Poesia/Porto sepolto/Recensioni

In questo affare strano e confuso che chiamiamo vita: “La vocazione della balena ” di Claudio Pagelli

 di Adriana Gloria Marigo

928_lavocazionedellabalena«Si dànno, in questo affare strano e confuso che chiamiamo vita, circostanze e occasioni bizzarre nelle quali si prende tutto l’universo come un gran tiro birbone, anche se non se ne capisce che vagamente il senso, e si ha più che il sospetto che tutto quanto il tiro sia stato giocato soltanto alle proprie spalle. Tuttavia, niente serve a scoraggiarci, per niente sembra valga la pena di metterci a litigare. Si buttan giù tutti i fatti, tutti i culti, e le credenze, e le opinioni, tutte le asperità visibili e invisibili, per nocchiute che siano; come uno struzzo dallo stomaco possente trangugia pallottole e pietre focaie. E in quanto alle difficoltà e alle angustie di poco conto: prospettive d’improvvisa rovina, pericolo di rimetterci la vita o un braccio, tutte queste cose, e perfino la morte, sembrano non più che bottarelle date bene e con le migliori intenzioni, allegre gomitate impartite da quel vecchio invisibile e inspiegabile d’un giocherellone.» 1 scrive Herman Melville in quell’epica metafora della vita che è Moby Dick ricorrendo alla narrazione della caccia all’esemplare di un capodoglio bianco che non si lascia catturare, porta distruzione a ogni tentativo di ramponamento, fino all’ultimo dell’inabissamento del Pequod e della morte di Achab. La letteratura ci consegna storie di balene e mari ribollenti burrasche a partire dai testi sacri, passando attraverso la storia del burattino di legno più famoso, Rudyard Kipling, Julian Green, Paul Auster e dunque possiamo riconoscere in questo tema la forte presenza di un mito dalla natura terribile e potente che sovrasta l’uomo, l’obbliga a tenere in conto il rapporto con il tremendo, e che quando chiama alla sfida, alla lotta, quasi fosse una vocazione, impone di mostrare le virtù necessarie a condurre e  superare l’impresa.

L’allegoria della natura terrifica, il suo aspetto di caos allucinante, la logica bizzarra degli accadimenti, devono essere stati introiettati e poi trasposti alla coscienza da Claudio Pagelli, che sulla questione compone La vocazione della balena, L’Arcolaio, 2015 secondo una personalissima interpretazione collocata alla latitudine della città, dei suoi riti, delle complicanze che implica il tempo frequentato nell’ordinario e nello straordinario del vivere quotidiano. Tanto da accompagnare il titolo di copertina con una fotografia in bianco  e nero che riproduce un moderno abituale leviatano: traffico di città in ora serale in cui campeggia un mezzo pubblico che inghiotte persone di ritorno dal lavoro, assiepate come accade sui mezzi di trasporto di una metropoli nelle ore di punta quando, pur di rientrare a casa, si accetta di trovarsi stipati entro tram, bus, vagoni di metrò, essere investiti dalla sensazione di straniamento che il frenetico andare scolpisce sui volti, sui corpi, sui gesti, sottrae percentuali di sogno o  insinua derive di visioni.

Superate la prefazione di Guido Oldani, le epigrafi che citano M. Houellebecq, S. Cattaneo e di nuovo G. Oldani, incontriamo la poesia che apre alla raccolta strutturata in quattro sezioni assumendo il compito impressivo di dichiarazione o limine oltre il quale si manifesta il paesaggio permeato di lembi d’insensatezza, incongruenza, di contraddittorio, che sono supporto al senso di caos e al tempo stesso sua materializzazione: oggi siamo tutti sprovvisti di verità personale, però testimoniamo l’omologazione come la sola verità plausibile,  in quanto « è nel buio, si dice, che s’affilano / i ferri del sangue, che s’impara / il mestiere feroce dell’inganno, / eppure la luce persiste scaltra / mondo dopo mondo / a tatuare di stelle la schiena della notte…/».2,  tuttavia restando implicati anche nel piano della autenticità, laddove si può dare inizio a dimensioni creative, ossia a pensiero in cui l’empatia esercita un ruolo di prestigio poiché capace di cogliere i varchi attraverso i quali cambiare o addirittura sovvertire canoni usuali.

Entrando nella prima sezione ci troviamo nei dintorni di Chisciotte: Pagelli non disdegna i classici  ̶  si avvertono i retaggi senza che questi, per esuberanza o richiamo alla visibilità, si manifestino alacremente  ̶ , ne tratta con i modi dovuti alla sobrietà e in particolare alla destinazione d’uso contemporaneo, alla rivisitazione entro il contesto dei temi affiorati sin dal titolo e dall’immagine di copertina. Ecco allora in  L’inferno di Chisciotte sette poesie testimoni di contesti attualissimi, di spaccati di vita  e lavoro ad alto tasso di alienazione che dal piano reale trovano facilmente la via per un piano d’irrealtà a significanza di come ciò che si frequenta  e vive rimandi a cause prime, logiche connesse con la struttura psichica degli uomini, lo spasmo di darsi una direttrice esistenziale che conforti rassicurando: «cosa vuole che interessi una proposta futurista? / la mia tecnologia è la mano che cura i magneti / la pazienza degli aghi che annusano direzioni com esegugi…» 3 .

