Narrativa/Recensioni

L’equazione di Thomas Bernhard

 

di Luca Barbirati**

10921868_10205722044191885_1063784388_n«Dalla parte opposta». È questa l’ossessione costante del quindicenne Thomas Bernhard quando decide di non proseguire gli studi liceali, e di iniziare un apprendistato commerciale nel negozio di generi alimentari del quartiere di Scherzhauserfeld, l’anticamera dell’inferno della città di Salisburgo. «Io volevo andare dalla parte opposta». Nel secondo pannello dell’Autobiografia (Adelphi, 2011), che unisce sotto lo stesso titolo L’origine, La cantina, Il respiro, Il freddo e Un bambino, Bernhard si sforza di ricordare i tre anni passati nella cantina di Podlaha, la persona che, dopo suo nonno, considera suo maestro. «Mio nonno mi aveva insegnato a stare solo e bastare a me stesso, Podlaha a vivere con gli altri e precisamente a vivere in compagnia di molte persone tra loro diversissime. Da mio nonno ero andato a scuola di filosofia (…), con Podlaha (…) mi sono addestrato alla realtà più grande che possa esistere, la realtà assoluta». Lo sforzo narrativo non attiene alla memoria, bensì all’armonia. Bernhard sa che non può raccontare tutta la realtà domestica in cui oscillò la sua adolescenza, tra la tragedia e la commedia. Tragedia perché non sapeva ancora che la vita è una commedia. Commedia perché la sincerità di Bernhard, tesa alla ricerca della verità, gli dimostra che la verità non esiste: non esiste l’anticamera dell’inferno, il quartiere di  Scherzhauserfeld; non esiste l’inferno, la sua famiglia. Ma al tentativo di comunicare la verità Bernhard non rinuncia. La ama a tal punto da non smettere di ricercarla nemmeno di fronte ai reietti, ai disturbati e ai disturbatori. Ed è per questo che per nessuna delle parole di Bernhard dobbiamo provare compassione. Se è vero infatti che la natura gli ha fornito un’inguaribile ipersensibilità, un’inclinazione naturale all’estraneità, altrettanto gli ha fornito gli strumenti per sopravvivere alla propria vita. «Non posso negare di aver sempre condotto due esistenze, una assai vicina alla verità che in effetti ho il diritto di chiamare realtà, e un’altra esistenza, un’esistenza fittizia, tutte e due insieme con l’andar del tempo hanno prodotto un’esistenza che mi tiene in vita».

Il modo migliore per leggere le opere di T.B., compresa l’Autobiografia, è accompagnare alla lettura l’ascolto delle Variazioni Goldberg, in particolare nella sublime interpretazione di Maria Perrotta. Infatti, i libri del più controverso scrittore austriaco del secondo Novecento sono composti con tecniche musicali, che solo in parte sono analizzabili in termini di sintassi. La loro lettura richiede lo stesso sforzo di chi voglia restare a galla senza i fondamentali del nuoto. Ma chi impara a nuotare nella prosa bernhardiana può iniziare ad ascoltare la curva melodica di un’interruzione di menzogna. Ne La cantina si trova a pagina duecentoventisette. Inizia con «Una volta…». L’incontro evocato avviene vicino al Ponte Nazionale (Salisburgo) con un cliente a cui venticinque anni prima aveva venduto rhum e garze per bendaggi. Un evento assolutamente casuale. Poteva incontrare la signora Lukesch o Laukesch e invece ha incontrato quel giovane di cui non ricorda il nome, che adesso è un grasso cinquantenne alcolizzato appoggiato a un martello pneumatico. Non è importante sapere se l’incontro sia avvenuto davvero o se sia solo un espediente. Nella logica bernhardiana di verità-menzogna ciò che conta è riuscire a scrivere la parte vera della menzogna e, in pochi passaggi, T.B. riesce a mostrare una parte della sua filosofia. La sua equazione. «È tutto lo stesso», scrive Bernhard, «gli uomini sono quel che sono e non si possono cambiare, proprio come le cose che gli uomini hanno fatto, fanno e faranno». Tutto è indifferente, secondo Bernhard. Tutto si equivale. La natura non presuppone alcun valore, né alto né basso e men che meno supremo. Non ci sono nozioni che portano alla Verità, anzi esse intralciano la strada alla Chiarezza. Le teorie filosofiche e scientifiche corrompono la Sincerità. In definitiva, scoprendo le carte e mettendo il cuore a nudo, è tutto lo stesso. La conclusione di Bernhard non è amara, è disperata. C’è chi spacca l’asfalto con il martello pneumatico e chi usa la macchina da scrivere per distruggere e liquidare ogni inganno, salvo poi ingannarsi di nuovo tentando di comunicarcelo. Ma Bernhard è prima di tutto uno scrittore. E uno scrittore, come ha detto Bolaño, è un guerriero che non fa altro che combattere, anche se «sa che alla fine, qualunque cosa faccia, verrà sconfitto». L’obiettivo è quello di sempre. È quello di ogni epoca e di ogni latitudine. È andare alla ricerca di se stessi.  E se nascere è un errore (Cioran), da quando esistiamo siamo responsabili (Sartre). Siamo condannati, è la sintesi di Bernhard, ma «qualche volta alziamo la testa credendo di dover dire la verità o quella che sembra la verità». La cantina è un romanzo scritto da un condannato a morte, e lo consiglio a tutti coloro che sono condannati a morte, ma che pensano ci sia ancora un po’ di tempo.

*L’edizione di riferimento del presente contributo è Thomas Bernhard, AutobiografiaL’origine,  La cantina,  Il respiro, Il freddo,  Un bambino, traduzioni di Eugenio Bernardi (La cantina), Renata Colorni (Un bambino), Umberto Gandini (L’origine) e Anna Ruchat (Il respiro e Il freddo), a cura di Luigi Reitani, Adelphi, 2011.

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luca-barbirati-presso-la-trattoria-alla-cerva-vittorio-veneto-treviso-maggio-2014-11**Luca Barbirati nasce a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, il 6 marzo 1990. Diplomato al Collegio Vescovile “Dante Alighieri”, frequenta a Udine, senza laurearsi, la facoltà di giurisprudenza. Vive a Firenze.

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