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Arquà, l’ultima dimora del Petrarca

Arquà, casa di Francesco Petrarca

di Teresa Caligiure 

«Io non mi trovo né a Padova né a Venezia, città dove infuria la peste, ma fra i colli Euganei, in un luogo […] ameno e salubre, dove, attratto dalla bellezza del sito e dall’amor che mi porta,  il signore di queste regioni, tuo amico,  viene spesso a trascorrere del tempo con me».[1]

Quando Francesco da Carrara, signore di Padova, gli fa dono di un terreno ad Arquà, sui colli Euganei, a quindici chilometri dalla città, Petrarca prende la decisone definitiva e, nel marzo del 1370, dopo aver diretto i lavori per la costruzione della sua nuova casa, vi si trasferisce.

Nel corso dell’estate del 1368, tra agosto e settembre, il poeta aveva stabilito, infatti, su insistente invito di Francesco da Carrara, la sua  dimora a Padova, nella casa che, in qualità di canonico, gli era stata affidata da Jacopo da Carrara già nel 1349 nei pressi della cattedrale pavese e dove si fermava da anni saltuariamente. A Padova risiedono amici di lunga data e nuovi, tra cui i fratelli Bonaventura e Bonsembiante Badoer, monaci agostiniani, il medico Giovanni Dondi, l’umanista Lombardo della Seta e il condottiero fiorentino Manno Donati.

Dal suo nuovo rifugio scrive al fratello Gherardo: «Qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casa, cinta da un oliveto e da una vigna che danno quanto basta ad una non numerosa e modesta famiglia. E qui, sebbene infermo del corpo, io vivo dell’animo pienamente tranquillo lontano dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo, e a Dio rendendo lodi e grazie».[2]  E’ il ritratto del savio, ormai esente dalle passioni, che vive in una modesta casa nella quiete della campagna, lontano dal tumulto della città, dedito all’otium letterario e alla preghiera, simile a quello delineato circa trent’anni prima a Valchiusa in una celebre epistola a Giacomo Colonna,[3] in cui Petrarca descrive la sua giornata tipica. Ma a quel tempo, nell’«aurea egestas» di stampo oraziano, in una piccola casa rurale, in compagnia degli amici libri, indifferente all’invidia e alla superbia,[4] il poeta è legato alla catena diamantina della passione amorosa e il ricordo di Laura lo tormenta, diventando ossessivo persino nelle notti insonni.[5]

Arquà, dimora fissa degli ultimi anni del poeta, pur fra gli spostamenti temporanei in altre città, non si esaurisce, però, con l’immagine del savio che vive nell’otium della solitudine euganea e incontra pochi amici scelti (ideale profilo autobiografico che Petrarca propone più volte nelle sue opere), piuttosto conferma la personalità multiforme del fondatore dell’Umanesimo, che ha compiuto viaggi alla scoperta di codici antichi, ma anche missioni presso papi e imperatori, che vive con apprensione la situazione politica italiana ed Europea, che ha intrecciato nel corso degli anni, grazie alla stima e alla fama meritata, numerose relazioni con principi, pontefici e personaggi influenti del panorama europeo contemporaneo, come dimostra il suo fitto carteggio. La sua presenza è preziosa e richiesta anche in questi anni: Francesco da Carrara lo manda in missione a Venezia, il 27 settembre del 1373, per accompagnare il figlio Jacopo e pronunciare il discorso di introduzione per l’atto di sottomissione di Padova ai veneziani.

Quando si trasferisce nella sua nuova casa di Arquà, Petrarca ha quasi compiuto sessantasei anni e vive in maniera intensa la sua posizione di intellettuale: è diventato un punto di riferimento culturale e le sue idee politiche e letterarie fanno discutere, interessano. In questi anni poi Padova sta diventando un prestigioso centro culturale, polo di attrazione per intellettuali e studiosi, e la casa del poeta è meta di amici e visitatori illustri, tra i quali Boccaccio. E’ possibile visitare la dimora di Arquà ancora oggi con le modifiche successive alla morte del Petrarca, come gli affreschi cinquecenteschi ispirati alle sue opere e la loggetta esterna da cui si accede attualmente. La casa, costruita su due piani, si affaccia su un bel panorama.  «All’interno – così la descrive Wilkins –  si trovano due mobili che furono usati probabilmente da Petrarca nel suo studio: una poltrona e un cassettone verticale diviso in quattro scomparti, in cui probabilmente riponeva dei libri adagiati sui lati».[6] Quasi certamente in casa c’era un dipinto della Vergine, opera di Giotto, a cui il poeta tiene moltissimo e che lascia, come si evince dal testamento, al suo ultimo protettore Francesco da Carrara. L’esterno e i lavori di costruzione e adattamento della casa vengono seguiti dallo stesso scrittore, che si vanta di essere un buon giardiniere, scegliendo con cura  piante e arbusti. Tali luoghi hanno suscitato forte curiosità nel corso del tempo, si pensi al devoto pellegrinaggio dell’Alfieri o all’interesse del Foscolo, che ne ammira e celebra la bellezza della natura.

