Poesia/Saggi

La fiamma di un castagno: su “Legni” di Paolo Pistoletti.

legni jpegUno dei punti di forza della raccolta Legni (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2014) di Paolo Pistoletti è la possibilità che ha il lettore di riconoscersi nei fatti, nei luoghi e nei rapporti apparentemente minimi o anonimi del quotidiano post- postmoderno. Ma voglio subito chiarire e sottolineare che non si tratta qui dell’ennesimo poetare intorno alla quotidianità, né di un nuovo referto in versi di accadimenti “normali” e “familiari”: come sempre succede per ogni poesia riuscita e matura è il linguaggio, la sua forza persuasiva e di stile, a superare l’apparenza di temi già battuti ed abusati e spalancare, invece, l’abisso che palpita dietro la parete sottilissima ed illusoria proprio del cosiddetto “quotidiano” e “casalingo”. Si tratta di un linguaggio sobrio e diretto, trasparente nelle immagini, privo di espressioni gergali, teso a dire quello che la mente percepisce ed elabora, per cui è il linguaggio il vero strumento conoscitivo di Pistoletti, la possibilità che proviene dalla parola e che permette a chi la pronuncia e scrive d’indagare la realtà. Accade allora che l’autore si trovi in uno stato di coinvolgimento con i fatti, le persone o i luoghi e contemporaneamente anche in uno stato di distanza critica consentitogli dalla costruzione linguistica che lo obbliga a dire e a riflettere sul detto e sull’accaduto.

Leggiamo una delle prime liriche del libro (Luce accesa) dedicata alla moglie Silvia: La luce accesa / di là dietro il bancone della cucina. / Sei già passata / l’aria ancora calda direi / da almeno un’ora. // Questo non dire / che è dentro come un inizio, / come se si dovesse sempre / aspettare dal niente // come se da un primo silenzio / si capisse che siamo noi / anche mentre si prepara un caffè. // Anche mentre una speranza / si fa da parte lassù, / appena sopra il lampadario (pag. 17). Ecco: ci sono due muse in questo libro e sono Silvia, la moglie, incarnazione dell’amore coniugale (la luce ancora accesa ne è trasparente rimando, l’aria ancora calda da almeno un’ora ne dice la forza concreta ed appassionata) e Maria, la figlia (Mia figlia quando sto in burrasca / è una terra ferma che cresce / (…) / e allora mentre la mia voce la sgrida / la mia parte più antica si appoggia / a lei in devota obbedienza / (…) / Qui come stasera che lei mi dorme / accanto distesa. Però non lo so. / Però non capisco: strade regioni mari / continenti tempo, un piccolo mondo / che respira al mio fianco / mentre lassù sopra al lampadario / il bianco grande del soffitto – da Dorme, pag. 62) e due numi tutelari: il padre e la madre. E c’è, appena sopra il lampadario, quella speranza che, credo, potrebbe essere interpretata in molti modi e che il trovarsi lì, appena sopra il lampadario, rende così vicina e distante al tempo stesso, trascendente ed immanente, attingibile e pur sempre sfuggente: condizione umana che è tema decisivo di Legni, aprendosi proprio dentro quanto è familiare (la propria casa, i suoi arredi, i suoi spazi) l’abisso del mistero e dell’enigma. Trovo molto interessante una lettura di Legni in chiave di spazialità: le stanze della casa non denotano mai angustia né senso di prigionia, ma sono luoghi dell’io e del noi, del dormire e del desinare, del leggere e dell’attendere; elementi specifici, come i vetri delle finestre o la poltrona o il tavolo, sembrano avere la valenza di catalizzatori dell’azione e del pensiero; più che in contrapposizione, direi in modo dialettico, la strada e la tromba delle scale, l’ascensore e gli edifici nelle vicinanze della casa rappresentano lo spazio del mondo e del lavoro, della lontananza dalla casa, e, nello stesso tempo, dell’itinerario necessario e gradito per il ritorno a casa. La spazialità di Legni è ciò di cui è costituito il dialogare fitto dell’io poetante col tempo (il proprio passato e il proprio presente), con gli oggetti della propria quotidianità (e i legni ne sono interlocutori privilegiati) e con le persone.

