I libri parlano con più persone/Poesia

“Storie di un tempo minore” di Angela Angiùli

di Gianni Criveller

2016-08-26 21.51.37Viaggiare offre l’opportunità di leggere qualcosa di nuovo; leggere un libro che non fa parte del lavoro, e che da tempo rimane ad aspettare,  pazientemente, che si abbia un momento libero dalle occupazioni ordinarie. Nell’ultimo viaggio ho portato con me la raccolta poetica, splendidamente editata da Fara (Rimini) di Angela Angiùli, una poetessa pugliese ora residente a Bolzano.

La raccolta è nettamente divisa in due parti. La prima, “Il mattino dopo il sabato”, raccoglie poesie scaturite dall’anima di Angela dopo la tragica morte del fratello Mino. I suicidi (“animali interessanti”, 14), con il loro amaro carico di sensi di colpa e rammarichi, hanno effetti devastanti in chi rimane. La poesia è per Angela, sorella sopravvissuta, il balsamo che cura il dolore.

Io scrittura / tu inchiostro. (11)
Prenderò in me la tua cura, / ti salverò dai miei perché / dalle domande dei più. (12)

Già Etty Hillesum aveva sperimentato la forza terapeutica della scrittura; e la poesia come unica possibile cura al male e al dolore del mondo: “in un campo deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita, e la sappia cantare”. (Etty Hillesum, Diario, 230). La ragazza di Amsterdam aveva concluso il suo sconvolgente diario con l’immagine, altamente suggestiva ed allusiva, del pane spezzato, che esprime la sua vita offerta: “ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Erano così affamati, e da tanto tempo”. (Diario, Adelphi, 238).

L’immagine del pane offerto viene ripresa più volte da Angela, non so se coscientemente ispirandosi ad Etty o meno:

sbriciolo il mio pane con devozione / perché tutti possano averne / – uomini e angeli – , attorno al mio seno. (18)
sono il pezzo di pane messo in bocca chiunque: cibo la vita (…) offro un seno turgido. (60)

Le parole carnali e corporali, quali ‘seno’, e altre parti del corpo femminile, sono assai frequenti. Lo stesso termine ‘corpo’ ricorre in buona parte delle poesie. La poetessa, lei stessa madre, trasforma in versi la materialità della maternità. Materialità e maternità: due parole quasi identiche, che impregnano le poesie di Angiùli di un realismo carnale che, viene da sospettare, solo una donna e una madre sa restituire. La realtà della maternità è, per la poetessa, assolutamente pervasiva, al punto che anche il fratello Mino, a cui il libro è amorevolmente dedicato, diviene lui stesso ‘figlio’ (7).

E torniamo a Mino, il fratello amatissimo, che ispira la gran parte delle bellissime poesie. Angiùli affronta con coraggio, a viso aperto, il tema del dolore, quello più intimo, insensato e inaccettabile. Se di questi tempi “non va più di moda star male” (16), Angela accetta di riconoscere il proprio malessere.

Il dolore fa così: / prima ammutolisce la bocca / poi accartoccia i sensi / ti serra nel suo pugno / lasciandoti in briciole. (17)

Il riconoscimento del dolore non è un esercizio di disperazione: come Etty Hillesum, Angela conosce la cura della poesia. E conosce una speranza, quella della fede, che Angela fa trapelare senza ostentazioni. Una fede quasi sommessa, ma non per questo meno preziosa e meno resistente. Agli alberi di novembre (un mese spesso citato nelle poesie), spogliati dal vento, succederà una stagione nuova:

Ma non di lutto vestitevi per me / mettetevi il vostro miglior sorriso / e portatemi in dono lenzuola bianche / per la resurrezione. (19)

La seconda parte della raccolta poetica, “io con la mente scalza”, racconta la straordinaria vitalità della poetessa, l’esuberanza di vita che lei scorge in ogni piccola cosa, a partire dall’attentissima osservazione della natura. L’autrice ha una acuta capacità di osservare le storie minori della vita, quella della terra, delle piante, dei fiori. Quanta esuberanza c’è nella vita più piccola e inosservata:

non capirò mai questo sfarzo da re / per la brevità impalpabile dei petali / l’ostinazione appuntita e virile della gemma. (54)

Sono osservazioni che si possono fare soltanto “a mente scalza” (33), esercitando il silenzio e la solitudine, oggi merce assai rara, senza i quali non ci può essere capacità visiva e di ascolto. Alcune poesie di Angela, alcuni passaggi così attenti al linguaggio del corpo e delle cose della natura, fanno pensare ad genere poetico speciale, quello dei salmi biblici, così carichi di osservazioni quotidiane prese in diretta dalla vita. La raccolta è aperta da una poesia carica del respiro evocativo e intenso dei salmi, come ha acutamente osservato Alessandro Ramberti nella postfazione:

quando seppi come avevi rotto / il vaso del tuo corpo / pensai ad un agnello con lo sforzo di un predatore. (…) Ma a te il vento aveva già sollevato le radici (…). E ora che vai, voli e disponi spazi senza ingombri / mio caro – fratello del mio cuore – non ti darò pena, / saprò seguirti nella scia – nell’orizzonte del mare – sarò il tuo cielo, di te che ti fai spazio dentro di me. (9)

Le due raccolte sono unite da una profonda fiducia nella forza e nella bellezza della vita. Forza e bellezza che si manifestano in modo contrario alle regole del potere e dell’apparenza. È la minorità (richiamata nel titolo della raccolta) e l’imperfezione che ci restituiscono la vita in tutta la sua forza e bellezza. Il libro si conclude con un commovente elogio della minorità e dell’imperfezione:

Ho un destino di carezze / finirò nel Bene – lo so- / inciamperò nell’aria come un angelo imperfetto / incerto del suo Cielo. / Perché neanche la creatura più perfetta / ha il tuo splendore – piccolo uomo- / la fragilità, l’insuccesso, il tuo bisogno / rimane la tua parte migliore. (65)

 

Angela Angiùli, Storie di un tempo minore, Rimini, Fara, 2016, pp. 72. Questa raccolta, ha vinto il premio Mario Luzi (2014-2015) nella sezione “Poesia nascente” per le opere inedite.

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