Certamente Arquà rappresenta, sia per consapevole intenzione del poeta, sia per i dati biografici, l’espressione delle ultime volontà dell’autore. Se quasi tutte le opere vengono scritte, iniziate o ideate nella solitudo iocundissima[7] di Valchiusa, come afferma Petrarca stesso,[8]  proprio ad Arquà, mediante le ultime e numerose epistole, la messa in ordine dei RVF,  la composizione e la  stesura dei capitoli finali di alcune opere, il cerchio si chiude.

Vaticano Latino 3196 (“Codice degli abbozzi”)

Qui il poeta risiede negli ultimi quattro anni della sua vita e poi si spegne nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374 (dal 1371 vive in compagnia della figlia Francesca, del genero Francescuolo da Brossano e della nipotina Eletta).[9] Ad Arquà, negli ultimi giorni della sua esistenza, termina la nona e ultima redazione del Canzoniere, la definitiva,  che coincide col Vaticano latino 3195, il manoscritto sul quale Petrarca dal 1373 fino al giorno della morte trascrive i componimenti mancanti, mediante un paziente lavoro di ordinamento. Gli ultimi mesi si dedica ancora alla poesia volgare, stendendo il Triumphus eternitatis tra il 15 gennaio e il 12 febbraio del 1374. Riprende in mano la Posteritati e, per  Francesco di Carrara, scrive la prima lettera del XIV libro delle Senili, un vero e proprio trattato sul principato e sull’arte del governo, anticipando alcune posizioni di Machiavelli. Un’altra opera cui Petrarca lavora fino all’estremo della sua vita, anche su pressione di Francesco da Carrara, che tra l’altro decide di far affrescare una sala del suo palazzo con figure di antichi romani, dando ordine che si seguissero i consigli di Petrarca, è il De viris illustribus.[10]

Sempre sui colli Euganei Petrarca si dedica alla traduzione latina dell’ultima novella del Decameron, introducendola in un circuito letterario più ampio e decidendone la sua fortuna europea. Inoltre in questo periodo stende di proprio pugno una lunga lettera, di risposta al Boccaccio, suo prediletto interlocutore, al quale dedica un intero blocco di epistole che chiude le Senili. In maniera amichevole, ma perentoria, nella “senile” XVII, 2, egli risponde all’invito dell’amico a lasciare gli studi e la scrittura, per riposarsi e curare la salute, affermando che «la fatica continua e l’applicazione sono l’alimento dell’animo mio. Quando comincerò a rallentare e a cercare riposo, tieni per certo che cesserò di vivere».[11] E’ evidente che si tratta di parole definitive, che mettono in luce il desiderio di delineare la propria immagine esemplare mediante una precisa strategia autobiografica. Consapevolmente il poeta accetta l’elogio  di Boccaccio che lo considera il primo ad aver promosso in Italia ed Europa gli studi umanistici, che hanno dato una svolta alla cultura contemporanea,[12] e ribatte ai benevoli consigli del suo discepolo con quella vivacità vicina, per alcuni versi, alle sue piacevoli, pungenti e asperrime invettive, cui dà man forte in quest’ultimo periodo (infatti del 1373 è la sua ultima opera polemica rivolta a Jean de Hesdin, Contra eum qui maledixit Italie, scritta il primo marzo del 1373), meravigliandosi di come l’amico possa dargli certi consigli («E già tante volte ti dissi e ridissi la stessa cosa, che m’è grave ripetertela […] Muta linguaggio […]. Or come tu dai all’amico un consiglio che per te stesso non segui? »).[13]

Ad Arquà Petrarca chiude i conti con Agostino, che nel Secretum è il principale critico del suo vano desiderio di gloria e dell’amore smisurato per Laura,  donando le   Confessioni, ricevute in gioventù dal monaco agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro e compagne volute di numerosi viaggi,[14]  al giovane monaco agostiniano Luigi Marsili.[15]  Di questi ultimi anni è anche la bellissima “senile al giovane Antonio degli Albanzani, per il quale Petrarca riassume un insegnamento fondamentale: «Scrivi, leggi, medita, impara, studia per farti dotto, ma quello che più importa, per farti buono e sempre migliore».[16] Nella seconda fase della sua vita, infatti, durante la stesura delle invettive e di numerose epistole, insieme alla strenua polemica contro gli averroisti, Petrarca si presenta in qualità di philosophus e maestro che, indagando su se stesso, insegna ad amare più che a conoscere la verità.[17]

