Librazioni/Poesia

Librazione di novembre: Mariagiorgia Ulbar

ulbarPOESIE, scritto maiuscolo, è un sostantivo plurale che si può correggere, se necessario, senza doverlo per forza cancellare: unendo graficamente le prime due vocali alla maniera di un dittongo latino (lo stesso che si trova nella parola CŒLUM, la sola cosa che muta in chi attraversa il mare) e tirando una riga dritta sul vertice della I, si ottiene ragionevolmente la parola PŒSTE. È questo il titolo di una breve ma intensa serie di poesie scritte da Mariagiorgia Ulbar e  stampate sul retro di sei cartoline di fattura artigianale; si tratta di liriche da leggere in relazione alle immagini, come se fossero il messaggio che si lascia a qualcuno di un luogo visitato: queste poesie, rivolte però a destinatari mai specificati, testimoniano infatti un viaggio — da Cefalonia a Seven Sisters, Sussex — sulla cui imperscrutabile continuità spaziale e temporale interviene il flusso discontinuo di una riflessione a posteriori in forma scritta.

Quando ho comprato PŒSTE, l’ho fatto letteralmente a busta chiusa. Avevo incontrato Mariagiorgia Ulbar a Vicchio, nel Mugello, un pomeriggio d’estate del 2013, per una lettura di poesia. Guardando sul tavolo della libreria che aveva sponsorizzato l’evento, avevo fatto caso a una busta trasparente di plastica, di quelle che servono per i documenti. Al suo interno ce n’era un’altra, di color giallo, quest’ultima di foggia più tradizionale. L’avevo presa in mano per guardarla meglio e sfilarne il contenuto. Esternamente, sulla busta da lettera gialla, nessun numero ISBN, nessun nome di casa editrice. La sola cosa rinvenibile dall’esterno era un timbro che riproduce l’obliterazione del francobollo, anch’esso assente. Lungo lo spazio dei due cerchi concentrici del timbro, il nome del poeta; centrale, al posto della data, il titolo di questa raccolta fatta a mano. Dentro, le sei cartoline e, su ognuna di esse, un’immagine e una poesia.

Se la cosa più automatica che facciamo prendendo in mano un libro è aprirlo, nel caso di PŒSTE (work in progress del progetto Poste/Poesie) è stato altrettanto automatico estrarre la busta gialla dalla sua protezione e da quest’ultima le sei cartoline. Mi sono trovato davanti agli occhi le immagini in bianco e nero di spazi aperti e chiusi che portavano sul retro le stazioni/stagioni di un ritrovamento: ho guardato, sfogliandoli come si fa con un mazzo di fotografie appena ritirate, quei luoghi, senza mai riconoscerli; ho indugiato su alcuni di essi, ritornando su immagini e parole precedenti, finché le cartoline non mi sono cadute per terra come foglie. Dopo averle raccolte scombinando senza realmente volerlo l’ordine iniziale, le ho richiuse dentro le due buste e le ho comprate.

Alla fine di quella giornata, mi sono seduto al tavolo dove c’era Mariagiorgia Ulbar e le ho chiesto se poteva scrivere qualcosa su quelle cartoline. Mi sentivo un potenziale destinatario, oltre che un lettore. Lei, gentilmente, ha preso carta e penna e, senza pensarci troppo su, si è messa a scrivere. Ho riposto subito la busta, senza guardare; leggere le dediche è una cosa che mi piace fare dopo, da solo. «Buon viaggio, Mariagiorgia». C’era scritto questo, sotto la piega della busta gialla, alla fine della serata, quando lei se n’è già andata via.

In realtà, però, mi fermo lì e non parto; non le leggo, le cartoline, guardo solo le immagini, un’altra volta, e il nome dei luoghi. Quel viaggio, lo ho fatto circa un anno dopo. Perché i viaggi si fanno quando si ha tempo e denaro. Denaro emotivo, in questo caso, in un tempo che non si misura, perché interiore.

Estate 2014: nel mese di agosto faccio un corso di scrittura creativa nel carcere di Sollicciano; l’idea è quella di far leggere e scrivere poesie. Propongo quattro incontri sui temi del tempo, dello spazio, della memoria e della fantasia. Porto con me le cartoline di Mariagiorgia Ulbar, insieme ad altri esempi di poesia contemporanea. Quella immagini, in un carcere, aiutano a cancellare lo spazio e il tempo, forniscono alla memoria presupposti, stimolano la fantasia, quasi come un tentativo di evasione.

