Librazioni/Narrativa italiana

Librazione di aprile: Costanzo Ferraro

                                                                                                                                                                                                                                       di Diego Bertelli
cimettolafacciaCostanzo Ferraro ha compiuto da qualche mese quarantatré anni, anche se nella sua storia, Cimettolafaccia (Valigie rosse, 2014, a cura di Silvia Lavalle e con una nota di Gian Luigi Carlone, Giorgio Li Calzi e Johnson Righeira), l’autore non specifica mai la data di nascita. Costanzo Ferraro dice solo che viene al mondo «a Piano di Sorrento nella clinica privata di San Michele. Negli anni ’70 questo è l’unico antidoto alla paura di partorire all’ospedale di Capri»; la sua attenzione, e dunque la nostra, va invece su un oggetto, una ventosa, che determina il suo destino: «Oggi non sarebbe stato un parto naturale, ma un routinario cesareo, allora però, vista la complicazione del caso, preferirono addormentare mia mamma a sua insaputa e farmi venire al mondo con una ventosa.[…] Nasco asfittico, muoiono migliaia e più cellule e ho un danno permanente al sistema nervoso centrale. Nei primi due anni di vita, si pensa soltanto a un semplice ritardo motorio, finché un ortopedico spara la terribile diagnosi e la mia condanna: sono spastico».
Silvia Lavalle, nella sua introduzione a Cimettolafaccia, la biografia di Costanzo Ferraro, afferma che l’autore «nasce a Capri il 4 gennaio del 1971 con una tetraparesi spastica distonica».
Il modo in cui il dato biografico è trattato nel testo e al di fuori del testo chiarisce senza dubbio una differenza: Costanzo Ferraro sta raccontando prima di tutto una storia, che coincide con la sua vita. L’attenzione a determinati elementi è dunque consapevole, così come è consapevole il fatto che altri elementi passino in secondo piano, anche perché quella dell’autore è una scrittura che riflette un modo di pensare scientifico e analitico, limpidissimo nella sua formulazione, dato che Ferraro è un ingegnere informatico. In questo senso, anche le associazioni che egli fa hanno un valore prima di tutto narrativo, a conferma di un certo modo di pensare e raccontare che acquisisce senso nel contesto della biografia: «Nella scuola vecchio stile non esistono laboratori né espressioni di attività ricreative; si studia soltanto: aritmetica, geometria piana, geografia, storia, italiano da masticare quintali di grammatica, con spietate analisi logiche e del periodo. Ai miei occhi di bambino appare tedioso, ma oggi riconosco la grandezza della mia maestra. Ancora più grande, forse immensa, mi appare nel ricordo la mia macchina da scrivere, la mitica Olivetti “Lettera 32” di colore verde. È una fatica bastarda per i miei movimenti involontari che mi portano all’uso completo della sola mano sinistra, mentre gli altri bambini sfogliano fogli di piuma in quaderni colorati».
Sia da un punto di vista umano che narrativo, nel racconto di Costanzo Ferraro, il riferimento alla Olivetti e al suo uso meccanico è determinante per l’autore, il quale sa di avere a disposizione prima di tutto la sua testa. Questi particolari essenziali, insieme a una serie di figure umane che per il personaggio-autore rappresentano la sintesi di un contatto fisico col mondo, sono decisivi per la descrizione degli eventi. Attraverso una progressione continua di oggetti ed esistenze determinanti, Costanzo può lasciare l’isola(mento) di Capri per andare a studiare e vivere a Pisa. La madre e il padre dell’autore sono gli ingranaggi fondamentali per garantire alla trama i primi sviluppi. Si parte dalla frequentazione dell’asilo e della scuola elementare per arrivare all’incontro con Mike: «Mio papà. Gran comunicatore ed estroverso, fa salire un autostoppista sul suo camion. Lo scambia probabilmente per un operaio, ma si tratta di Mike, uno sgangherato American boy in vacanza, dopo aver studiato per qualche mese a Perugia all’Università per stranieri. Ora ha piazzato la sua tenda in un camping di Pompei. Il loro viaggio scorre in silenzio, fino al momento del saluto; è allora, che Mike chiede a papà se ha dei figli. Certamente, una femmina incazzata e un maschio disabile testardo e irremovibile, che si è piantato nel cervello di voler studiare altrove. Mike, in un istante, lui non pianifica la sua vita, decide che vuole venire a Pisa con me. […] Mio padre è un pazzo […]».
