Poesia/Recensioni

“L’apparato animale”, la nuova silloge di Gualberto Alvino

      di  Felice Paniconi *

L'apparato animaleParola e ritmo, parole e ritmi sono padroni in questo libro di Gualberto Alvino, con un’introduzione di Giovanni Fontana (Torino, Robin, 2015) che prende già dal titolo, L’apparato animale, con una vocale aperta, a, che invita agli ampi spazi, e poi i ed e a dar giusto tono a un canto non facile che non vuole impantanarsi nelle minutaglie di questo inizio millennio. Fare poesia in questi anni è difficile, soprattutto per l’eredità che il Novecento ci ha lasciato: lotta tra significato e significante, sui vari linguaggi (alto, basso, borghese, popolare), fine dello sperimentalismo, per non parlare della morte e resurrezione dell’io. Quale posizione assumere?

Quello che Alvino fa qui è ricominciare daccapo, ripartire superando o lasciando alle spalle le contraddizioni non risolte, perché proprio questa è la soluzione. Egli getta la poesia oltre gli steccati della poetica e degli istituti stilistici e innalza la saussuriana parola, parole. La parola sta al foglio non più come la vita al vissuto ma come creazione, proiezione, parola unta di passato, proiettata verso l’infinito, lo sconosciuto mondo che si palesa di là dai raccordi umani. Parole che corrono, si snodano come su un cerchio, che ammettono rotazioni, salti, ripetizioni, calembour per sciogliersi dalle catene. Àncora di salvezza è la parola: la carne che si fa verbo e il verbo che s’incarna. E l’io non è più l’io ma una proiezione linguistica, un flusso di atomi, al di sopra dello spietato gioco dei marinai e dei mercatanti.

Per lui la poesia non muore mai, non può morire anche se alcune volte ci sono morti apparenti come quando finiscono culture che poco prima erano trionfanti. È allora che bisogna trovare la parola e il verso giusto, quello che ha la capacità e la forza di far girare il mondo. Perché sono la parola e il verso che accendono il desiderio, che dànno scintille, non l’oggetto: il desiderio si accende per associazioni nascoste di suoni e lettere. E amica della parola è la metafora che partendo dai fonemi va a scovare una verità sconosciuta, fino a poco prima inesistente; una figura, la metafora, capace di ridare verità e vita quando si credeva fossero ormai perdute. Ma questa ricerca ossessiva porta alla neurastenia, a cefalee e sbalzi di pressione che il Nostro conosce e affronta per non subirle: è la moneta che bisogna pagare per chi ricerca l’autenticità attraverso l’artificio.

Con Alvino ci troviamo di fronte a due elementi poetici particolari: dismetria e distassia: distruzione della struttura metrica e distruzione della sintassi, o della linearità sintattica. Un linguaggio diretto che mira a scalzare e distruggere la distanza tra scrittura e vita: una poesia totale. E questo si nota anche dalla dedica: Per Aurora. Quanto ho da darle, frase in cui manca la parola tutto e non poco come può sembrare. Un poeta che dà tutto senza però farsi vedere, magari con una durezza che non si scioglie e resta in gola. Qui forse è rimasto ad Alvino nel cuore il titolo di un poeta che ha contribuito a “formare” un’intera generazione, Antonio Porta.

In ogni poesia, in cui la lingua e il ritmo sono protagonisti, c’è un apparente, disordinato flusso narrativo che il lettore deve percorrere per ritrovare il senso che gira intorno a un concetto, spesso a un aggettivo legato a una persona che figura come dedica, ad esempio alla parola magnete, attribuita a Mario Lunetta, ma che lega tutti i versi. C’è come una proiezione dell’autore che diventa queste persone, gli amici, compagni dei suoi giorni, non semplici o superficiali affetti ma avvicinamenti e avvicendamenti per conoscenza, scandagli, proiezioni. La scrittura in queste poesie assume allora come una dimensione sacra: non tanto infatti Gualberto Alvino vuole dire, mostrare o insegnare, ma essere, essere là, lasciare un segno, una cicatrice, che sia monumento al linguaggio come vita.

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Felice Paniconi

*Felice Paniconi (Rieti, 1953) è insegnante e poeta.

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