In un messaggio privato di qualche tempo fa Paolo mi diceva di aver cercato di celare un dolore che invece, a mio parere, si avverte, discreto in verità, eppure profondo, lancinante e che è da riportare alla morte del padre. Gli affetti familiari sono formidabile fonte d’ispirazione in questa silloge che reca un titolo sobrio ed affascinante il quale fa riferimento ai legni che, lavorati con artigianale sapienza, costituiscono un’anima spesso inapparente della casa, ma viva e discreta, talvolta anche sonora, calda e sapiente, oppure l’umile, ma generosa legna da ardere: mobili, ante di porte e finestre, profili delle stesse, sedie, tavoli sono in verità materiati di un legno che è memore della linfa che vi scorreva dentro, del tempo che, in accumulo di anelli nel tronco dell’albero, è passato incidendovi il sole, le piogge, il vento che si sono avvicendati sopra quelle fibre e dentro di esse, per poi lasciare posto alla mano e agli strumenti del falegname e del mobiliere. La lirica Legno di casa si apre con un verbo bellissimo, all’infinito, e cioè “conoscere” che è poi la tensione intellettuale che attraversa tutto il libro il quale ruota, è vero, attorno ai sentimenti, ma sempre entro quest’empito mentale di vigile interrogare: Conoscere il legno di casa / gli spacchi le età i cerchi / la traccia della resina. / Chiedersi come mai si muove / senza avere vita, / se la linfa veramente manca / dentro tutta questa povertà / che ti guarda / che ti fa ombra / quando il fuoco avvampa / sulle mura o sul tetto / al fumo della cappa / alla fuliggine delle stelle (pag. 19).

Il tema del legno torna nella lirica intitolata Alla finestra: La fronte sul vetro / il grigio fuori e questo viso d’acqua. / Mia figlia alle spalle / che cresce con la febbre. / Quanti pensieri sul tetto di fronte / si lavano pronti per la pioggia, / e quanti vanno via / nelle grondaie dentro le vene / nei prati e negli occhi di chi ho conosciuto. / E quanto / tutto questo asciugarsi di legni / ci somiglia (pag. 21). Anche in altri luoghi del volume si riaffaccia il tema del viso e della fronte appoggiati ai vetri che tematizzano il guardare e l’interrogarsi sull’identità dell’io, mentre la figlia bambina costituisce per l’autore oggetto d’amore ed anche punto di bilanciamento per il proprio esistere: seguire il crescere della propria figlia significa avanzare attraverso l’età adulta, essere a propria volta padre e quindi responsabile per un altro essere ancora fragile, ma totalmente proteso alla scoperta del mondo. L’asciugarsi dei legni ci somiglia perché rimanda alla nostra maturazione intellettuale e psicologica e il libro di Paolo si sviluppa in una sorta di moto pendolare tra due figure paterne: quella dell’autore (padre ancora in fieri mi vien fatto di dire) e quella del padre del poeta, dal momento che Legni è anche un dolcissimo, commovente canto elegiaco dedicato a questa figura che incarna la saggezza e la sapiente forza della vita, legno-tronco da cui il poeta trae coraggio e senso. Leggiamo Bosco: Come un bosco è cresciuto mio padre / giorno dopo giorno. / Le radici ora circolano / dove non sono mai stato / nella bocca nera della terra. / Il cuore del legno viene da lontano: / lui qui c’è arrivato prima della guerra. / Ma poi gli anni dai cerchi / dai rami sono passati tutti / per la linea delle mani / e foglia dopo foglia / la linfa nelle vene / ha ripreso la via / della luce che non si vede. / La sera del derby di Milano / un’onda accesa da dentro / l’ha portato via dalla poltrona / come un fiume contromano. / Solo dopo il medico ci ha detto / che c’era nato / con quella voragine nel petto: / e da allora qui intorno / aspetto sempre di sentire il tonfo / la fine di questa fame senza fondo (pag. 22). Siamo nell’epicentro del dolore, cui ci si avvicina seguendo quelle bellissime immagini-metafora relative all’albero e che esplode, ancora più devastante, proprio perché inatteso e introdotto da un apparentemente innocuo verso che recita la sera del derby di Milano, ma che, in verità, ha valenza di cesura che amplifica ed acuisce l’urto di ciò che va succedendo e che, nella storia e memoria familiare, rimane per sempre legato (con melancolia e tristezza che anche dopo molti anni possono muovere alle lacrime) ad un fatto determinato, per gli altri magari minimo o insignificante, ma nella famiglia preciso ed irrevocabile. Il legno è dunque il legame tra le generazioni, in particolare tra il padre e il figlio e quest’ultimo ha una sapienza da raccogliere e custodire e tramandare.

