I libri parlano con più persone/Saggi/Speciali

I libri parlano con più persone: i sogni dei malinconici e l’ascesa a Pechino di Matteo Ricci

di Gianni Criveller*

ascesa a pechino di Ricci - Copy (1)

Cartina di Bruno Maggi

Il 1595 fu un anno cruciale per Matteo Ricci, il gesuita maceratese che introdusse la fede cristiana in Cina  mediante la via dell’amicizia, del dialogo culturale e scientifico. Egli ebbe, per la prima volta, la possibilità concreta di raggiungere Pechino,  ma una volta giunto a Nanchino fu abbandonato a se stesso dal ministro che lo aveva incluso nel suo seguito. Il missionario fu respinto a malo modo dalla città e, in quello sfortunatissimo viaggio, perse anche il compagno, annegato nel corso di un incidente in cui lo stesso Ricci si salvò per miracolo. Tutto andava per il verso sbagliato quando il gesuita ebbe un sogno. Era il 25 o 26 giugno 1595, e Matteo così  raccontò all’amico Gerolamo Costa in una lettera del 28 ottobre dello stesso anno, a soli quattro mesi dall’evento:

Mentre stavo malinconico per il tristo successo di questa andata e pei travagli del viaggio, pareami che mi si facesse incontro un uomo sconosciuto, che mi diceva: “E tu vuoi pure andare innanzi in questa terra per distruggere la sua legge antica, e piantarvi la legge di Dio?”. Io meravigliandomi come colui potesse penetrare nel mio cuore, gli risposi: “O voi siete il diavolo o Iddio”. Disse colui: “Il diavolo no, sì bene Iddio”. Allora io, gittatomi a’ suoi piedi e piangendo dirottamente, dissi: “Dunque, Signore, giacché sapete questo, perché fin ora non mi avete aiutato?” Disse egli allora: “Andate pure in quella città – e parea che mi mostrasse Pachino -, e quivi vi aiuterò”. Et questo è il sogno.[1]

Questo episodio è impressionante per due motivi: l’esplicita indicazione fatta in sogno di Pechino come la meta della missione di Ricci; e la dichiarazione dello stato di malinconia in cui Matteo era caduto alla vigilia del sogno.

Il sogno di un melanconico
Questo è l’unico sogno che lo riguardi descritto da Ricci, il quale diffidava i suoi discepoli dal dare retta ai sogni. Inoltre si tratta dell’unico evento onirico di cui si abbia notizia da parte di un gesuita in 200 anni di missione in Cina. Nelle lettere scritte da Ricci nello stesso periodo al suo superiore generale o ad altri  non se ne fa cenno. Per Matteo si trattò di una confidenza intima a uno dei suoi migliori amici, Gerolamo Costa, originario anche lui di Macerata.
A parte l’onestà intellettuale di cui Ricci dà prova nella sua vita e nei suoi scritti, il sogno è da ritenersi come realmente  avvenuto, poiché il missionario non poteva in nessun modo immaginare che la predizione si sarebbe un giorno realizzata per davvero. Né Costa poteva essere interessato ai dettagli che riguardavano Pechino. In quei mesi tutto stava andando per il verso sbagliato e, invece di avvicinarsi, Matteo si stava drammaticamente allontanando da Pechino. La predizione, infatti, si compì solo sei anni dopo, il 24 gennaio del 1601, e in nessun modo Matteo, lo ribadiamo per l’ennesima volta, poteva anticiparlo.

Pechino nuova Roma
Il sogno riecheggia la visione di Ignazio di Loyola a La Storta (Roma) nel 1537, nel quale il Signore aveva incoraggiato il fondatore: “Ti aiuterò a Roma”. Ricci vive l’introduzione della Compagnia di Gesù in Cina come una riedizione della stessa fondazione della Compagnia! Il sogno richiama anche due esperienze dell’apostolo Paolo, riferite da Luca negli Atti degli Apostoli: la visione dell’uomo macedone (At 16,9) e soprattutto la visita di Gesù che gli predice l’andata a Roma (At 23,11). Come la missione di Paolo fu un viaggio da Gerusalemme a Roma, così l’impresa di Ricci fu un viaggio da Roma a Pechino. Si tratta  di un progetto missionario che Matteo interiorizza in modo profondo e convinto come volontà divina. Lo stesso Visitatore [superiore dei gesuiti in Asia] e amico,  Alessandro Valignano, gli aveva ordinato di raggiungere Pechino, stabilendovi una residenza per ottenere dall’imperatore il permesso per la predicazione evangelica.

