I libri parlano con più persone/Narrativa italiana/Saggi

I libri parlano con più persone: una lettura contemporanea di “La Madre” di Grazia Deledda

di Gianni Criveller

Grazia Deledda

Grazia Deledda

Lo scrittore nuorese Mario Ciuso Romagna racconta che in un Venerdì Santo, presso il duomo di Santa Maria della Neve (Nuoro), Grazia Deledda venne apertamente rimproverata dal predicatore, il quale la “indicò direttamente e le disse che avrebbe fatto meglio a pregare Dio, piuttosto che interessarsi di certe storie indegne. Questo fatto impressionò tutti i presenti”[1] e l’affronto non rimase privo di conseguenze. Il cavaliere Antonio Ballero, una figura prominente della città, affrontò il prete saccente, contestando le offese rivolte alla giovane scrittrice. E i due, narra Ciuso Romagna, fuori della chiesa, vennero alle mani. Questa non fu l’unica contestazione di un ecclesiastico contro la scrittrice nuorese.

Giovanni Colombo (arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979) non perdonò a Deledda l’ardire di scrivere di preti. Le rimproverò di considerare nel prete “quasi solamente l’uomo”; di non circondarlo dell’aureola del “carattere sacerdotale”, insomma un delitto di lesa maestà. “Niente da fare”, sentenziò Colombo, “la Deledda ha una religione immanente, più che trascendente, e l’anima del sacerdozio cattolico le sfugge completamente”.[2] Un giudizio forse frettoloso, a mio parere, e impregnato proprio di quella retorica clericale che Deledda denunciò nei suoi romanzi.[3]

La Madre (1920) fu reso universalmente famoso per la traduzione inglese impreziosita da una impegnativa prefazione di David Herbert Lawrence, datata 1928, l’anno in cui egli scrisse il suo romanzo più famoso, L’amante di Lady Chatterley. Lo scrittore inglese, se contribuì alla celebrità del romanzo, piegò la sua ricezione ad una discutibile chiave interpretativa. Egli rimproverò a Deledda di non aver fatto prevalere la primitività e la passione, le qualità più ricercate da Lawrence. Deledda scelse un’altra via, proponendo due figure, quali Maria Maddalena e Agnese, anticipatrici di istanze di emancipazione femminile, i cui primi fermenti iniziarono proprio negli anni della composizione del romanzo (immediatamente successivi alla prima guerra mondiale).

La coscienza di Agnese, un’eroina moderna

Agnese è la giovane donna con la quale Paulo, il parroco di Aar, intesse una relazione affettiva. Giovanni Colombo la descrive come ‘donna fatale’, ‘sedotta e seduttrice’, che rende il prete suo schiavo, minacciandolo di  scandalo e vendetta. Ci sembrano i consueti cliché  clericali e maschilisti, privi di umana comprensione e simpatia: Agnese non è così. È, piuttosto, un’eroina moderna.

Paulo si presenta a casa di Agnese con l’intenzione, almeno apparente, di interrompere la relazione. E utilizza il linguaggio religioso, di cui come prete è  depositario per metterla alle strette: il suo discorso è infarcito di parole grosse, quali verità, coscienza, Dio e sacrificio. Ma Agnese smaschera le vere motivazioni di Paulo: non è la verità o il timore di Dio che lo spinge, piuttosto la paura della madre, della gente e di uno scandalo. Così Agnese gli contrappone un’altra verità:

Qual è dunque la verità? Perché non parlavi così ieri sera? E le altre sere? Perché la verità era allora un’altra. Adesso qualcuno ti ha scoperto, forse tua madre stessa, e tu hai paura del mondo. Non è la paura di Dio che ti spinge a lasciarmi.[4]

Agnese ha ragione, e Paulo ammette a se stesso che,

più che il terrore e l’amore di Dio, e il desiderio d’elevazione e la ripugnanza del peccato, lo atterriva la paura delle conseguenze d’uno scandalo.[5]

Agnese è consapevole della sua dignità di donna adulta: non vuole essere trattata come fosse una minorenne capricciosa o un giocattolo; non è lei a sedurre, e non è affatto priva di una coscienza morale:

La coscienza? Certo, ce l’ho anch’io: non sono più una bambina; e la mia coscienza mi dice che ho fatto male a darti ascolto. (…) Sono forse venuta io, nella tua casa? Sei venuto tu, nella mia, e mi hai preso come una bambina al gioco.[6]

Il confronto titanico tra Agnese e Paulo si fa sempre più aspro: ora è Dio stesso a essere chiamato in causa. E Agnese, in questo donna veramente ‘moderna’, ne mette in dubbio l’azione e persino, in qualche modo, l’esistenza:

Perché Dio non ti ha illuminato prima? (…) “Dio”, Dio, se esiste, non doveva permettere d’incontrarci, se era per dividerci.[7]

Ma non è contro Dio che Agnese si ribella, quanto piuttosto al tentativo di Paulo di strumentalizzarlo, tirandolo in ballo come un comodo alibi. Agnese respinge il linguaggio religioso utilizzato come una ipocrita corazza; quasi come se anche Dio fosse clericale:

Bisogna essere puri e forti, dici tu, ma lo dici solo adesso. Mi fai orrore. Vattene lontano, sai, questa notte stessa. Ch’io domani mi svegli e non abbia più il terrore di aspettarti e di essere umiliata così. (…) Tu ieri notte dicevi: sì, andiamo via; io lavorerò, saremo sposi. Hai detto questo? Lo hai detto? E questa notte invece vieni a parlarmi di Dio e di sacrifizio. (…) Se tu domani mattina celebri ancora la Messa nella nostra chiesa io vengo, e dall’altare dico al popolo: Questo è il vostro santo, che di giorno opera i miracoli e la notte va dalle ragazze sole per sedurle.[8]

 

David Herbert Lawrence

David Herbert Lawrence

Una donna adulta e indipendente

Siamo nel 1920 e la vicenda è ambientata in Barbagia. Affrontare con questo piglio una questione tanto sensibile e sfidarne l’inevitabile scandalo presso la gerarchia ecclesiastica implica, da parte di Deledda, un grande coraggio e una solida consapevolezza del suo pensiero e della sua arte. Lo stesso coraggio e la consapevolezza di Agnese che, forte dei suoi sentimenti, si sottrae ad ogni accomodamento di facciata a cui anche taluni ecclesiastici erano avvezzi. Agnese è una donna ferita, che gioca le sue carte per tenere a sé l’uomo che ama; ma non a qualsiasi costo, non a scapito della propria dignità. È una donna che ha rispetto per se stessa, e i suoi sentimenti sono, per quanto possa sembrare paradossale in quelle specifiche circostanze, puliti e nobili:

Credi di parlare con una bambina? Sono vecchia; mi hai fatto invecchiare tu, in poche ore. La linea dritta della vita! Ah, sarebbe quella di continuare la tresca così, di nascosto, vero? Di trovarmi uno sposo, io; di far celebrare le mie nozze da te… e continuare a vederci, e ingannare tutti per tutta la vita? Va, va, tu non mi conosci, se credi questo. (…) E allora sia finita. Lasciamoci (…). Io non voglio vederti più.[9]

Agnese grida e ripete, con grande passione e dignità, di essere una donna adulta, e persino economicamente indipendente. Anche qui c’è, forse, un’eco dell’incipiente movimento femminista. Deledda sembra consapevole che, per una vera emancipazione, le donne devono raggiungere non solo il rispetto di sé, la salvaguardia della loro dignità di persone adulte, ma anche l’autonomia economica. In Agnese, Deledda ci propone un’eroina moderna, in grado di prendere in autonomia le sue decisioni, sottratta alla subalternità del mondo paternalista e maschilista che la circonda:

Ho i denari, lo sai: li ho, sono miei. E tua madre, e i miei fratelli, e tutti ci scuseranno, dopo, quando vedranno che noi abbiamo voluto vivere nella verità.[10]

Grazia Deledda stessa, in un’intervista radiofonica successiva al Nobel del 1926 aveva, con un certo orgoglio, dichiarato di aver realizzato quanto aveva desiderato. Attratta dal mondo, aveva scelto di vivere a Roma, “dove dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia, dove vivevo tranquilla con il mio compagno di vita.”[11]

