Poesia/Recensioni

Lucianna Argentino: Ora mi siedo e scrivo

di Sebastiano Aglieco

argentinoL’esperienza estrema di una separazione credo possa lanciare la scrittura verso il suo maggiore apice, o condannarla al silenzio definitivo, e questo è un rischio dal quale la parola può liberarsi solo commettendo “il peccato” di un “appello”, cioè di un tirarsi fuori dalle maschere e dagli schemi entro cui il tempo la relega; prendersi, insomma, il rischio di mostrare la vanità, la sontuosità, il fruscio dello “stile”.
I poeti che si ritrovano ad affrontare il tema della morte, devono fare i conti con una verifica degli esiti della propria vita innestata, per debito, nella storia di chi se ne è andato. Essi sono accomunati dalla necessità di abbassare il tono della dichiarazione, di trovare nelle parole un senso all’ineludibile e soprattutto alla vita che sempre si rinnova e mai muore.
Trovo questa necessità nei libri di poeti che hanno trattato il tema della scomparsa: per esempio Marco Fregni, Luigi Cannillo, Livia Candiani, Milo De Angelis, per fare dei nomi, e adesso in questo di Lucianna Argentino, L’ospite indocile (Passigli, 2012), asciuttissimo e concentrato nel suo procedere, come vedremo, senza mai rinunciare alla commozione.

Innanzitutto notiamo la mancanza di suddivisione in capitoli ma un procedere da immagini legate al tema del compito, fino a testi che inneggiano alla vita, alla varietà dell’esperienza partendo dal dono della presenza dei bambini: “le voci dei bambini / impollinano il tempo”.
Del resto, quanto centrale sia in questo libro il tema del compito, possiamo intuirlo leggendo questo testo:

Prima il compito
il dovere
del sì d’incanto
e poi la prova
la misura
della visione
e della stonatura.

Già nelle prime poesie ci vengono incontro due immagini bellissime: la presenza di una madre – costante e riservata, che attraversa a passo leggero tutto il libro – e un nasturzio all’ombra della parola: dichiarazioni di un tema, e cioè la preservazione e la resistenza – tale è il valore simbolico del nasturzio – temi connessi, quindi, alla parola e alla sua funzione.
Da subito, infatti, Lucianna Argentino si rende conto della responsabilità etica connessa all’atto dello scrivere, in un tempo, il nuovo millennio, in cui “sarebbe meglio cambiare il pensiero”, perché “il silenzio si è fatto più fitto/e le parole avvizziscono”.
E lo ribadisce poi in tre passaggi assai significativi che qui riporto:

Il foglio è altare
su cui concelebro la vita
su cui consacro – questo è il mio corpo
questo è il mio sangue – la parola
in passaggio di sostanza.

***

Non è che l’ombra del silenzio
questa parola che irrompe
e sgorga necessaria come tutto il bene

Ma soprattutto:

Scrivere è togliere spazio al male,
è addomesticare la paura
che torna selvatica a ogni respiro
è tentativo di conoscere
se nella radice dell’albero dimorano
necessità e libertà…

Come si vede, è della parola il progetto di andare oltre, di far traghettare vivi e morti, e non si può dare senso alla morte attraverso la parola senza darlo alla presenza/assenza di un Dio – in questo libro, spesso la parola sembra volersi costruire una casa fuori dalla grazia del Numen, perché noi, dice Lucianna Argentino, ci troviamo nella condizione ontologica di continuare “a mangiare il frutto / della prima disobbedienza”.
Il lavoro, dunque, consiste nel continuare a dare forma a ciò che forma non ha più “scrivo di nascosto da Dio / che nella bocca voglio parole mie / e niente niente”: compito del mondo, non più di un Dio che ha già creato il mondo e sembra essersi ritirato dopo la fatica.
Una delle immagini centrali nella prima parte del libro, è dunque l’asola, spazio vuoto intorno a cui si raccoglie possibilità e lavoro, luogo di ricongiunzione, “passaggio e allaccio /, (…) spazio dell’abbraccio / (…) pertugio e rifugio / (…) il chiuso / esposto alla parola”, immagini strettamente connesse a quella della cruna, “la cruna dei campanili / (che) tessono l’attesa, la disciplina dello sguardo / posato su un mondo in calo / sciupato ed esangue”.
Ma anche ad altre immagini che dicono di uno slabbrare, smussare; argine, argano, scarto… Quindi un movimento, una ricerca dentro la parola, di una forma di bellezza che ci liberi, “la bellezza si fa scrittura / e non ne muore”; saper distinguere, discernere, “mentre scrivo per sapere cosa è natura / e cosa è sostanza e come fa a essere buono / un frutto o un uomo”.
La morte, insomma, ci riconsegna a un perché, alle stesse identiche domande senza risposta dei bambini: “- dove va la notte quando è giorno? /- mezz’ora è tanto o poco?”. Ai poeti, poi, agli artisti tutti, Lucianna Argentino affida una incombenza in più, che è quella dell’azzeramento dei catenacci culturali e della riappropriazione del senso della “sonora pietra”, della logica misteriosa del “lavorio della formica”, “nella liturgia della morte”; una non risposta, insomma, che può avere solo la forma della liturgia, appunto, e della preghiera – bellissime le preghiere minime di questo libro, con questa premessa: “in preghiera si ricrea il suono”.

Dammi un parlare buono
quanto il silenzio a fiotti
dal sonno di un bambino
su cui s’inarca il buio…

Ecco, allora, il corpo mortale diventa corpo splendente, corpo resuscitato dalla parola. É questo, secondo me, il vero senso di ogni religio, e personalmente per me l’arte è una forma di religio: – si pensi alla resurrezione del Cristo, tutta basata sul dire delle donne, sul racconto delle loro prime parole; e si pensi al logos giovanneo, al pensare che la creazione sia avvenuta attraverso la parola, appunto, non al lavoro delle mani.
Ecco: allora la poesia, più di ogni altra scrittura, vuole sollevare, rifondare l’imago delle cose quando le cose sono rimaste appannate dal velo del mondo e non esistono più.

Che forma assume, dunque, questo padre, dopo il lavoro della parola? Innanzitutto egli è sottratto alla cronaca – un unico testo riporta la data della sua dipartita, e non è una cronaca, ma la formula sincopata di una preghiera, di un estremo commiato –

Sia propizio l’attimo
nel suo declinarsi duraturo
nello stare tutto raccolto
nel solito delle cose
in confidenza con l’eterno.

(27/2/2009)

Un minimo racconto lo troviamo, piuttosto, in posizione decentrata, come sottratta allo sguardo invasivo della cronaca, a cui interessa solo il dato spicciolo, l’esposizione di una istantanea in tempo reale:

Andava incontro al padre
lo rimetteva al passo,
al presentimento postumo.
Fate presto, Fu ciò che in ultimo
udì da lui – vero di voce.

Che forma assume, dicevamo, questo padre, dopo l’intervento della parola?
Ma la domanda è mal posta e va invertita. Bisognerebbe dire, dunque: che forma assume la parola, dopo l’eventum della scomparsa del padre?
Innegabilmente essa ha imparato a filtrare la vita attraverso la lente fragilissima ma potente della comprensione e della pietà, a nutrirsi dei segni minimi, del “moto armonico semplice dell’amore / che tiene alto il coefficiente di correlazione / tra i vivi e i morti”. E questo perché, dice Lucianna Argentino,

Il nome del padre
è un nome difficile
che a sussurrarlo
temi ne fugga la luce
e a dirlo forte
se ne perda il regno.

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One thought on “Lucianna Argentino: Ora mi siedo e scrivo

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