Il viaggio della vita
Quello che i missionari dal XVI  secolo compivano verso le Indie orientali (l’Asia) era davvero il viaggio della vita, un’esperienza memorabile e rischiosissima, nella quale molti non giungevano nemmeno a destinazione. Il viaggio, una frequente metafora della vita, è stato una componente predominante nella vita di Ricci. Tra i nove anni trascorsi a Roma (1568-1577) e i nove anni trascorsi a Pechino (1601-1610), Matteo visse 24 anni di continui spostamenti. Nato a Macerata il 6 ottobre 1552 (a 16 anni lasciò la sua città natale e non vi fece più ritorno), il gesuita iniziò il suo lungo viaggio verso Pechino il 18 maggio 1577, da Roma, dove nove anni prima iniziò gli studi di Legge presso l’università “La Sapienza”. Si diresse prima a Livorno, poi a Genova via mare, e da qui a Cartagena, in Spagna. Nel luglio dello stesso anno giunse a Lisbona dove,  insieme ai compagni, attese la primavera successiva per imbarcarsi.
La via portoghese per le Indie orientali circumnavigava l’Africa, toccava il Mozambico e giungeva a Goa, in India. Da Cochin, un’altra città dell’India, Matteo scrisse una lettera super-melanconica, sulla quale  torneremo presto. Dall’India Ricci proseguì per Malacca e infine arrivò a Macao il 7 agosto 1582. Nell’estremo avamposto portoghese in Asia orientale, Matteo iniziò lo studio del cinese e diede inizio alla sua ascesa a Pechino. Le tappe dell’ascesa, dopo Macao, furono Zhaoqing (1583-1589); Shaozhou (oggi Shaoguan, 1589-1592); Nanchang (1592-1595); Nanchino (1595-1600), Linqing (vicino a Tianjin, 1600-1601) e finalmente Pechino (1601-1610).
Ricci e il suo primo compagno, il pugliese Michele Ruggieri, stabilirono la loro residenza a Zhaoqing (vicino a Guangzhou), indossando abiti simili a quelli dei monaci buddhisti. Matteo produsse il primo mappamondo e la traduzione delle preghiere in cinese. Nel 1589 egli fu espulso dal governatore e, rifiutando l’indennizzo per la requisizione della casa di Zhaoqing, ottenne il permesso di trasferirsi a Shaozhou, oggi Shaoguan, nel Guangdong settentrionale. Nel 1595, dopo il tentativo fallito di insediarsi a Nanchino  descritto sopra, il gesuita stabilì la sua residenza a Nanchang, capitale della provincia di Jiangxi. Qui pubblicò Dell’amicizia, il suo manifesto missionario, e un libro sulla memoria (in cui eccelleva). Nel 1596 cominciò a lavorare al suo libro più importante, che fu pubblicato nel 1603 con il titolo Il vero significato di Signore del Cielo.
Dopo numerose e pericolose peripezie, Ricci si stabilì a Nanchino nel febbraio 1599, dove strinse amicizia con alcuni dei più importanti studiosi e intellettuali del tempo, ma soprattutto incontrò colui che fu il suo più noto discepolo, amico e sostenitore, Paolo Xu Guangqi, la “principale colonna” della cristianità cinese. Il 19 maggio 1600 Ricci fu fermato a Linqing (presso Tianjin) dall’eunuco Ma Tang, “commissario delle dogane”, che scambiò un crocefisso destinato all’imperatore per uno strumento di magia nera. Dopo sei mesi di fermo forzato, il 24 gennaio 1601, Matteo e i suoi compagni ottennero il permesso di raggiungere Pechino e presentare i loro doni all’Imperatore. Nella capitale Ricci mise a frutto tutta la sua personalità, carisma e conoscenze fino al giorno della sua morte, l’11 maggio 1610, a 57 anni. Il suo solenne funerale e il permesso di essere sepolto sul suolo imperiale furono privilegi senza precedenti, a dimostrazione dell’immenso rispetto che Ricci si era conquistato in Cina.

