Narrativa/Poesia/Saggi

Gary Snyder. Il silenzio della natura dentro

snyderdi Dianella Bardelli*

Gary Snyder (San Francisco, 1930) è un poeta americano, ma anche un noto saggista e un leader del Movimento Bioregionale americano e internazionale. Il bello di persone come Gary è che non hanno un Io diviso. Pochi ci riescono. Bisogna sapere chi si è, cosa si vuole e con chi farlo. Lui lo sa. Almeno io così credo, anche se non lo conosco personalmente, ma solo dalle sue opere e dai racconti di Giuseppe Moretti che è suo amico e collega nel Movimento Bioregionale.

Gary Snyder è dunque molte cose insieme, buddista, poeta, saggista, marito, padre e leader di un Movimento che esorta a tornare alle piccole comunità territoriali. Tutte queste attività creano in Snyder un equilibrio spirituale che si avverte leggendo le sue opere. Amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac non fece mai parte integrante della beat generation. Ben presto, nel 1956, infatti partì per il Giappone dove rimase dieci anni a imparare il giapponese in modo da poter leggere i testi buddisti in lingua originale ed essere a contatto con la reale vita in un monastero zen.

Scrive Gary Snyder nel suo La grana delle cose:[1] “ Durante i primi due anni del mio soggiorno a Daitoku-ji Sodo, mentre lavoravo nell’orto o aiutavo a stivare la legna o a fare il fuoco per l’acqua del bagno, avevo notato certi piccoli miglioramenti che si potevano introdurre. Alla fine mi decisi a suggerire ai monaci responsabili alcune tecniche per risparmiare tempo e fatica. Per un po’ di tempo  si mostrarono tolleranti. Alla fine un bel giorno uno di loro mi prese da parte e disse: noi non vogliamo fare le cose in modo più veloce o migliore, perché non è quello il punto : il punto è che la vita va vissuta tutta intera. Se accelerassimo il lavoro in giardino, il tempo guadagnato lo passeresti a sedere nello zendo e le gambe ti farebbero più male. È tutta una sola meditazione. Quello che conta è il giusto equilibrio, e non come fare per risparmiare tempo da una parte o dall’altra” (pag. 54). Questi anni passati a lavorare e faticare oltre che a meditare hanno prodotto  frutti preziosi nella mente e nel cuore di Snyder e da lui sono giunti a noi attraverso i suoi libri. Un libro in cui  Snyder ci racconta il suo modo di intendere una pratica buddista, fatta di legna da tagliare oltre che di ore di meditazione, è La pratica del selvatico[2]. In esso Snyder ci dà una definizione  teorica semplice del suo buddismo: “Per essere veramente liberi si devono prendere le condizioni di base per quello che sono – dolorose, impermanenti, aperte, imperfette…Il mondo è natura e a lungo andare è inevitabilmente selvatico, perché il selvatico, come processo ed essenza della natura, è anche un ordine dell’impermanenza” (pag. 17). Nella sua visione dunque il concetto di impermanenza, che è una delle basi del buddismo, è tutt’uno con quello di wilderness. Vediamo come. In un capitolo de La pratica del selvatico interamente dedicato a come Snyder intenda il buddismo, dopo averci raccontato brevemente la dura disciplina dei suoi anni giapponesi nei monasteri buddisti, ci mette in guardia sul non intenderlo in senso troppo professionale e rigido. Questo è il rischio che secondo lui corre in buddismo giapponese rimasto così fedele ad una pratica solo monastica. Perché dice Snyder: “Ci sono stati innumerevoli Bodhisattva[3] sconosciuti che non hanno mai avuto un addestramento spirituale e non si sono mai impegnati in una ricerca filosofica. Si sono formati e maturati in mezzo alla confusione, alla sofferenza, alle ingiustizie, promesse e contraddizioni della vita. Sono quelle persone ordinarie, generose, coraggiose, indulgenti, modeste, che hanno un grande cuore e hanno sempre sorretto la famiglia umana” (pagg. 173-174).isola tartaruga più grande (1)