Agnese e Paulo sono uno di fronte all’altro come una donna e un uomo che devono fare i conti con i propri sentimenti. Paulo è innanzitutto un uomo: il suo nome non è mai premesso da titoli ecclesiastici, quali “don” e “padre”. Deledda ha avuto l’ardire di ricondurre lo scontro tra Paulo e Agnese a quello universale di un uomo e una donna in una situazione irregolare: si amano, si cercano e si respingono allo stesso tempo. Agnese però sembra possedere una lucidità e una chiarezza che Paulo non ha:

Vattene, vattene… non sono io che ti ho mandato a chiamare. Giacché bisogna essere forti, perché sei tornato? perché mi hai baciata ancora? Ah, se tu credi di poterti prendere gioco di me ti sbagli; se tu credi di poter venire qui la notte, e di giorno scrivermi lettere umilianti, ti sbagli. Come sei tornato stanotte, tornerai domani notte e poi ogni notte ancora. E finirai col farmi impazzire. Ma io non voglio, no, non voglio![12]

Paulo non è un uomo senza scrupoli. È semplicemente un uomo che non ha il coraggio di fare la cosa giusta (come spesso succede agli uomini nelle relazioni amorose complicate):

Sì, bisogna partire questa notte stessa. Cristo medesimo impone di evitare gli scandali. Ma sentiva che tutto questo era esaltazione; che non aveva il coraggio di fare quanto pensava.[13]

Deledda e i preti

Grazia Deledda dimostra di conoscere, con singolare chiarezza, cosa accade nell’animo di un prete in una situazione simile: l’oscillazione continua e drammatica tra Dio e il diavolo; bene e male; grazia e peccato; colpa ed espiazione; delitto e castigo; paradiso e inferno; beatitudine e tormento; spirito e carne; salvezza e dannazione; luce e tenebre; dovere e passione. Queste atmosfere a tinte forti, dove la vita del prete è descritta in termini di prossimità, di dialogo e di lotta quotidiana con il diavolo, rimandano ai romanzi di George Bernanos (successivi a quelli di Deledda): Sotto il sole di satana (1926) e Diario di un curato di Campagna (1936).

Deledda mostra di conoscere a fondo anche il legame specialissimo che, nel bene e nel male, lega molti preti alla propria madre (anche il regista Nanni Moretti l’aveva percepito con chiarezza nel bellissimo film La Messa è finita, 1985). Qualche prete non ha il coraggio di lasciare il sacerdozio se non dopo la morte della madre. Insomma, diversamente da quanto afferma Giovanni Colombo, Deledda conosce i preti piuttosto bene. Ma come fa a conoscerli così bene?

Primo Mazzolari

Primo Mazzolari

Nella famiglia di Deledda, fatta “di gente savia, ma anche di violenti e artisti primitivi”,[14] c’era uno zio prete, Sebastiano, fratello della mamma. Nella sua biblioteca la piccola Grazia trovò i numerosi libri che lesse con avidità. Ma colpisce soprattutto che Deledda fosse in contatto epistolare con Primo Mazzolari, prete scrittore e partigiano, una delle voci più vibranti e nobili del cattolicesimo nel Novecento, che fu sottoposto a richiami da parte della gerarchia. Il singolare legame tra Deledda e Mazzolari prese vita dal fatto che il noto parroco di Bozzolo (Mantova) conosceva il marito di Grazia, Palmiro Madesani, originario della vicina Viadana. Non conosco nello specifico l’epistolario tra Grazia e don Primo; ma se Grazia desiderava corrispondere con un prete libero, sincero e anticonformista, in don Primo aveva trovato il migliore. Ma al di là delle sue frequentazioni, Deledda sa scavare nelle profonde cavità dell’animo umano e nelle sue inquietudini. Paulo era un prete, ma era innanzitutto un uomo. Conoscendo gli uomini, Deledda conosce anche i preti: ciò che il cardinal Colombo le rimprovera come una mancanza, è in realtà un grande valore.