Ecco allora che il testimone passa a Mike, il quale rappresenta, più che un ingranaggio, un vero e proprio detonatore. Costanzo è così «catapultato» a Pisa da un’esplosione. Ovviamente all’inizio, con Mike, le cose vanno abbastanza male, ma poi si assestano: «Mike mi aiuta proprio lasciandomi solo. […] Non riesco a cucinare per conto mio, ma mi lavo, mi rado, mi vesto, vado a fare colazione al bar, non importa se seduto o al bancone. Passeggio, prendo autobus, chiacchiero». Nel frattempo, nella vita di Costanzo, ci sono un sacco di esami da fare, e gli incontri con le persone si susseguono come in passato: dalle lontane figure femminili dell’infanzia e dell’adolescenza, la maestra Annamaria Catuonnio e la professoressa di Lettere, Rita Laudogna, adesso l’autore si confronta con il professor Carlo Montagero, della Facoltà di Scienze dell’Informazione, con il quale si accordano le modalità dei primi esami, Don Claudio, l’uomo delle «risposte importanti», Alfonso, «studente di matematica palermitano […] ricco di fede», che prenderà poi i voti, Vincenzo La Macchia, il tramite con il Gruppo Universitario Cattolico, e Paolo Mancarella, alias «Superpaolo», oggi, grazie all’incontro con Costanzo, «delegato ufficiale dei servizi universitari per soggetti disabili».
C’è poi, in questa medesima progressione, Costanzo Ferraro che si fa il prolungamento di se stesso e diviene come tutti gli altri, senza nessuna concessione alla sua condizione fisica: «Non sono oggettivamente autosufficiente, molte cose di base non posso svolgerle, devo essere assistito in modo responsabile per necessità vitali. Quindi la protezione è la mia sopravvivenza fisica, ma la mia sopravvivenza culturale, intellettiva e spirituale dipende unicamente dal mio libero arbitrio. Io sono padrone della mia esistenza di essere pensante. Da una parte il mio corpo, che si prende gioco di me come un burattino tirato da fili impazziti, dall’altra il mio cervello, sempre acceso, vigile, curioso». Anche se a Costanzo serve più tempo, si veste, scende a fare colazione, sostiene gli esami universitari, si riprende dai momenti debilitanti del suo corpo (Costanzo ha dovuto non soltanto mantenere con grande sforzo e dedizione la propria forma fisica, ma sopportare nel corso della sua storia terapie, analisi, privazioni umilianti, diagnosi sbagliate e cure spesso dolorose, con alcune ricadute serie, come quelle raccontate nel capitolo Perché tanto dolore?).
Lungi dall’autore, in ogni pagina del suo racconto, ricondurre il lettore sul sentiero pernicioso della compassione: «Chi pensa “povero Costa’” non comprende quanto oggi mi trafigga il dolore del ricordo del mio vecchio handicap». Allo steso tempo, la sua storia non è una rivendicazione ideologica che gioca in modo semplicistico con la disabilità, come se l’uguaglianza tra persone portatrici di handicap e società fosse da ricercarsi prima di tutto nella tutela incondizionata di una categoria e nella cieca difesa di un privilegio.