Con questa riflessione Snyder ci fa capire che in base alla sua esperienza non esiste un unico sentiero sia esso inteso in senso spirituale o pratico. Per lui c’è sia il sentiero che l’uscire dal sentiero. L’uscire dal sentiero, dalla via conosciuta, dal già sperimentato per Snyder equivale ad addentrarsi alla wilderness, che non è solo quella esterna, la natura selvatica, ma soprattutto quella interiore, il selvatico dentro di noi; quella parte inconscia ma incontenibile che ci muove fuori dalle strade già percorse da noi o da altri. Che ci porta nell’altrove da noi, che a dire di Snyder, è la vera via verso il ritorno a casa, cioè a noi stessi. Il concetto di wilderness è contenuta in varia maniera in tutte le opere di Snyder. Anche in quelle poetiche, soprattutto in quelle poetiche, ambito che maggiormente mi compete e mi appassiona. Un libro molto famoso di Gary Snyder è L’isola della tartaruga[4], con il quale nel 1975 lo scrittore vinse il premio Pulitzer per la poesia.  Difatti tutta la prima parte contiene solo poesie, la seconda anche delle prose, tutte attinenti al concetto di wilderness esteriore ed interiore. Prima di passare alle poesie contenute in questo libro mi sembra utile sintetizzare brevemente il concetto di wilderness così come viene spiegato da Snyder in questo e in un altro suo libro intitolato Nel mondo poroso.[5] È deprecabile afferma il poeta che la cultura occidentale non abbia fatto suo questo concetto. “Una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna (ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dell’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo…” (L’isola della tartaruga, pag. 196).

Estrapolando qua e là dai due testi di Snyder sopra citati ecco altri concetti attinenti alla wilderness:

  • La wilderness è energia, energia dei corpi in un processo di auto-organizzazione
  • La selvaticità è ciò che di essenziale c’è nella natura
  • le opere umane riflettono questa selvaticità
  • il linguaggio apre una finestra sul mondo selvatico e ci dà modo di rappresentarlo
  • c’è un lato selvatico e un lato addomesticato della mente umana. Chi esplora il lato selvatico della mente sono gli scrittori e gli artisti
  • nel percorso evolutivo il livello più alto non è l’uomo ma un alto grado di diversità biologica
  • è importante recuperare la parte selvatica dell’uomo

Nel_mondo_poroso_52303fb7bb83b_220x335 (1)Cos’è esattamente dunque la pratica del selvatico? Così risponde Snyder ne Il mondo poroso: “Iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133). La naturale conseguenza di questo discorso sulla wilderness è per Snyder, il Ri-abitare. Come vedere, si chiede Snyder il selvatico? Come fare a sapere chi siamo e dove siamo? Bisogna ri- abitare un luogo, che sia il nostro originario o quello dove abbiamo scelto di vivere. Dobbiamo ricreare delle comunità. A questo proposito in un’intervista contenuta ne “Il mondo poroso” e risalente al 1979[6], ben prima dell’esistenza delle reti internet, Snyder dice una cosa che mi ha molto impressionato per essere così tanto profetica. Sarà una citazione un po’ lunga, ma a mio avviso, vale la pena, trascriverla quasi totalmente: “Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete, e l’altro è la comunità. Ci sono persone che non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una  rete. La rete è qualcosa come tutti i dentisti negli Stati Uniti hanno un giornale… C’è anche una rete dei poeti. Io corrispondo con poeti americani e altri poeti in altre parti del mondo…Ma c’è anche la comunità, che è la gente del posto dove vivi… Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, mentre la comunità no” (pag. 29). Come  sono vere ancora oggi queste ultime parole. Ognuno di noi le sperimenta ogni giorno.

Quello che sono andata dicendo di Gary Snyder finora si rispecchia fedelmente nelle sue poesie. Come ho detto la sua raccolta poetica più nota è L’isola della tartaruga. Ma mi fa piacere citare anche Gary Snyder, Madre orsa, un piccolo libro di poesie contenute in Lato Selvatico  nella collana di poesia ‘Libraria’, che ha una fantastica copertina di Suzanne DeVeuve[7].