La melanconia di Matteo
L’ascesa a Pechino era un obiettivo che avrebbe scoraggiato chiunque, in un paese chiuso ermeticamente agli stranieri, con sfide culturali e di adattamento mai sperimentate prima. Ma Ricci non era una persona qualsiasi. Era un uomo straordinario, animato da intelligenza, zelo e caparbietà non comuni: in soli 18 anni, tra difficoltà, insuccessi e opposizioni di ogni genere riuscì nel suo Matteo Ricciintento. Da alcuni studiosi Ricci è considerato uno degli uomini migliori nella storia dell’umanità, il primo che ha unito due tra le civilizzazioni più celebrate della storia, l’umanesimo rinascimentale europeo e la dinastia cinese dei Ming. Nel “Monumento del Millennio in Pechino”,  Ricci è incluso tra i cento personaggi più illustri della storia della Cina.Eppure un uomo tanto geniale confessa di soffrire di malinconia.
Il più eloquente testo malinconico di Matteo si trova nelle prime righe della lettera che il 29 novembre 1580, dalla città di Cochin (India), egli scrive al compagno di studi Ludovico Maselli.

Non mi causa tanta tristezza, così la voglio chiamare, il star lontano di miei parenti secundum carnem, se bene io son molto carnale, quanto il starlo di V. R. che amo più che mio padre. Di qui potrà giudicare V. R. quanto grata mi fu la sua lettera. Non so che imaginatione mi viene alle volte e non so come mi causa una certa sorte di melanconia che mi par che è buona, e havrei scrupolo di non haverla, pensando che i miei padri e fratelli, ch’io tanto amai et amo, di cotesto collegio dove io nacqui e mi allevai, si scordino di me, tenendo io tutti tanto freschi nella memoria; tanto che per mia miseria una delle buone orationi, e con molte lagrime, che io faccio è ricordarmi di V. R. e degli altri padri e fratelli del collegio.[2]

Questo breve brano contiene elementi impressionanti: Matteo dichiara esplicitamente il suo stato melanconico; inoltre egli mette insieme in pochissime righe una lunga serie di termini e verbi piuttosto melanconici quali: tristezza, lontano, molto carnale, amo, imaginatione, sorte, melanconia, scrupolo, pensando, amo, amai, scordino, memoria, miseria, molte lagrime, ricordarmi. In particolare,  come fa anche in altri testi, accosta l’immaginazione alla malinconia (vi torneremo in seguito).
L’affermazione che la “certa sorte di melanconia” gli pare “buona, e avrebbe scrupolo a non averla” sconcerta in quanto nella tradizione cattolica medioevale, che estese la sua influenza fino al XVII secolo, la malinconia era associata all’accidia, uno dei sette vizi capitali. C’erano dunque varie tipologie di malinconia, malinconie buone e no, e Matteo è consapevole della polivalenza del termine, e quasi prudenzialmente dichiara che quella che lui soffre “gli pare buona”, anzi lo è senz’altro, perché “avrebbe scrupolo a non averla”. Di quale malinconia scrive Matteo? 

L’invenzione della malinconia
La malinconia, che letteralmente significa bile nera, nasce in Grecia  e descrive la malattia umorale delle persone deboli e tristi. Aristotele è il primo, invece, che si chiede per quale ragione gli uomini eccezionali siano malinconici. L’intuizione dell’esistenza di un legame tra genialità e malinconia porta a sorprendenti risultati. Studiando i sogni, il filosofo greco fa derivare la melanconia dall’incontinenza della facoltà immaginativa e, attraverso un complesso ragionamento (per il quale rimandiamo alla versione integrale di questo studio),  ne deriva che “vi sono uomini melanconici  i cui sogni sono veri”.
Influenzato dalla medicina greca trasmessa in Europa, attraverso testi di lingua araba, il pensiero cristiano dell’Età di mezzo associa la malinconia all’accidia, l’indolenza nell’operare il bene, particolarmente insidioso per i contemplativi, facilmente soggetti alla noia e all’inerzia. Melanconici erano considerati anche coloro che soffrivano di depressione e erano prossimi alla pazzia. Infatti, la malinconia debutta nella poesia come sentimento di disperazione estrema in Un dì si venne a me Malinconia, un celebre sonetto di Dante in cui il poeta presagisce la morte di Beatrice:

Un dì si venne a me Malinconia / e disse: “Io voglio un poco stare teco”; / e parve a me ch’ella menasse seco / Dolore e Ira per sua compagnia.