Nella storia di Costanzo Ferraro c’è semmai un uomo che si è fatto un culo così per dire quello che ha da dire, arrivando fin quasi al punto di farsi paura da solo nei momenti decisivi della sua vita: «Con la maturità di un uomo mi faccio paura. In questo momento non sono curioso, non sono adrenalinico, non sento emozioni. Voglio solo laurearmi per non tornare mai più a Capri. Sono così ferreo e rigido con me stesso da non aprirmi alla vita. Esiste soltanto la mia priorità, una questione di vita o di morte. Come una “monade leibniziana” senza porte e senza finestre». Ma la determinazione si scontra con quello che la vita gli offre, al di là della sua caparbia volontà e l’autore l’affronta senza mai scaricare la responsabilità su qualcuno o qualcosa. Per questo, Cimettolafaccia è anche il racconto di un bambino che si prende come tutti le prime cotte, «ahimè unilaterali», sa di non poter giocare a pallone con gli altri, ascolta un botto di musica (ma i Beatles sono la vera rivoluzione, e io non posso essere più d’accordo di così), fa le superiori scazzato e senza aspettarsi molto, guarda il TG tutti i giorni, discute in casa, cresce sentendo il peso della mentalità di una Capri «classista, becera e ignorante», s’incazza con la politica italiana, se ne va dall’isola, prende posizione e milita a sinistra, si trasferisce a Pisa ormai adulto, scopre il valore della fede e dell’incontro con il Gruppo Universitario Cattolico, godendo prima di tutto del piacere di starsene con altri studenti a cena insieme, seduto a tavolate dove tutti hanno cucinato e mangiano per tremila lire («Non importa che io non ci capisca nulla, che io non frequenti ancora la Chiesa, che non assista ancora a una messa, importa soltanto che, per la prima volta, qualcuno mi invita a partecipare a qualcosa»).
A fare da sfondo alla vita raccontata in questo libro, la storia d’Italia, anche perché per Costanzo Ferraro, vichiano d’elezione, la storia è «una scienza, un’evoluzione scientifica della realtà, causa ed effetto, azione e reazione di momenti esatti». Costanzo, vede cadere il Muro, vede l’Italia perdere il mondiale, la Prima Repubblica andare a rotoli, inizia a conoscere concretamente i limiti e i pregi del suo paese, specie se confrontato con altri. Uno dei momenti migliori del racconto riguarda l’esperienza Erasmus a Linkoping, in Svezia, durante la quale Costanzo si accorge di quanto «il mito di un Paese all’avanguardia, il mito di uno stato sociale a misura di disabile» realizzi per contro l’assenza di un contatto umano: «Rimango 23 giorni, poi vado via, sentendo l’amarezza della sconfitta in un ambiente gelido». Debolezze e momenti di forza, come per tutti, anche per Costanzo. Scelte giuste e scelte sbagliate, lo stesso, ma tutto vissuto e raccontato sotto la lente di una visione chiara delle cose e alla luce di una consapevolezza che segna l’incontro decisivo, quello con Silvia Lavalle, il 5 giugno 2010, «data in cui inizia questo mio racconto, accanto a me Silvia, la mia assistente scelta quel giorno stesso, la mia biografia, l’amore mio, la mia complice e compagna nella vita, la mia socia, la mia forza. Scelta per il suo curriculum che non c’entra un cazzo con handicap, operatori socio sanitari, associazioni di volontariato e simili pietismi». In mezzo a questa storia, una vita, che va dal 4 gennaio 1971 o 5 giugno 2010 fino a oggi; in mezzo a quella vita, una storia, che finisce qui, dove comincia.
1082254_10151595998948027_1615104595_nLe librazioni sono lievi oscillazioni della luna che rivelano all’osservatore terrestre margini del suo lato oscuro. Stupidamente, nella mia testa, sono anche le azioni che i libri compiono su di noi, rivelandoci sempre qualcosa, se è vero che il verbo rivelare vale tanto svelare quanto velare nuovamente. Potete leggere le precedenti puntate di Librazioni sul blog Tono metallico standard: http://tono-metallico-standard.blogspot.it/
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IMG_0130_1*Diego Bertelli vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia», «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», con la rivista «Atelier» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, uscita su Italian Poetry Review, 6, 2011. Un suo racconto, Il sogno di Amanda, è apparso nell’antologia Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). Contatto: diegobertelli@gmail.com.

 

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