Poesia

Linee d’inappartenenza: “Un guaio che non è stato preso in esame” di Emma Pretti


ConfineDellaTerraCurva

Il confine

Misura l’altezza di un viaggio,
e lo portiamo dentro come
la corda funambolica che
raccoglie echi di tempo e spazio.
Ingombro di solitudini, fa chiasso
con miscugli di elementi originali
e le risultanze banali dell’esistenza
a un punto incerto.
È una stanza costipata all’ultimo
piano, un magazzino vuoto di lavoro,
la campagna quando cambia espressione
e cittadine, a volte minuscole
con dogane sradicate
che modulano venti lingue
dentro un solo alfabeto.

Senza titolo-3

Il confine è quella linea il più delle volte indefinibile, che permette a elementi naturali, popolazioni, linguaggi di sfumare gli uni dentro gli altri, confondersi, contaminarsi per creare nuove realtà, permettendo tuttavia agli elementi caratteristici e più funzionali di sopravvivere dentro nuove forme – e in definitiva questa raccolta di liriche (anche se pare improprio chiamarle esclusivamente liriche) è un libro di contaminazioni.

“ Il pop non è un’esaltazione del nulla “ è la definizione che raccoglie la mia  profonda convinzione, il basilare assioma da cui muove la mia ispirazione – che al contrario vi individua la più autentica espressione delle epoche, della gente che interagisce e respira all’interno del proprio tempo, plasmando spesso realtà che lo travalicano – per questo vi si immerge senza pregiudizi o prevenzioni, e senza alcun timore di sporcarsi, di assumere un tono sciatto o di perdere in autorevolezza.

All’interno della raccolta  prevale  una contaminazione non solo linguistica ma anche di generi artistici  (cinema, video, web, socialnetwork, fantasy, musica ecc.) non solo di serie A ma anche B e C fino al fotoromanzo e al feuilleton.

Più che una raccolta poetica tradizionale, ci troviamo di fronte quindi a un’esplorazione di confini dove il confine:   – Misura l’altezza di un viaggio, / e lo portiamo dentro come /la corda funambolica che / raccoglie echi di tempo e spazio.

Oltre la superficie della forma, nei contenuti dei testi, l’attenzione si volge a scandagliare il limite, la demarcazione tra l’esistenza e la non-esistenza – che non consiste nella morte, ma nella mancata partecipazione alla vita e alla sua caleidoscopica vertigine, l’assenza di coraggio nell’affrontarne il peso, la forza, così come l’incapacità nell’abbandonare le direzioni sbagliate, i vicoli ciechi.

Gli argomenti traggono sostegno da un’espressività che è anch’essa un ‘indagine, e allo stesso tempo una fusione e un superamento dei generi, e più specificatamente, del margine tra la prosa e la poesia, nel tentativo di raggiungere una formula “né familiare né antica, ma elegante, maestosa, distinta dal dire comune” (Giacomo Leopardi) – e con Leopardi d’accordo nel ritenere che ” Una lingua non è bella se non è ardita, e in ultima analisi troverete che in fatto di lingua, bellezza è lo stesso che ardire…” .

Chinatown

Non ricordo molto del quartiere
che mi trovai ad attraversare una sera d’inverno:
pilastri e portici scuri, insegne e luci
impresse nelle pozzanghere – ai lati della strada
la neve che sotto la pioggia diventava
trasparente e grigia.
Dal nulla schizzavano fuori dei cani che s’intrufolavano
tra le gambe dei passanti: gli abiti sussultavano
appena un attimo dopo, senza aver il tempo di
sorprendersi per qualcosa che li aveva sfiorati
scomparendo subito.
I cani filavano via con le code tese, imboccando
vicoli trasversali dove sprofondavano nell’immondizia
e occhieggiavano dagli scatoloni vuoti.
Animali nati da uno sbuffo di fumo delle caldaie
e condensati in una ganascia d’aria gelida.
Non mi sorprendeva la marea di cappotti che continuava
a urtarsi sul marciapiede e attraversava sull’altro lato.
Era una vigilia di lanterne e lumini; code di pavone
aperte a ventaglio gonfiavano di lusso le vetrine.
Un piccolo drago ondeggiava appeso a fili
duri e lucidi, per essere additato, esposto a
un tribunale di sussurri e sguardi curiosi.
Aspettava di essere acceso come l’ultimo scrigno
della tentazione, per bruciare aggrappato alla virtù.
Come dicono nelle leggende che “ da grasso diventa magro
e prova a distinguersi con un fumo che cambia colore,
qualcosa di trasparente e arrotolato
come l’abito nuovo della sapienza,
coerenza appuntita e scaltra. “
I campanellini dei negozi suonavano in continuazione,
i clienti sostavano e si urtavano entrando.
Scelsi un emporio di cappelli, pipe, amuleti, borse intrecciate,
paralumi, vestaglie di seta, occhiali senza lenti e ciocche di
capelli finti. Merci scombinate, astruse – fuori,
completamente fuori da ogni tipo di trama.
Spinsi la porta che mi annunciò con una cascata
di bastoncini metallici. Entrai senza vedere nessuno.
Il locale vuoto mi accolse scintillando, come se
dal soffitto scendessero perline scoppiettanti.
Il trillo della porta sfumò nell’aria.
Sentivo dei passi sopra la mia testa, ma il proprietario
ai piani superiori restava una presenza vaga e indistinta.
Di sicuro parlai con un commesso poco solerte
che spuntò dalla tenda sul fondo con un inchino
e un sorriso agro.
Irreale e spazientito proprio come un commesso.
Il clima era propenso agli acquisti e non feci opposizione.
Pagai con soldi esatti, senza bisogno di aspettare il resto.
Il giovane estrasse da una scatola a fianco un tessuto ricamato
e piegato in quattro, lo distese sotto i miei occhi e
mentre stavo per andare, mi afferrò la manica,
schiacciandomi il braccio sul bancone – disse:
– la milionesima fibra di questo scialle
appartiene alla sua vita e le dà diritto
a uno sconto speciale.

***

Da  Emma Pretti,   Un guaio che non è stato preso in esame, Firenze,  Società Editrice Fiorentina, 2014.

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