Quel giorno ho dato alle cartoline anche un ordine spaziale, quello che indicavo all’inizio, dal sud-est del Mediterraneo al nord-ovest atlantico, dall’isola di Cefalonia a Seven Sisters, Sussex. Tappe intermedie: Palermo, la necropoli di Campovalano, il collegio armeno di Venezia e Trieste. Spazi specifici e spazi più ampi, con foto che li racchiudevano o ne tradivano l’identità, ma soprattutto e comune, uno spazio interiore, che permette alla scrittura di definire, lasciando invece all’obiettivo una paradossale incertezza, arricchita dall’assenza di colore, specie nel caso dei paesaggi, tutti quanti in bianco e nero.

Ad esempio: Cefalonia è fotografata a distanza, sembra forse un cielo scuro quello che incombe sull’isola tuttavia rischiarata (o almeno più chiaro è il banco e nero; in un certo qual senso, solare, nel suo contrasto); solo una propaggine più rarefatta del muro di nuvole che fanno da sfondo — ma questo sembra quasi che sia un difetto della pellicola — si perde toccando il profilo della montagna che scende verso la costa, allentandosi in forma di piana. Chi conosce Cefalonia, forse la riconosce; anzi, quasi senz’altro. Chi non la conosce, la perde nello scatto di una qualsiasi altra isola. Il messaggio che il mittente riassume non ha nulla a che fare con Cefalonia, ma solo con il cielo. Solo attraverso la poesia arriviamo a conoscere il nome di una spiaggia, che però non si vede. Così, il testo non è solo attestazione di una presenza, ma continuazione dell’immagine e collocazione emotiva del momento vissuto:

Non so se pioverà
imperscrutabile è il cielo
le previsioni meteo non ci sono
che prima mi piacevano.
Guardo con il sonno oggi
mi porto dietro un bastone leggero
e faccio il segno sulla sabbia.
Spartià, il nome della spiaggia.
La mia stradina disegno da lontano
sulla riva senza mai inoltrarmi
sulla strada conosciuta che è
camminarsi addosso e calpestarsi.
Poi un giorno magari ci inoltriamo.

Inizia e prosegue così il viaggio; un viaggio definito attraverso una seconda persona, singolare o forse anche plurale, fino alla sua prima fine, Seven Sisters, che non è conclusione di niente, ma solo l’ennesimo allotropo di statio, dove si ritrovano anche segni famigliari — dal toponimo stesso al simbolo dei nidi rotti — i quali non sono tuttavia capaci di ridare né la sicurezza di un arrivo né definire quel dolore del ritorno che si prova allontanandosi. Il tentativo della poetessa non si esaurisce in senso lato nella ricerca di Itaca; anzi, sull’isola greca più adiacente alla patria di Ulisse è posta la partenza, quasi rovesciando il paradigma dell’eroe omerico. Quello che segue è forse allora dolore dell’allontanamento: la poetessa è pronta un giorno a inoltrasi per terram, in virtù di una mappa ricostruita con la tecnica della rabdomanza. La ricerca dell’acqua sul suolo di un’isola tradisce il mito; la volontà è quella dell’immersione, la stessa della scogliera di Seven Sisters: un andare a fondo prima di tutto, dopo l’accertamento dei segni famigliari, lungo il sentiero che è forse realizzazione del disegno iniziale: 

Si trovano nidi rotti ai bordi del sentiero
che porta dall’asfalto alla scogliera
bianca come un pezzo di sapone
buono dentro l’acqua spaventosa.
È tempo questo di riposo
lasciamo qui gli scarponi con la polvere
però non chiedermi di spegnere la luce
il faro di Beachy Head non ne fa abbastanza.

Il viaggio è infine questo, con tutti i suoi perigli, che non sono più sirene, ciclopi, o lusinghe magiche; lungo la propria traccia, il disegno del bastone che cerca sotto il suolo rinviene cigli di strade, necropoli, piazze, prosegue nello spazio, nel tempo, nella memoria e nella fantasia, il cui significato originale è quello di «immagine», «immagine visibile» (come quella che si ricava da una foto ovvero dai segni di chi le immagini le scrive).

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