Poesia/Recensioni

“Stelle a Merzò”. Amore si fa Parola.

di Bruno Nacci

9788871865300Adele Desideri, pseudonimo che  esprime bene una vitalità teatrale, pubblica ora la sua quarta silloge poetica, Stelle a Merzò (Moretti&Vitali 2013), giocando d’anticipo con il lettore, fuorviandolo con la più antica delle seduzioni letterarie: narrerà una storia d’amore “che mi è stata raccontata – non senza lacrime e sospiri  – dalla viva voce della protagonista” (ma una delle due dediche a A.D., è forse una spia lasciata cadere con impertinenza). Non contenta, in esergo inventa un criptico “tu” che sembra essere più uno specchio che un interlocutore, e che dovrebbe mettere sull’avviso il lettore a non lasciarsi troppo abbindolare dalla forma del poemetto o canzoniere d’amore, e neppure dal solerte bugiardino iniziale. La sua poesia, fin dall’inizio, procede per strappi, da Salomè (2003), in cui la sintassi era lacerata e rastremata fino all’osceno e al blasfemo che ricorda certe ulcerazioni testoriane, in una impudica contraffazione (ma anche inveramento) della parola biblica, a Non tocco gli ippogrifi (2006), calepino stralunato di sensi arroventati, proseguendo per Il pudore dei gelsomini (2010), rappresentazione sgomenta e regressiva di affetti ancestrali. Il nuovo tempo della poesia di Adele è apparentemente più  colloquiale, e illude di una narrazione distesa e domestica, ma è un altro inganno. Il paesaggio, sempre raro sotto la sua penna, sembra concedere qualche intermittenza di serenità: «Vicino alla casa diroccata, / tra le balze del colle ridondante / di luna, sta il fienile», ma il brusco accostamento «luna / fienile», toglie subito ogni illusione di cedimenti romantici, e poi ci sono questi versi che chiariscono più le intenzioni di una poetica aspra che quelle di un dialogo tra amanti: «Le stelle di Merzò – hai ragione tu – / sono incollate al cielo». Perché tutto l’equivoco poi di questo amore (che sa di operetta, sulla carta, s’intende: «Metterò sul tuo capo il cimiero del gendarme, / ti ruberò il pugnale, nel sale ti conserverò») si consuma altrove, e come negli altri libri è proprio l’esasperata frequenza di segni corporei, la loro frenesia tanto spesso evocata,  che non persuade di tanta carnalità. Eros, il prendersi e lasciarsi,  il paesaggio cancellato (niente paesaggi nella Bibbia), qualche strazio pucciniano tentato con un tremolo patetico, tutto questo non è che la materia, disposta con perizia e crudeltà, sotto cui brucia un altro fuoco, in profondità, ribollente, magma sempre sul punto di traboccare. Adele ha la tempra delle antiche profetesse, delle Pizie, delle vergini guerriere, delle Camille, e la poesia in lei prima di tutto è servizio intransigente reso alla Parola, sempre e comunque. Contate la frequenza dei termini e delle espressioni e dei ricordi biblici, che sgorgano spontanei e, in questi testi, quasi di soppiatto, all’interno di sentimenti, situazioni, disposizioni interiori che reclamerebbero altri abbandoni, o forse languori e svenimenti sentimentali. Sono innumerevoli, e un elenco anche solo esemplare rischierebbe l’accumulo, insensato davanti all’evidenza. C’è all’inizio quel cenno a un “valzer sconsiderato”, che verrebbe voglia di tradurre in danza rituale, come rituali sono gli angeli immanenti, anche loro comparse di teatro (lo zoppo, il sordo, il biondo), e su tutto aleggia una temperie da rappresentazione medioevale, con irriverenze, stordimenti, e un sacro terrore, così ben scorciato in questo (auto)ritratto trasposto: «Ti vestirai di seta / ̶  rimmel, rossetto e fard   ̶ / per mascherare il vuoto, / per disegnare sullo specchio /tutta la disperazione, / la tua finta allegria». C’è oggi in Italia un poeta religioso più coerente, più tentato dalla forza barbarica dei testi sacri di cui usa le parole e l’intenzione, al punto da sacrificare loro, apparentemente, la sua sincera e commossa bravura?

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