Vi è un crescendo, un andamento liturgico, nella successione dei contenuti delle sezioni che si presentano come minuscole sillogi: Bestiario d’ufficio introduce al corpo centrale della raccolta presentando esemplari umani trasmutati in animali di differenti dimensioni e carichi di significati archetipali e che del resto la poesia non ha mai disdegnato, come E. Zolla ha evidenziato in Archetipi quando analizza il contributo dei romantici inglesi fino a Dylan Thomas; in questa seconda sezione Pagelli propone la poesia come esperienza di archetipi e il risultato, che fonda la radice mistica nel numero sette – tante sono le brevi poesie impressive  ̶ , è quello di ottenere un paesaggio percorso da «un pensiero (che) s’infila / quasi per sbaglio nell’aria  ̶ /» 4 , «l’urticante indifferenza delle cose /» 5, «una coccinella più grande della mano / che gli parlava del destino…/ 6, «lei che abita quel corpicino / di ragno bianco, quasi cercando / la via di fuga da questa trappola di parole /» 7 offrendo uno squarcio sull’assurda e forse ottusa manifestazione dell’essere quando esprime «lo sbilenco universo / della poca sopravvivenza / il magro avanzo della buona novella / smarrita nei nostri occhi  ̶  / 8.

Arriviamo in Caffè in sette quarti  a un  microcosmo di vita che corre in fretta, in sentore di competizione e qualche delirio, distorsioni e perdita di sé, capacità d’illudersi prontamente deluse, identità blandite da furori narcisistici, seduzioni, mistificazioni, sensi di colpa: quasi un prontuario “in situazione” declinato in quartine smilze, su cui l’autore ha lavorato di scalpello costruendo otto sculturine nell’aspetto di un verso incisivo, elegante, particolarmente assertivo pur nella discrezione dei puntini di sospensione, quasi a lasciare intendere la possibilità di un ribaltamento di piano, dell’avvento di una realtà toccata dalla grazia, dalla realizzazione del desiderio: Pagelli, in queste sette quartine in cui l’aggettivazione è ridotta ai minimi termini lasciando uscire delicata sonorità musicale, tende alla prossimità con quanto Melanie Klein scrive riguardo alla capacità di sognare bellezza e verità, ossia «Il poeta (…) sta sul confine tra veglia e sonno ed è perciò esente dalle paure, dai terrori che il loro sfiorarsi (…) produce.» 9.

Gli esemplari umani in sembianze di animali si trasformano in esseri di legno in Burattini; la versificazione qui assume corpo, abbandonando la rarefazione di Caffè in sette quarti, quasi una compensazione alla struttura aerea evanescente del codice dei desideri, poiché i temi della terza sezione gravano di densità materiale «il corpo aperto come una rosa / e una pozza rossa intorno da far paura» 10, carnalità egoiche che impastano inganno «la ragazza ne ha fatta di strada negli anni / col suo profilo francese e la lingua svelta / educata al codice degli inganni…/ 11, ingratitudini, movimenti micragnosi, vicinanza predatoria «non conta la noia  ̶  recita sbracato il direttore  ̶  / sette contatti utili l’ora, mi raccomando / il cliente va soddisfatto ad ogni costo / anche slogando un poco gli arti  ̶  da bravi  ̶  / che senza fatica la lingua non trotta, il mercato non tira…/ 12.

La circolarità della raccolta si conclude come specchiatura del titolo e dell’immagine di copertina, lasciando trasparire che la metropoli all’inizio intuibile da quel tram che riporta il numero uno, è Milano, affidando per traslato il nome a quello del luogo antico “Bovisa”, zona di campagna passata attraverso riassetti urbanistici importanti fino ad assumere l’aspetto odierno di quartiere adatto alle avanguardie culturali: è in questa plaquette di otto poesie che il poeta affida il sentimento per la città nominando atmosfere «… il treno scivola / sottile sui binari odorosi di maggio / fra campi veloci ed alveari di periferia  ̶  /» 13, ammettendo devozioni «a maggio le mani s’incendiano / come giardini di marte / sotto pelle s’apre un mondo / di specie nuove  ̶  fiori scabri e rose nane  ̶  / il rito cinico nella bocca di primavera, / nella pancia buia della bovisa / scivolano piano i lombrichi delle nord / quasi fluorescente il mio commiato dal finestrino…/» 14, connotando le trasformazioni che rimandano a malinconie per un passato di cui restano vaghi segni mentre si afferma l’insensata mancanza di attenzione lungo il va e vieni spasmodico di un quotidiano che genera estranei, «timidi mitili, pesci azzurri / ed altre specie minori in arrivo al binario sei» 15,   solitudini invereconde «l’ombra di granchio del vecchio professore / sbanda un poco sulle scale, nella borsa marrone / qualche lisca di sogno, / una frase di commiato / sugli appunti dell’estrema lezione…/»15.

___________________________
 1  H. Melville, Moby Dick, Cap. XLIX, pp. 290-291
 2  C. Pagelli, La vocazione della balena, L’Arcolaio, 2015, “tatuaggi”,  p. 11
 3  Ivi, “la bussola”, p. 18
 4  Ivi, “le oche”, p. 25
 5  Ivi, “meduse”, p. 26
 6  Ivi, “la coccinella”, p. 28
 7 Ivi, “il ragno bianco”, p. 29
 8 Ivi, “il pollo”, p. 30
 9  E. Zolla, Archetipi, Marsilio, Venezia 1988, 2005, p. 124
10 Ivi, “il pugile”, p. 45
11 Ivi, “la manager”, p. 47
12 Ivi, “l’intervistatore”, p. 51
13 Ivi, “il viaggio del plancton”, p. 55
14 Ivi, “i giardini di marte”, p. 56
15 Ivi, “la vocazione della balena”, p. 62

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