È la concomitanza continua di vita e di morte, di presenza e di assenza che innerva il libro e che si esplicita nella lirica omonima.

Legni: Non mi ricordo più quante volte si muore, / quante stagioni di legni ci pesano sulle mani / prima di rovesciarci il cuore. / All’ospedale di Careggi c’è il bianco / delle mura che in mezzo ci passa / chi non ce la fa più a restare qua. / Quelli che invece tornano / nelle vene hanno sentito / tutto il risucchio che viene dagli aghi / dal tubo della flebo / fino alla luce del neon / dove a un certo punto / uno non è più niente / tutto lì nel mentre, / tanto che a sorpresa / non avendo più materia / si smette di tremare / senza cassa senza risonanza / la mancanza ricompone tutto / porta a zero la distanza. / Da bambini si arriva ogni volta / al momento giusto / come una bolla al centro del lago, / la memoria poi torna dopo / quando un giorno d’estate / il sole spacca le pietre / e allora si esce. / In corsia si dice che un giro / moltiplicato per sempre sia l’eternità. (Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001) (pagg. 25-26). Essere ad un passo dalla morte, sentire nelle vene la vita venire risucchiata e poi vedersela restituita determina il tono pacato e meditativo del libro, quel sentimento non disperato, ma trepidante della labilità della vita stessa che forse la rende ancor più bella e desiderata.

Tutto questo fa ben comprendere perché in Legni si attui una dialettica tra il fuori (il mondo, l’ospedale) e il dentro (la casa e i legni della casa), il tutto entro la consapevolezza della fragilità dell’esistere. Andare per le strade del mondo (fossero anche quelle conosciute della quotidianità) comporta sempre il desiderio del ritorno ed ecco che la casa si rivela un’oltre-casa, come in certe liriche di Charles Simic nelle quali l’enigma si cela in stanze fuori mano e si rivela in atti normalissimi, ma carchi di significato se guardati con l’occhio mentale del poeta.

A casa: Una sera come tutte, / il tavolo le sedie i libri sulle mensole. / (…) / si spolverano i legni si chiudono gli sportelli / e poi senza una mossa si sta seduti. / Ma non si è fermi davvero / come quando in un attimo / qualcosa ti fa sussultare / come acqua che sale / che cresce dentro il bollitore. / Come quando nel vano / dentro l’ascensore / – l’apnea in gola – hai appena acceso / il tasto per l’ultimo piano, / e allora senti che qui / anche se non sembra / è tutto una tromba delle scale immensa (pag. 28): la tromba delle scale sa essere luogo di passaggio (attraverso di essa si esce da casa o vi si fa ritorno), ma anche luogo che non è già più casa o che sta per diventare casa, alla casa concomitante e suo, per dir così, pre-ludio o post-ludio, dunque luogo del discendere o del salire, sempre, di nuovo, quotidianamente connesso con la casa e con le case degli altri condomini.

