamente e teologicamente perplesso.

Bisogna, infine, spender un parola sul significato del termine “storia” nella concezione del rabbino veneziano. Il concetto di verità storica che Luzzatto propaga nasce all’interno della sua concezione scettica: solo la verità interna, non percepita dai sensi, ha la prerogativa di essere tale, vera cioè, indipendente dal tempo, un concetto sviluppato poi nella seconda opera del veneziano, il Socrate.[23] L’idea non viene chiarita in tutte le sue sfaccettature. Se ne fa cenno soltanto nella dedica dell’opera e nella prefazione. Il rabbino veneziano usa un concetto, a mio giudizio, del tutto inusuale, quello della “verità invita” che richiama alla mente la funzione di Minerva invita, dea della guerra e della sapienza. Nello stesso tempo riprende la concezione aristotelica della percezione della verità, che viene enunciata per esempio nel De anima, 3: secondo Aristotele la verità non dipende dall’affezione emotiva, dal momento che non possiamo evitare l’alternativa tra vero e falso. La fede filosofica e politica nella verità assoluta, libera dall’arbitrio umano, viene enunciata nella prefazione all’opera dove si rivolge al suo lettore con queste parole: «mi son proposto nell’animo[24] formare compendioso ma verace racconto[25] de suoi ritti principali, et opinioni più comuni dall’universale non dissonanti, e discrepanti, nella quale applicatione ho procurato con ogni mio potere, benché io sia della istessa natione, astenermi da qualunque affetto, e passione che dal vero deviare mi potesse[26]. Così spero incontrare discreto lettore, che vacuo d’ogni anticipato, e preoccupato giuditio non sia per seguire il volgare costume, di solo approbare, e sentir bene [5v] de avventurati, e felici, e sempre dannare li abbattutti, et afflitti, ma con retto giuditio sarà per billanciare quello in tal proposito mi ha dettato la mia imperfetione.»[27]

Uno degli scopi fondamentali dell’opera di Luzzatto è, dunque, mettersi su un piano storico e filosofico che lo pone al di là del sospetto di faziosità, di ricerca del proprio utile e particolare. Non è un caso che si rivolga ai suoi destinatari chiamandoli “amatori della verità”, cercando così di accostarsi al suo pubblico come a coloro che, pur avendo qualche cosa contro l’operato e l’esistenza stessa degli ebrei, ne riconoscano, al di là dell’affezione emotiva, il ruolo attuale e la grandezza almeno passata. Su questo punto, l’autore richiama espressamente il proprio lettore prudente: «E se coroso fragmento d’invecchiata statua, perché da Fidia overo Lisippo fusse stata elaborata appresso il curioso antiquario sarebbe d’alcun prezzo[28], così non dovrebbe affatto essere abborita la reliquia dell’antico popolo hebreo, benché da travagli difformata, e dalla lunga captività deturpata, poiché per comune consenso degli huomini già una volta esso popolo da Sommo Opefice prese forma di governo, et institutione di vita».[29]

Concludendo. Non ci si meraviglia se la concezione politica propugnata dagli autori ebrei del Rinascimento e del Barocco sia un’eco della situazione politica che gli stessi hanno vissuto. Tuttavia, mentre altri intellettuali ebrei sono ancora nel mondo apologetico passivo (ripercorrere la gloria ebraica fino al tempo presente, fondandola sulla Bibbia), Luzzatto parte dalla situazione presente fondandola poi nella vita del popolo giudaico e nella sua istituzione come “nazione” e fede. Egli riconosce la forza economica della pace e della concordia, come motori della società. Intravede nella storia che egli vive l’economia mercantile (e il mercantilismo) come caratteristica peculiare e ne fa un motivo per la salvezza politica  dal declino della nazione ebraica, e addirittura della città di Venezia. In questo senso, si può parlare di un pensiero che, nel suo piccolo, rivoluziona le categorie del tempo, e soprattutto della comunità ebraica, innestandosi in quel discorso sulla “tolleranza” degli ebrei che avrà una sua storia del tutto singolare.

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[1] Simone Luzzatto. Scritti politici e filosofici di un ebreo scettico nella Venezia del Seicento,  a cura di Giuseppe Veltri in collaborazione con Anna Lissa & Paola Ferruta, Milano, Bompiani, 2013. Sul rabbino veneziano ed il suo trattato si veda l’analisi  di Benjamin Ravid, Economics and Toleration in Seventeenth Century Venice, Jerusalem, American Academy for Jewish Research, 1978.

[2] Discorso, 37v-38r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 42-43.

[3] Su quest’aspetto vedi Riccardo Bachi, La dottrina sulla dinamica della città secondo Giovanni Botero e secondo Simone Luzzatto, Atti della accademia nazionale dei lincei ser. 8, 1 (1946 [1947]), pp. 369-378.

[4] Antonio Serra, Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d’oro e d’argento dove non sono miniere (Napoli 1613, ristampa a cura di Leonardo Granata, San Giovanni in Fiore, 1998).

[5] Discorso 33r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 37.

[6] Discorso 35 v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 40.