Lo stile delle 58 poesie contenute in L’isola della tartaruga  è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. È un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti,[8] altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.

Ispirata all’essenzialità dello zen è Fuori:

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

***

Il canto
la prova

la prova del potere dentro

***

Di tipo descrittivo invece questa bellissima La Grana delle cose

(oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

Leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.

Alcune poesie de L’isola della tartaruga  parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte: “Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” (Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo (Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,

insegnami ad essere tenero.

Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.
__________________________________

[1]  Il libro consiste in un’intervista di Peter Barry Chowka realizzata nel 1977 e pubblicata in “East West Review”; è stata ripubblicata nel 1980 in “Real Work”; prima edizione italiana 1987, Edizioni Gruppo Abele; l’ultima edizione italiana: edizioni e/o, 1996.

[2]  Gary Snyder, La pratica del selvatico, Fiori Gialli Edizioni, 2010.

[3]   L’ideale del Bodhisattva è specifico al Sentiero del Mahayana. “Bodhi” significa “il risvegliato”, “sattva” significa ‘un essere’. Insieme essi significano una persona risvegliata e che è deputata alla liberazione ed al benessere di ogni essere umano e di tutte le creature  (da http://www.centronirvana.it/sent_bodhisattva.htm)

[4]   La prima edizione: Turtle Island, New Directions Publishing Corporation, 1974, Stampa Alternativa, Collana “Eretica Speciale” 2004, traduzione di Chiara D’Ottavi, introduzione di Giuseppe Moretti.

[5]  Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e inteviste su Luogo, Mente e Wilderness, a cura di Giuseppe Moretti, Mimesis Edizioni, collana Eterotopie, 2013; selezione di testi di Gary Snyder di varie epoche fatta con il suo permesso, Introduzione di Giuseppe Moretti.

[6]   Intervista del 1979 fatta a Snyder ad un suo vicino, Colin Kowal, apparsa in Intercettare l’uomo naturale, tratto da The real work, a New Direction Book, e presente in italiano ne Il mondo poroso.

[7]   http://www.sentierobioregionale.org/letture.html

[8]   http://it.wikipedia.org/wiki/K%C5%8Dan

* Per un profilo di Dianella Bardelli vai alla pagina “Chi siamo” https://samgha.me/chi-siamo/ 

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2 thoughts on “Gary Snyder. Il silenzio della natura dentro

  1. Grazie allo studio di Dianella Bardelli su alcune opere di Gary Snyder, mi sovviene la lettura della sua opera poetica “L’isola della tartaruga” e le riflessioni sulla natura e la morte degli animali.
    Per Snyder la wilderness non è un tema letterario, è vita vissuta che successivamente ha incontrato il linguaggio dell’anima, cioè la poesia. La vita selvatica Gary l’ha praticata fin dall’infanzia vissuta in una fattoria, e successivamente in qualità di scortecciatore in una riserva indiana, e come guardiano per la prevenzione degli incendi in un parco nazionale. Molte poesie contenute nell’Isola della tartaruga sono quasi dei racconti, altre volte rappresentazioni del selvatico. E’ tutto un susseguirsi di vita animale e vegetale anche in molte altre poesie: aghi di pino, querce, boschi di ginepro, funghi, gufi, anatre selvatiche. E’ il mondo in cui è immerso Snyder dal 1970, mondo selvatico della Sierra Nevada, Nord della California. La casa in cui vive è stata costruita completamente in legno con l’aiuto di amici e studenti. Alcune poesie de “L’isola della tartaruga” parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte: “Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen). Mi piace ricordare un pensiero filosofico di Snyder sul mondo: “Il mondo non è schematizzabile, non è fatto di dualismi contrapposti, ma è “poroso”, in perenne movimento, mai uguale a sé stesso, ma con i suoi tempi: non è in una crescita continua, che è solo una pericolosa mania di una cultura umana. Qualunque cosa “sfuma” in un’altra”. Giovanni TERESI

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