Se la gerarchia ecclesiastica si è irritata con Grazia Deledda, la scrittrice sarda ha vissuto la sua esistenza in un profondo sentimento religioso, dichiarando la sua fede in Dio. Grazia dichiara di aver avuto “tutto ciò che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna, la fede nella vita e in Dio”.[15] I romanzi di Deledda sono pieni di vita e di natura, in particolare di vento: un tema prezioso che meriterebbe un approfondimento impossibile in questa sede. Le opere di Deledda raccontano anche della sua fede in Dio. La Madre è un romanzo impregnato di spirito religioso, di citazioni e immagini bibliche ed evangeliche. Deledda, inoltre, conosceva bene la Bibbia, e i protagonisti dei suoi numerosi romanzi portano nomi biblici (Agnese ne è una rara eccezione).

Maria Maddalena

Torniamo al romanzo: se Agnese è l’eroina moderna del romanzo, non meno nobile e attuale è la figura della madre del prete, Maria Maddalena. Serva fin dall’infanzia, la donna si era riscattata sacrificando tutta la vita all’elevazione sociale e culturale del suo unico figlio. Colpisce che Maria non si metta in nessun modo contro l’amante del figlio, per quanto Agnese sia in parte responsabile della distruzione del progetto cui la madre ha dedicato tutta la vita. Maria Maddalena non giustifica il figlio, anzi lo rimprovera apertamente, tuttavia non spende una parola di condanna verso Agnese. Il sorprendente rispetto che la madre di Paulo prova per Agnese può essere compreso come il sentimento di sottomissione che, in una società ancora fortemente articolata per categorie sociali e economiche, una serva, figlia di servi, ha per una padrona, figlia di padroni. Ma non sembra sia solo questo. Si tratta anche di nobile comprensione verso i sentimenti di Agnese, una donna in difficoltà, bisognosa di attenzione e compagnia. Maria si immagina in colloquio con il vescovo, al quale chiede di salvare non solo Paulo, ma anche Agnese:

Bisogna salvare anche la donna: è una donna sola, dopo tutto, esposta anche lei alle tentazioni nella solitudine della sua casa, nella desolazione di questo paesetto, dove nessuno è degno di farle compagnia. (…) E la donna è ricca, indipendente, sola: troppo sola! (…) Chi la guida, chi la consiglia? Chi l’aiuta se non l’aiutiamo noi?[16]

Maria Maddalena intuisce che Agnese, in fin dei conti, dà a Paulo la gioia che la madre non può più darle. Vuole salvare il figlio dallo scandalo e dal sacrilegio, ma capisce anche che obbligando il figlio a tornare sulla retta via gli impedisce di realizzarsi e di essere felice. Di fronte a tanto strazio, anche la fede granitica di Maria Maddalena conosce delle crepe. Si pone domande e delle obiezioni imbarazzanti e moderne, inusitate nel contesto conservatore e clericale di allora. La madre ha l’ardire di correggere il giovane sacrestano Antioco, fin troppo ingenuo nel suo desiderio di diventare prete: non è affatto Dio ad imporre l’obbligo del celibato.4A42D282

Dio? È il papa che non vuole”, disse la madre, un poco stizzita. “Ma negli antichi tempi, come anche adesso i preti protestanti, i sacerdoti avevano moglie e famiglia”.[17]

Maria Maddalena muore durante la celebrazione di una drammatica messa. Il figlio trema e teme angosciosamente che Agnese, seduta tra i banchi della chiesa, si vendichi dichiarando lo scandalo. Perché la madre muore? Per espiare il peccato del figlio? Per morire al suo posto? Per impedire che Agnese sollevi lo scandalo, e così salvare entrambi Paulo ed Agnese? Il cardinale Colombo giudica in modo sprezzante, anche nel suo supremo momento di dolore, la povera madre che “muore d’orrore. Un orrore superstizioso per la dannazione del figlio e per il disonore, ma non l’orrore del sacrilegio”.[18] Ella, secondo il cardinale, avrebbe piuttosto dovuto morire perché il figlio celebrava la messa in stato di peccato mortale.