E porte, trombe delle scale, serrature significano punti di passaggio, una sorta di attraversamento sempre rinnovato del Mar Rosso. Lo leggiamo in Pensare: (…) tutto quello scorrere / quel grande fiume di asfalto / e mondo che ti porta dritto a casa / fin dentro al garage. / Lì dove c’è sempre / una serratura da girare / lì dove in punta di piedi / sottili si passa per quell’unico / punto che conta (pag. 29). Il tema dell’esodo, della pasqua-passaggio, del transitare attraversa il libro che soltanto ad una lettura superficiale può apparire concentrato sul tema della casa concepita come luogo statico, mentre invece c’è un continuo muoversi del pensiero dal presente nel ricordo e viceversa, dal luogo o dalla persona verso il pensiero suscitato da quel luogo o da quella persona, come, ad esempio in Mare: (…) E laggiù oltre il blu mio padre / che con la schiuma sui capelli / è l’onda più grande che c’è / che ha fatto come due gocce me e mio fratello / con mia madre controvento / su tutto questo sale / che conserva tutto sotto / mentre a noi bambini / gli occhi ancora ci bruciano (pag.33) oppure in Qui: (…) Qui davanti a casa c’è una grande chiesa / sulle mensole i libri una divina commedia / parole di carta che restano appena / cenni chiusi sulle mani / come lucernari nel buio della mansarda. / Ma poi quando mi volto allora non mi bastano più gli occhi / come in una pagina quando con l’ultima riga non è finita / adesso con te in questa stanza / pare tutto una notte bianca una sete di luce che non passa (pag. 41). “Sete di luce”, poco prima “fame senza fondo” risultano essere sintagmi che esprimono bisogni biologico-mentali determinanti di un vivere con costante attenzione ed aspettazione, perché penso sia in questi concetti di attenzione e di aspettazione che Legni abbia, senza volerlo, un insegnamento etico da suggerirci: ad- tendere e ad- spectare dicono benissimo dell’andare incontro (ad-) all’esistere e alle persone, del tendere verso di essi e del guardare, in un’attitudine fisica che poi s’introietta in habitus mentale appreso fin da bambino: (…) / come da bambino quando tu mi prendevi in braccio / e allora dopo mi sentivo un altro / come l’ultimo avamposto prima del gran salto / lassù finalmente / a cavalluccio sul collo / che adesso non mi ricordo di un trono più alto (da Vecchio, pag. 43). E, riallacciandomi al tema dell’andare e del venire cui accennavo poco sopra, mi pare di rintracciarne la presenza anche in Amico: Caro amico mio quando uno come te / si ammala in giorni come questi / di una tacca tutto si abbassa / pure i nostri corpi. E solo adesso / vedo tutto il bianco della mia barba / l’alba che mi cresce fitta pallida sulla faccia. / E allora rimane poco qui quasi niente / del respiro che va sotto va più giù, / mentre fuori si riaprono nicchie lucernari / si riapre la stanza che ora riconsegna reperti / ripone unghie nei cassetti / lettere e capelli nelle scatole / come pelle lasciata indietro nei giorni i guanti spaiati. / E le stagioni tra le persiane passano / tornano ai loro maglioni alle loro scarpe / e nella foto appesa al muro poi / tutto quel ricomporsi di cose (pag. 47). Intendo dire che il movimento della mente (e della poesia) unisce memoria e presente, consumazione dell’esistere (e degli oggetti) e presente come approssimazione alla morte, ma anche come apprendistato e diuturno studio; leggasi a tal proposito, commovente e lapidaria, Maestro (a M. S.): Quando il mio vecchio maestro passa / in casa non basta mai il posto / dentro cresce l’attesa / la massa della pasta madre. // Noi – dice – siamo come questa strada / che da quanto è grande nemmeno si vede / e poi subito piccoli più delle formiche / che anche nei palazzi dei re / sono tutta polvere e crepe. // Lui apre il velo dell’aria come una cipolla / pensiero dopo pensiero / toglie come foglie tutte le paure. / E allora gli occhi ti bruciano davvero / come onde rompono le righe fuori dalle retine. // Fino a quando tu, / tu ti senti dal sistema elettrico / del mondo non più attratto / finalmente senti in te / come il rovescio della polvere (pag. 50)

Silenziosa, ma anche lei tronco vitale è la madre, ora custode delle memorie familiari che si esplicitano attraverso le foto e i racconti-ricordi ad esse legate. Nato nel 1964, Paolo Pistoletti appartiene alla prima generazione di Italiani che ha conosciuto il cosiddetto benessere economico, ma che è testimone indiretta della guerra e dell’immediato dopoguerra attraverso i racconti dei nonni e dei genitori e la fotografia rimane a rammentare vacanze, luoghi, momenti solenni nella famiglia, incontri, viaggi e, nel bianch’e nero o nei colori accesi delle polaroid, suggerisce l’aroma di testi poetici anch’essi attestati e sul lato memoriale e su quello di un presente sempre memore del tempo che precede (come ben direbbe Umberto Piersanti), dotato quindi di profondità cronologica e psicologica.

Bentornata: Come un fiume mia madre scorre piano / una dopo l’altra le foto sopra al tavolo / risale i ricordi fino al fondo dell’argilla. / E sembra più bella adesso che la guardo / un’impronta sulla sedia che non sa niente, / poi la voce che si incrina con tutti quei nomi / come acque che si rompono dopo il bene. / Che a dire il vero si sperava che dopo il flash / cascasse il velo dal letto di magra / che in un lampo fosse nudo il dolore. / Invece non si vede uno scatto che possa / fissare qui il lenzuolo di chi ci lascia / solo sulla carta che vedessi mamma / quello che succede mentre parli. Che guardalo laggiù / il vecchio lido dove una volta dice che si ballava / con tutti quanti quelli che va a sapere / adesso quale buon vento se li porta. / E poi noi che chissà come faremo / che non bastano più gli argini a tenerci qua / l’erba che sale dalle sponde / per i crinali fino al monte / dove il babbo ruzzolava come un matto / a rompere i pantaloni a chilometri / e poi una valanga di risate da crepare la pelle / ci faceva uscire fuori per sempre / bentornati a noi. E bentornata pure a te (pag. 57).