La scelta di trascorrere l’ultimo periodo della propria vita nella casa di Arquà, lontana dalla confusione cittadina, come le precedenti dimore di Valchiusa, Selvapiana e sant’Ambrogio, evidenzia la continua ricerca di un ideale di vita sereno, lontano da preoccupazioni e tormenti, e, al tempo stesso, diventa manifestazione concreta di un desiderio che Petrarca sa che rimarrà inappagato, poiché riflette il senso della caducità della vita e il veloce scorrere del tempo che egli ha espresso costantemente nelle sue opere. Delineando uno spazio fisico dedicato alla solitudine, il poeta metaforizza un progetto esistenziale, ma anche la certezza che le tempeste dell’animo e l’inquietudine interiore, che egli riesce a concepire in una maniera  prossima all’uomo di ogni epoca, non possono trovare refrigerio in una dimora terrena: «Se sotto il cielo mi fosse dato trovare un luogo qualunque non dirò buono, ma non cattivo, o almeno non pessimo, volentieri e per sempre mi fermerei; ma ora come in un duro giaciglio io mi volto e mi rivolto, né con tutta la buona volontà riesco a trovare il bramato riposo; e così alla mia stanchezza, non potendo con la morbidezza del letto, provvedo col continuo mutare; vado vagando e sembro un eterno viandante (…) Così io sono sbattuto qua e là, pur sapendo che nessun luogo sulla terra è tranquillo».[18]


[1] Sen.,  XIII, 10, 3 a Pandolfo Malatesta, allora signore di Fano, Pesaro e Rimini.

[2] Sen., XV, 5, 5;  lettera scritta quasi sicuramente ad Arquà, nella primavera del 1373, cfr. F. Pétrarque, Lettres de la vieillesse, édition critique d’E. Nota, traduction de C. Laurens, présentation, notice et notes de U. Dotti, 4 tomi, libri I-XV, Paris, Les Belles Lettres, 2002-2006, tomo IV, p. 602.

[3] Epyst. I, 6, datata 1338.

[4] Epyst., I, 6, 3-18.

[5] Così continua l’epistola: «Che mi giova  aver un poco saziato la sete al fonte delle Muse, se un’altra sete mi brucia, e perennemente infuria nel mio cuore? […]. Ma ella ancora m’insegue, e, tentando di riprendere il suo dominio, ora mi appare quando veglio, ora con aspetto turba con vari terrori il mio sonno agitato» (20-22; 126-128).

[6] E. H. Wilkins, Vita del Petrarca, nuova edizione a cura di L. C. Rossi, traduzione di R. Ceserani, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 264.

[7] “Transalpina solitudo mea iocundissima”, didascalia  in calce al disegno di mano di Boccaccio che ritrae Valchiusa, in un codice che Petrarca possedeva della Naturalis historia di Plinio il Vecchio.

[8] Posteritati,  24.

[9] Sen., XIII, 8.

[10] Si veda il saggio di G. Martellotti, «Inter colles Euganeos». Le ultime fatiche letterarie del Petrarca in Il Petrarca ad Arquà. Atti del convegno di studi nel VI centenario (1370-1374) (Arquà Petrarca, 6-8 nov. 1970), a cura di G. Billanovich e G. Frasso, Padova, Antenore, 1975, pp. 165-175.

[11] Sen.,  XVII, 2, 9.

[12] Su questo tema cfr. il bellissimo volume di U. Dotti, Petrarca civile. Alle origini dell’intellettuale moderno, Roma, Donzelli, 2001.

[13] Sen.,  XVII, 2, 2; 4.

[14] Fam., IV, 1, 26 (ma anche De otio II, 9, 7; Sen. VIII, 6, 5-9).

[15] Sen., XV, 7 scritta ad Arquà nel gennaio del 1374.

[16] Sen., XI, 7 a Antonio degli Albanzani, figlio di Donato suo amico.

[17] Scrive ad esempio: «Sono perciò veri filosofi morali e utili maestri di virtù quelli che hanno come primo e ultimo obiettivo quello di rendere buono l’uomo che li ascolta o li legge, e che non solo insegnano cosa sia la virtù e il vizio […], ma sanno instillare nell’animo l’amore e l’attaccamento al bene, e l’odio e il rifiuto del male».  F. Petrarca, De ignorantia. Della mia ignoranza e di quella di molti altri, a cura di E. Fenzi, Milano, Mursia, 1999, pp. 269-271.

[18] Fam., XV, 4, 10-11.

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3 thoughts on “Arquà, l’ultima dimora del Petrarca

  1. Interessante, fluido e puntuale, Caligiure dimostra che anche uno scritto scientifico può rivelare aspetti e tematiche che coinvolgono il nostro spirito moderno. Piacevolissima lettura.

    Cristina Annino

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