La malinconia dantesca è foriera di morte, dolore e ira. Gli accidiosi, parenti prossimi dei melanconici, furono da Dante debitamente collocati all’inferno:

Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidioso fummo: // or ci attristiam nella belletta negra.[3]

Rinascimento e malinconia
Le sorti della melanconia volgono per il meglio con l’Umanesimo e il Rinascimento, al punto che quest’ultimo può essere definito l’età dell’oro della malinconia. Leon Battista Alberti ripropone il tema aristotelico del rapporto tra genio e melanconia, imponendolo alla letteratura quattrocentesca. Nello stesso tempo, il pensiero rinascimentale, infatuato di neoplatonismo e astrologia, associò la malinconia a Saturno, il quale, oltre che depressione e follia, favorisce anche le qualità geniali, associando genio a sregolatezza.
Il più grande pensatore malinconico del Rinascimento fu Marsilio Ficino, intellettuale di spicco della corte di Lorenzo de’ Medici. La malinconia  secondo Ficino è slancio creativo dell’ingegno, temperamento del genio, capacità riflessiva che configura veggenza, suggerendo un legame tra immaginazione e malinconia. L’immaginazione, un’attività delle facoltà sensitive e mentali, ha il potere di liberare l’essere umano dal determinismo dell’astrologia e del fato. L’uomo viene così restituito alla sua dignità originaria, alla capacità di conoscere e all’esercizio del libero arbitrio. E i melanconici conoscono l’immaginazione più di ogni altro.
Il filosofo e religioso calabro Tommaso Campanella, contemporaneo di Ricci, s’interessò di sogni e malinconia, riprendendo temi aristotelici, alla luce delle riflessioni rinascimentali. La malinconia è segno di spiriti sagaci, e i malinconici più di altri sono capaci di presentire gli avvenimenti: “il malinconico in sogno antivede più che gli altri”.[4]

La melanconia immaginativa
durer_melancholiaLa malinconia fa il suo debutto nella storia iconografica nel 1514, con l’incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, il massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale. L’angelo della malinconia di Dürer è raccolto in un pensiero doloroso, un’espressione autobiografica del limite nel quale il pensatore si sente avvolto, del limite oltre il quale non è possibile spingersi. Scrive  Dürer: «C’è falsità nel nostro sapere, e l’oscurità è così saldamente radicata in noi che perfino il nostro cercare a tentoni fallisce».[5] Il melanconico conosce la costitutiva labilità del mondo e della stessa scienza, e ne vorrebbe prendere le distanze. “Nel tempo stesso in cui si dispera,  il malinconico immagina: è perciò dotato di vis immaginativa, immagina mondi possibili e migliori”.[6] La malinconia è entrata così nel suo significato moderno, e persino contemporaneo: è la percezione dell’oscurità e della labilità della condizione umana, avvertita con più chiarezza dagli artisti e dai poeti.
Il titolo dell’opera Melencolia I si rifà al trattato di alchimistica di Cornelio Agrippa De occulta philosophia, in cui la malinconia è legata a tre categorie di genio: melencholia immaginativa, melencholia rationalis e melencholia mentalis. Dunque l’incisione di Dürer avrebbe potuto essere intitolata ‘malinconia immaginativa’, da cui deriva la creatività artistica.
C’è un rapporto vitale tra l’immagine, l’immaginazione  e i gesuiti. L’immaginazione è, infatti, una modalità fondamentale della formazione e della spiritualità gesuitica, impartita anche a Ricci e centrata sulla fruizione contemplativa delle immagini per l’esercizio immaginativo della ‘composizione di luogo’.