Il finale del romanzo è, modernamente, aperto. Il professore di lettere del liceo ci insegnò che bisogna guardare i film fino all’ultimo fotogramma, perché potrebbe trovarsi proprio lì la chiave per capirne il significato (era anche critico cinematografico). Forse bisogna fare lo stesso per i romanzi: fare attenzione alle ultime parole, e l’ultima parola del nostro romanzo è “Agnese”. Mentre si accascia sulla donna morta, e stringe i denti per non gridare, Paulo incontra gli occhi di Agnese. La narrazione termina così.

Quale senso ha l’incontro degli sguardi? A cosa prelude? Ad un nuovo inizio? Forse Maria Maddalena ha voluto morire, perché si è resa conto di aver perso la sua battaglia: finché rimane nel sacerdozio e rinuncia all’amore per Agnese, Paulo sarà  distrutto dall’infelicità. Proprio lei, la madre, era diventata l’ostacolo principale tra il figlio e la sua felicità. Aveva sacrificato tutta la vita per lui, ed ora è disponibile ad un altro supremo sacrificio: solo facendosi da parte, e per sempre, gli avrebbe restituito una nuova vita, accanto alla donna che lui aveva scelto: Agnese.

__________________________________________________

Una versione più estesa del saggio, in lingua inglese, si trova su http://beyondthirtynine.com/agnes-and-mary-magdalene-modern-heroines-a-contemporary-reading-of-the-mother-grazia-deledda/

[1] Testimonianza trasmessa da Rai Sardegna: www.youtube.com/watch?v=Y8XBNigpMss (accesso 4 giugno  2014).

[2] “Il sacerdote nella letteratura del primo novecento” di Giovanni Colombo è stato  ripubblicato (per la quinta volta!) da L’Osservatore Romano il 12 agosto 2009. L’articolo era apparso per la prima volta nel 1943 in La Scuola Cattolica (Milano); fu ripubblicato in Studi Cattolici (Milano) nel 1987 e successivamente incluso nella raccolta di scritti del cardinale La letteratura del primo novecento. Appunti. Milano: NED, 1989. Nel 2009 appare in Quaderni Colombiani, una raccolta di scritti  di Giovanni Colombo a cura di Fracantonio Bernasconi, accessibili anche online (da cui riportiamo la citazione, p. 8): www.coinoniacaronnopertusella.com/colombo/38%20-%20il%20sacerdozio.pdf (accesso 4 giugno 2014).

[3] Quando non l’hanno aspramente criticata, i critici cattolici hanno ostentatamente ignorato Deledda. Così Ferdinando Castelli, “Il prete nella letteratura”, La Civiltà Cattolica, 2009 IV, 541-554, quaderno 3828 del 19 dicembre 2009.

[4] La Madre, p.  44. Le citazioni si riferiscono alla versione elettronica di Progetto Manuzio, disponibile presso liberliber.it: www.liberliber.it/mediateca/libri/d/deledda/la_madre/pdf/la_ma_p.pdf (accesso 2 giugno 2014).

[5]Ivi, p. 13.

[6]Ivi , p. 44.

[7]Ivi, pp. 44-45.

[8] Ivi, p. 46.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] L’intervista radiofonica, con la voce di Deledda, è stata trasmessa da Rai Sardegna ed è disponibile online, vedi  supra.

[12] La Madre, p. 46.

[13] Ivi, p. 48.

[14] Intervista radiofonica vedi supra.

[15] Intervista radiofonica vedi supra.

[16] La Madre,  cit., p. 6.

[17] Ivi, p. 23.

[18] Colombo, “Il sacerdote nella letteratura del primo novecento”, cit. p. 8.

Annunci

2 thoughts on “I libri parlano con più persone: una lettura contemporanea di “La Madre” di Grazia Deledda

  1. Caro Gianni, mi piace la tua lettura e interpretazione di questo testo di Deledda. Metti in risalto vari punti che sarebbe interessante approfondire. Spero che diventino motivo per altri tuoi articoli. Grazie, Livio Gaio.

  2. Grazia Deledda è una delle autrice che dovrò prima o poi conoscere. Non è un caso che fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura. In più essendo amante di Lawrence, non posso esimermi. Credo che inzierò proprio con “La madre” ;)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...