Lirica stupenda e perfetta è Alveare che così recita: Di sera stavamo dentro al focolare io e mio padre / a guardare il fuoco come due api il loro alveare. / E ognuno dalla sua cella sentiva / i respiri dell’altro sotto i maglioni / di giorni uguali ancora per poco. / Concentrati sulla punta / quello che sapevamo era al centro / della fiamma una sorpresa continua / come i bambini con la carta / colorata delle caramelle quando / pure il buio delle facce intorno / poi diventa rosso giallo blu. / Per la nuova stagione che arriva sempre / con la legna verde, di fumo eravamo / nel fumo siamo tornati con la cera / buona lasciata sui legni di casa / mentre l’acacia il castagno i millefiori / dormivano sotto la cenere (pag. 66). L’ispirazione sembra provenire da un immaginario che predilige le similitudini attinte al lento, umile e proprio per questo nobile procedere dei giorni così come lo vivono gli alberi e creature come le api: ricordate il quarto libro delle Georgiche? E mi sembra di poter riconoscere una matrice virgiliana in Legni, una nobile italicità non provinciale, non escludente, non reazionaria, ma nuova e moderna proprio perché salvata e riproposta in una linea di continuità che significa cura, attenzione, affettuosa protezione e considerazione di quello che nasce dall’opera delle mani e della mente insieme, di quello che si costruisce prendendo con rispetto elementi ricevuti in dono e che richiedono di non venire sciupati (il legno, in primis, il miele e la cera e magari anche i mattoni di cui sono fatte le case, il ferro di certi attrezzi di lavoro). In questo senso il rispetto per il legno, per il miele, per tutto ciò che andrà a costituire, grazie alla sapienza di faber dell’uomo, nutrimento, abitazione, protezione, il rispetto, dicevo, va imparato e trasmesso alla generazione successiva (ecco il senso profondo dei legami: padre-figlio, madre-figlio, maestro-allievo).

In conclusione voglio rendere ragione del titolo scelto per il presente intervento; a pagina 40 leggiamo Vigna: Adesso che mi guardi / penso a questo momento tra mille anni, / ora che ci hai provato tutto il giorno / a dire le cose che potevi / forte come una vigna che non s’arrende. / Ora che poi sei passata in cucina / che pare una vendemmia la tua tavola apparecchiata / una fiamma viola come la gioia dei bambini. / Ci sono stati grappoli di giorni neri / semi amari tralci tagliati / ma le tue mani hanno spremuto tutto il buio / fino in fondo l’ansia dell’attesa / la gola appesa come i raspi nel fumo della stanza. / E poi una foto di settembre in cui tutto è così chiaro / proprio come ore tu sei qui / come la luce così vera che ci fissa / in quella che siamo negli occhi, / nello sguardo così profondo come l’acqua, / come la fiamma di questo castagno sul massello della panca. Ecco: la fiamma mi sembra enucleare bene la personalità della silloge, che arde appunto di un fuoco quieto, ma non per questo meno caldo ed appassionante, ed essa è colore del legno di castagno, nobile albero dai frutti nutrienti e legati ad antichissime tradizioni alimentari, grande pianta capace di fornire legno per una panca dove ci si siede a conversare, mangiare, leggere, meditare o anche ad ascoltare il suono della vita, il fruscio del ricordo, l’emozionante alitare dell’aspettazione del tempo a venire.

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4 thoughts on “La fiamma di un castagno: su “Legni” di Paolo Pistoletti.

  1. Ringrazio di tutto cuore Antonio Devicenti, questo suo lavoro mi ha così colpito che davvero non ho parole adeguate, proprio non ne ho… ancora Grazie Antonio, e grazie anche a tutti quelli che fanno vivere questa rivista, Samgha, a cui auguro una lunghissima e feconda vita.

  2. L’estate di chi guarda

    Ormai l’agosto è un panico di lucciole
    e la picchiante aureola del sole
    è la madonna ossuta di una nicchia,
    il ragazzo che accanto
    zoccola alle more.

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