Essa è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini sacre che narrano la storia dei vangeli,  in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione. Le immagini infatti, creando mondi immaginativi nuovi, hanno il potere di condurre la persona fuori dal proprio mondo, rendendo possibile un’uscita da sé. Questo dislocamento della persona crea un nuovo spazio mentale e rendendo così possibile un incontro con il divino.

Tutto ciò non poteva non avere una ricaduta sull’attività missionaria.  L’adozione di ‘immagini sacre’ e la confidenza nel loro potere taumaturgico,  la stampa e la diffusione di immagini che rappresentavano la vita di Gesù,  le narrazioni evangeliche e la fiducia nel loro potere immaginifico, evocativo e persuasivo,  furono in assoluto una delle più innovative caratteristiche dell’attività missionaria dei gesuiti in Cina.

Amleto e Don Chisciotte, eroi malinconici
Il malessere nuovo e indefinito descritto da Dürer in termini di malinconia diventa uno dei temi più frequentati nell’Europa del tardo Cinquecento. Un sentimento di catastrofe spirituale incombe sul mondo, e la vita e la morte, il divino, il male e il dolore tornano a essere problemi insolubili. La malinconia per la vanità delle cose e il dubbio sulle capacità della ragione ispirano le menti dei pensatori e degli artisti.
Nel 1586 Timothy Bright pubblicò un Treatise of Melancholy  che influenzò in maniera notevole William Shakespeare, il drammaturgo inglese che impiegò il tema della malinconia per approfondire i caratteri e le psicologie dei suoi personaggi. Amleto (1603) è l’eroe shakespeariano malinconico (e romantico) per eccellenza e, come afferma Victor Hugo, “avrebbe potuto chiamarsi ‘Melancholia’, proprio come l’immagine di Dürer”.[7]
Il tema della malinconia aveva pervaso in profondità anche il ‘secolo d’oro’ della Spagna  (XVI e XVII secolo). Nel 1585 il medico spagnolo Andrés Velásquez pubblicò a Seviglia il Libro de la melancolía. Nel 1605, poco dopo l’Amleto, uscì la prima parte dell’opera di Miguel de Cervantes, Don Quijote de la Mancha, l’anti-eroe melanconico più importante della letteratura spagnola. Nel 1611 il drammaturgo Tirso del Molina pubblicò la commedia El melancólico. Il secolo d’oro della malinconia spagnola include Giovanni della Croce e Teresa D’Avila, due contemplativi che hanno attraversato la notte oscura della fede. Il legame fra vita contemplativa e malinconia era conosciuto fin dal Medioevo cristiano.
Esiste un singolare legame letterario tra Matteo Ricci e gli studi europei sulla malinconia. Nel 1621 viene pubblicato un trattato fondamentale nella storia della malinconia:  The Anatomy of  Melancholy di Robert Burton. Il libro riassume decenni di studi sulla malinconia ed è, allo stesso tempo, un momento fondamentale per l’introduzione della malinconia nella cultura moderna. Burton cita Matteo Ricci, il quale era morto nella lontana Pechino solo 11 anni prima, per ben 16 volte. Naturalmente Ricci non è citato in quanto persona melanconica, ma per la descrizione che fa della vita e dei costumi dei cinesi, mostrando in che modo anche il grande popolo asiatico sia vittima di questa malattia dello spirito.

Ritratto della malinconia
Desidero terminare questo viaggio nella malinconia con una citazione tratta da un  libro del teologo e filosofo tedesco Romano Guardini, Ritratto della malinconia (1928). Proprio all’inizio della mia ricerca  mi sono imbattuto, in modo del tutto imprevisto (mentre stavo ‘ispezionando’ scaffali di libri in casa di amici)  in questo volumetto preziosissimo di Guardini di cui non conoscevo l’esistenza. In esso ho trovato una sorprendente affinità tematica con la figura del missionario melanconico Matteo Ricci, l’umanista europeo che ha passato numerosi confini, anzi che fu egli stesso un ‘vivente confine’, come ebbe modo di scrivere da Pechino al fratello Orazio: “stiamo in questi paesi come in un volontario esilio.” In questo saggio abbiamo descritto la malinconia come una malattia dell’anima; lo spirito dei geni; e lo stato di coloro che immaginano o sognano un mondo altro. Secondo Guardini c’è un’altra malinconia, la malinconia di coloro che vivono tra i confini. E i missionari, come Ricci, sono particolarmente soggetti a questa ‘sorte di malinconia’:

Ci sono poi quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. Vivono nella terra di nessuno. Sperimentano l’inquietudine che passa dall’una all’altra parte. La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo. Il significato dell’uomo sta nell’essere un vivente confine, e nel prendere sopra di sé questa vita di confine, e portarla fino in fondo. Con ciò egli sta radicato alla realtà; è libero dagli incantamenti di una falsa immediata unità con Dio. In questo modo di sentire si delinea il vero atteggiamento umano: atteggiamento condizionato dal confine, atteggiamento che allo stesso tempo è l’unico adeguato alla realtà. [8]

A seguito della pubblicazione su Samgha, l’autore ha tradotto e pubblicato il presente saggio in lingua inglese sul sito:  http://beyondthirtynine.com/the-dreams-of-the-melancholic-are-true/

**La versione più ampia del presente saggio di Gianni Criveller è in uscita  nel volume in corso di  stampa Letteratura… con i piedi, a cura di Alessandro Ramberti, Fara, 2014.

[1]Ricci, Lettere, p. 290.

[2] Ivi, p. 19.

[3] Inferno, 7, 121-124.

[4] Tommaso Campanella, Il senso delle cose e la magia, citato da Cambi, Tommaso Campanella, p. 165.

[5] Klibansky, Panofsky, & Saxl, Saturno e la melanconia, p. 341.

[6] Natoli, Malinconia.

[7]Harrisson, Elizabethan Melancholy.

[8] Guardini, Ritratto della malinconia, pp. 78-79.

Bibliografia
Roger Bartra, Cultura y melancolía. Las enfermedades del alma en la España del Siglo de Oro. Barcelona: Editorial Anagrama, 2001.

Robert Burton, The Anathomy of Melancholy. London 1621. Il libro è disponibile online presso vari siti. Ho consultato la versione del Gutenberg Project: gutenberg.org/files/10800/10800-h/ 10800-h.htm (a. 18/4/14).

Alberto Giovanni Biuso, Melancholia, in Vita Pensata, http://www.vitapensata.eu/2012/03/12/melancholia/ (a. 15/3/14).

Maurizio Cambi, Tommaso Campanella: epilessia, malinconia e profezia. Università Ovidius, Constanţa, http://litere.univ-ovidius.ro/Anale/09%20volumul%20XX%202009/02.Literary%20and%20Cultural%20 Encounters/11_Cambi.pdf (a. 15/4/14).

Giuseppe Cambiano & Luciana Repici, Aristotele e i sogni, in Giulio Guidorizzi (a cura di), Il sogno in Grecia. Roma-Bari: Laterza, 1988.

Romano Guardini, Ritratto della malinconia.  Brescia: Morcelliana, 1993 (quinta edizione marzo 1999).

George Bagshawe Harrison, Elizabethan Melancholy, in University of California Santa Cruz. artsites.ucsc.edu/ faculty/bierman//elsinore/melancholy/melIntro.htm (a. 15/3/14).

Raymond Klibansky, Erwin Panofsky & Fritz Saxl, Saturno e la melanconia. Torino: Einaudi, 1983.

Paolo Pinto in “Amleto, eroe malinconico”: http://www.carabinieri.it/Internet/Editoria/Carabiniere /2003/10- Novembre/Cultura/046-00.htm (a. 15/3/14).

Mario Prades Vilar, “<<Morbus animi>> e melanconia nelle <<Intercenali>> di Leon Battista Alberti”, in Mnemosyne: http://mnemosyne.humnet.unipi.it/index.php?id=925 (a. 15/3/14).

Francesca Rennis, “Ficino, la “renovatio” della malinconia”, in, Con-fusioni, http://con-fusioni.jimdo. com/filosofia-e-scienze-umane/ficino-la-renovatio-della-melanconia/ (a. 15/3/14).

Matteo Ricci, Lettere. Macerata: Quodlibet, 2001.

Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù. Milano: Feltrinelli, 1996.

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