[7] Discorso 38r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 43. Se la cifra è esatta e se si aggiunge l’anno della distruzione del tempio 70/72 dell’era comune, si arriva al 1620/1622, come data di composizione del trattato, o almeno di questa parte. Tuttavia l’autore potrebbe aver in questo caso arrotondato il calcolo.

[8] Discorso 39r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 44.

[9]   Ibidem

[10]   Ibidem

[11]  Discorso 39v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 45.

[12]  Ibidem

[13]  Discorso 40r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 45.

[14]  Ibidem

[15] Discorso 51v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici,  58.

[16]Discorso 73r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 84; si veda anche 74v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 85: «Le guerre, le vittorie, senza li preconii, et encomii de litterati, non sono altro che strepiti e rumori, ma le lettere e dottrine riguardano all’eternità».

[17] Discorso 86r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 99.

[18] Discorso 89r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 102.

[19] Discorso 89v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 103.

[20] Discorso 90v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 104.

[21] Su questo episodio si veda Moshe A. Shulvass, A Story of the Misfortunes which Afflicted the Jews in Italy, «Hebrew Union College Annual» 22 (1949): 1-21 (in ebraico). Cf. anche Ravid, Economics, 10 e segg.

[22] Sulla storia degli ebrei a Venezia esiste allo stato attuale una buona e ben fondata ricerca; rimando solo alle opere seguenti, attenenti al mio tema: Benjamin Ravid, Economics; Cecil Roth, The History of the Jews in Venice, (Philadelphia: Jewish Publication Society; repr. New York 1930; repr. 1975); Gaetano Cozzi, ed., Gli Ebrei e Venezia. Secoli XIV-XVIII, Edizioni Comunità, 1987; Benjamin Arbel, Trading Nations. Jews and Venetians in the Early Modern Eastern Mediterranean, Leiden, Brill, 1995.

[23] Socrate overe dell’humano sapere esercizio seriogiocoso di Simone Luzzatto Hebreo Venetiano opera nella quale si dimostra quanto sia imbecile l’humano intendimento, mentre non è diretto dalla divina rivelatione, Venezia, Tommasini, 1651; Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 107-400.

[24] «Havendomi proposto nell’animo», così inizia il manoscritto del Discorso [Venezia, Biblioteca Marciana, It. VI 278, n. 7 (5882), fols. 101–119, fols. 104v–107v assenti. Legato Nobile Girolamo Contarini (1843), sulla costa “Relazioni di vari Prencipi”, citato come “Ms.B.M.”], di cui si riportano le variazioni di rilievo rispetto all’edizione stampata del 1638 (Roma, Biblioteca Angelica, C.7.68\1). Ms.B.M., 102r.

[25] Ms.B.M., 102r.: «compendioso racconto et raguaglio dell’openioni».

[26] Luzzatto sembra qui parafrasare il famoso motivo del narrare “sine ira et studio” (“senza rancori e senza favore”) dell’incipit degli Annales di Tacito (I 1, 5).

[27]    Discorso 5r, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 8.

[28] In modo simile inizia anche Machiavelli, Discorsi, I, Proemio, 3: «Considerando adunque quanto onore s’attribuisca all’antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempi, un frammento d’una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo per averlo appresso di sé».

[29]    Discorso, 6v, Luzzatto. Scritti politici e filosofici, 7.

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gveltrisof*Giuseppe Veltri  si è formato alla Libera università di Berlino; è stato chiamato alla cattedra di studi ebraici all’università di Halle-Wittenberg nel 1997; dal 2014 è ordinario di filosofia ebraica all’università di Amburgo; è anche professore onorario di storia delle religioni all’università di Lipsia.  È curatore della rivista European Journal of Jewish Studies (Brill) e della serie  Studies in Jewish History and Culture (Brill: Leiden, Boston). Dal 2004 al 2012 è stato membro eletto del comitato scientifico della German Research Foundation, Bonn, Germania e dal 2009 è presidente della German Association of Jewish Studies. Il suo campo di ricerca verte sulla storia culturale dell’ebraismo, sulla filosofia ebraica, sulla magia, sulla storia della medicina, sulle traduzioni bibliche e sul canone biblico. Tra le sue numerose pubblicazioni sono da annoverare: Language of Conformity and Dissent: On the Imaginative Grammar of Jewish Intellectuals in the Nineteenth and Twentieth Centuries (Academic Studies Press, 2013); Scritti politici e filosofici di Simone Luzzatto, Rabbino e Filosofo nella Venezia del Seicento, ed. in cooperation with Paola Ferruta and Anna Lissa (Milano, Bompiani, 2013);  Renaissance Philosophy in Jewish Garb: Foundations and Challenges in Jewish Thought on the Eve of Modernity (Leiden, Boston, Brill 2009); The Jewish Body. Corporeality, Society, and Identity in the Renaissance and Early Modern Period, ed. together with Maria Diemling (Leiden, Boston, Brill 2009).

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One thought on “Apologia del particolare ebraico “sine ira et studio”: la filosofia politica di Simone Luzzatto

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