Librazioni/Poesia/Recensioni

Librazione di maggio: Luigi Socci

downloadIl rovescio del dolore, titolo del “primo e ultimo” libro di Luigi Socci (italic pequod 2013, con nota di Massimo Raffaeli), è di per sé un’espressione ambivalente. Il dolore sembra infatti essere un genitivo in bilico tra oggettivo e soggettivo, come se ne trovano in quelle frasi esplicative che si imparano al liceo: “l’invidia degli dei” o “la paura dei nemici”. Si resta da subito incerti se in questo caso si tratti di ciò che del dolore è celato o che il dolore stesso cela. Incertezza ammessa e concessa, specie laddove la parola “rovescio” non sia intesa nel suo significato più comune, ossia quello di parte opposta al diritto. Così facendo, l’ambivalenza si estende ulteriormente (anche perché il termine “rovescio” ha un significato tutt’altro che univoco) e le interpretazioni si moltiplicano, fino a comprende ipotesi eccentriche: quel “rovescio” potrebbe essere perfino lo schiaffo che il dolore ti molla dritto in faccia.

A far prevalere una lettura (e quindi un senso) su un’altra è forse l’oggetto che “fa da sottititolo,” alla raccolta di Socci, la Caffettiera per masochisti di Jacques Carelman. In questo modo, l’ambivalenza è messa alle strette, ma non necessariamente annullata, anche perché l’uso di uno strumento che ha la funzione di versarti il caffè bollente sulla mano, specificando il novero dei suoi possibili utenti, non è necessariamente dysfunctional. La relazione del titolo con il manico messo a rovescio della caffettiera riguarda nello specifico l’esperienza del piacere in quanto “rovescio del dolore”. Prodotto di tale esperienza è la poesia: quattordici anni di poesia versata in poco più di un centinaio di pagine, opera omnia che è il rovescio di se stessa, poiché rappresenta il primo libro in senso proprio di Socci, che fino a questo momento aveva visto uscire le sue poesie in rivista, plaquette e antologie. Con in più un particolare, come ricorda Andrea Cortellessa: anche agli esordi le poesie di Socci «recavano lo stesso titolo di adesso, Il rovescio del dolore».

Un’operazione del genere è tutt’altro che lasciata al caso; essa rivela, prima di tutto, il piacere che si prova di fronte all’esecuzione di una forma di controllo, come nel caso di quella che nasce dai meccanismi della versificazione. Sarà per questo che Socci recita tutti i suoi testi a memoria in pubblico; sarà per questo che del novero di versi della nostra letteratura Socci conosce il fronte e il retro, facendo sì che alla tendenza spontanea per il settenario più brevi e più lunghe misure sillabiche si leghino quasi come un contrappeso. L’apparato formale, come accade nel caso di ogni rituale, salva anche dalla perdita dei significati: «si può perdere il senso andando a tempo / può spezzarsi l’incanto / se vibra senza suono da una tasca /qualcosa di non spento.» (da Freddo da palco).

Da questa forma di controllo sulla realtà circostante nasce un piacere specifico, quello che dà vita al ridicolo: «Chino nel mio cunicolo. / Munito di binocolo. / Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo» (Strada maggiore 0.8) Ma anche in questo caso, ridere non è un’azione liberatoria; la questione è più fisiologica che altro e il piacere è dunque il risultato dello “stridere” o dello “scatto” delle corde vocali: un meccanismo sussultorio, che ha in sé qualcosa di doloroso, quasi che in Socci “strappare una risata non possa non far morire da ridere”.

Pur aprendosi nel segno dell’understatement, «oggi non so le cose importanti, / ma tutte le altre a memoria» (Immobiliario), è di una serie di patologie poetiche che si compone Il rovescio del dolore: masochismo, voyuerismo, cannibalismo, tossicodipendenza verbali. I segni di queste “voluttà dolorose” che rappresentano la perversione (pervertĕre significa proprio “rovesciare”) sono disseminati per tutto il testo e non si sbaglia a ricondurre per antonomasia tali pratiche a un nome proprio di persona di genere femminile: «ad Anna serratura / musa di cui si abusa / in forma e in casa chiusa / chiave delle mie mura. Suoni sordi, segreti / voci e misteri mista / ad Anna porta a vetri / che non filtra la vista».

È il “nome anna”, prosopopea della cosa che non si può rovesciare, «dora è arod maria airam / paola sarebbe aloap alla rovescia / ma anna all’incontrario è sempre anna» (Certi rovesci), l’origine del “rovescio” che investe tutta la realtà: «Ho eraso con la bic / il nome (il tuo) / dall’agendina (mia) degli indirizzi / e mi rincresce / che questa penna a sfera / non sia lamarasoio».

È da questo riconoscimento essenziale che l’esperienza poetica passa in rassegna eventi, situazioni, persone, fino a comprendere l’io poetante, il quale si confonde con gli altri soggetti attraverso l’uso della prima persona per fare esperienza di tutto, di quello che ha vissuto e che non ha vissuto, della vita stessa e della stessa morte: «Mi confondo nei ruoli. / Mi confondono i ruoli. / Mi credo e mi capisco. / Dico l’ultima poi mi finiscono» (Ultima prima al “Na Dubrovka”).

È così che Il rovescio del dolore, pur mettendo “le mani avanti” (titolo della prima sezione del libro) per far sì che la poesia sia letta sotto forma di cura («Lèggere attentamente / il foglio illustrativo / trova impiego / negli stati morbosi / di dolori inodori e indolori. / Poesia medicinale e malattia / diluita nell’acqua o presa pura / solo se necessario il cavo orale / dopo l’uso gettare»), definisce la relazione del corpo con la sua sopravvivenza in forma di dipendenza poetica. Una medicina si prende non solo in funzione di palliativo, ma perché necessaria; anzi, il dolore serve proprio al corpo di ognuno a richiamare il bisogno di una sostanza. È questo l’aspetto che mi interessa mettere in luce di questa poesia: la sua funzione di “sostanza stupefacente.” Una definizione tale ha senso soltanto perché riesce a ribaltarsi nel suo rovescio di “stupore sostanziale,” proprio quello che si prova a procurare al dolore la parola; quest’ultima fa della scrittura il termine che riunisce in sé i due opposti, il farmaco che cura e che uccide, poiché la vita e la morte, lungi dall’essere l’uno il “rovescio” dell’altro, sono piuttosto lo stesso piacere, lo stesso dolore della poesia: «Bisogna parlare dei morti / (assenze che di noi fanno polpetta) / perché c’è nella poesia / tanto di così morto per ciascuno» (Insabbiamenti).

1082254_10151595998948027_1615104595_nLe librazioni sono lievi oscillazioni della luna che rivelano all’osservatore terrestre margini del suo lato oscuro. Stupidamente, nella mia testa, sono anche le azioni che i libri compiono su di noi, rivelandoci sempre qualcosa, se è vero che il verbo rivelare vale tanto svelare quanto velare nuovamente. Potete leggere le prime Librazioni sul blog Tono metallico standard: http://tono-metallico-standard.blogspot.it/
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IMG_0130_1*Diego Bertelli vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia», «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», con la rivista «Atelier» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, uscita su Italian Poetry Review, 6, 2011. Un suo racconto, Il sogno di Amanda, è apparso nell’antologia Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). Contatto: diegobertelli@gmail.com
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