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Librazione di dicembre: Sergio Peter

unnamedLa parola «dettato» proviene dal verbo latino dictāre, un frequentativo di dicĕre, e ha il valore di «cosa spesso detta, ripetuta» ovvero «modo si scrivere, stile». Ad essa va abbinato un altro termine, «detto» (o «ditto»), con il significato di «motto o sentenza proverbiale». Fulcro di questa serie di significati è «dire», la cui radice rimanda all’azione di mostrare o dimostrare qualcosa. Con il suo libro di esordio, Dettato (Tunué 2014), Sergio Peter mette insieme la gamma di significati implicati dal termine, riconducendo la pratica del dettato alla sua dimensione primigenia, quella della scuola elementare: è dunque con la stessa paziente cura con cui un bambino riporta sul quaderno le parole pronunciate ad alta voce dalla maestra che l’autore svolge il suo esercizio di correttezza, in questo caso topografica («il mio paese giace su terre di frontiera con il Canton Ticino, fra tre laghi»), recuperando ricordi e progredendo attraverso acquisizioni retrospettive.

Il dettato è allora un esercizio di cose dette e ripetute dagli altri, ma anche un recupero di fatti passati, dal valore specificamente rituale. Sarà per il fatto che il libro di Peter si apre con un Antifone, ossia la breve frase cantata dal sacerdote e completata dai fedeli prima dell’ingressa del salmo (Ingressa è il titolo della breve prosa che nel testo segue l’incipit, con funzione di protasi), ma la liturgia del rito è certamente imprenscindibile dalle altre altre finora elencate, rappresentandone anzi il complemento. La struttura formulare dell’incipit, «Cosa desideri bambino? Voglio un roccolo laggiù. C’è qualcosa che non va? Un casello in disparte, io so cos’è» (rivolta e completata, in questo caso, solo da chi scrive), accresce così la portata delle parole che introducono il «libro della memoria» di Peter e sancisce (ossia «rende sacro») il suo percorso fisico e mentale. Sono due, in particolare, i termini cui prestare attenzione sin dall’inizio: «roccolo» e «casello», diminutivi delle parole «rocca» e «casa», fortemente connotati da un punto di vista geografico, oltre che tecnico. Si tratta di parole legate fra loro, che formano insieme una struttura composita ben riconoscibile: piccole rocche al cui sommo si trovano casupole di legno in cui si praticavano specifiche forme di aucupio, ossia di uccellagione, con reti e vischio, che si diffondono nel basso medioevo nell’area del bergamasco. Posti in zone di pendio e circondati da un impianto arboreo, sul quale uccelli da richiamo venivano messi in gabbia per favorire l’avvicinamento dei volatili che s’intendeva cacciare, i roccoli sembrano dunque il corrispettivo degli scogli delle sirene, un luogo delle illusioni e degli incantamenti, nel cui spazio fisico e mentale Peter evoca la narrazione del protagonista, la sua «caccia magica» (per dirla con Paul Valéry).

Simbolo di questo mondo senza tempo che si sviluppa fra i laghi Piano, Lario e Ceresio, sulle balze del Piamuro, nelle terre dove sorgono i campanili di Gonte, Barna, e Cardano, sono le campane, di cui Peter descrive mobilità e suono, ossia i segnali e le conferme dell’esistenza stessa: «io sbircio la campana quando passo e suona, spero sempre che un giorno torni a muoversi, invece niente, son sempre meno le campane che si muovono, allora che senso ha?, togliete le campane, via tutto, anche la chiesa, è tutta una finta». Il Lebensraum legato al campanile ricorda i presupposti di un celebre passo in cui Ernesto De Martino analizza il terrore di un contadino calabrese di fronte alla perdita del suo unico riferimento spaziale, e dunque culturale: il campanile di Marcellinara. L’antropologo racconta l’aneddoto per descrivere il rapporto tra «patria esistenziale» e «limite»: incerti del tragitto da seguire, De Martino e i suoi compagni chiedono a un anziano contadino di salire «in auto per accompagnarci al bivio giusto […]. Salì in auto con qualche diffidenza […] e la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché ora, dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara […]. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio  si sentiva completamente spaesato. […] Lo riportammo poi indietro in fretta […]: e sempre stava con la testa fuori del finestrino, scrutando l’orizzonte, per veder riapparire il campanile di Marcellinara: finché, quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una “patria perduta”».

Ritrovando i suoi campanili, anche il cuore dell’autore si pacifica e vince il pericolo della scomparsa della sua patria esistenziale. Trasfigurando se stesso qual tanto che basta per farsi protagonista della narrazione, Peter cattura dal centro del suo roccolo luoghi e persone appartenuti allo spazio di quei tre campanili. L’autore si fa così eroe del suo stesso epos,  rievocando attraverso la prosa e il verso la dimensione mitica dei monti e di quelle valli in cui è nato e vissuto. I riti descritti (come quello del rogo del Gineè che avviene ogni 31 gennaio) e i riferimenti essenziali ai trattati sulle acque e sulla cura delle api dell’Ermanno si intrecciano a esseri umani e animali di cui si rivela la natura meravigliosa: dalle anguille, «che è difficile trovarle. Non si sa nemmeno come si riproducano. Ho letto da qualche parte che Aristotele credeva nascessero dalla melma viscida e sfuggente delle pozze, mentre Plinio pensava che sfregandosi il ventre contro le pietre e i corpi duri, l’anguilla perdesse dei pezzettini che poi si animavano ed erano le anguillette», a vere e proprie divinità ed eroi dai destini fatalmente confusi con quelli degli uomini. Sicuramente Mario ha qualcosa di divino: Mario che non muore, Mario che a otto anni veste i morti nel paese, Mario che vede morire tutti e tre i suoi figli; ha qualcosa di eroico ha il padre Guido Peter, che cade dal campanile di Gonte e non muore; che cade da un «palazzo di Lugano, città che non ha Dei in cielo» e muore, lui che di mestiere faceva il campanaro; qualcosa di umano hanno infine la nonna Angela, con la sua malattia, o lo stesso Ermanno, apicultore e trattatista della salubrità della acque, il cui canto ne accompagna operosità georgica e otium intellettuale. L’evocazione classica e la consistenza dei suoi riti non può prescindere però dal fertile contesto delle superstizioni e delle credenze cristiane di quei luoghi. A esse si affida in ultima istanza chi scrive: nascendo nel giorno di San Rocco, patrono di Cardano, il solo giorno in cui il padre, Guido Peter, faceva il campanaro, e abitando nella via che del santo porta il nome, l’autore sa che deve «dire», rimettendosi in primis all’assurdo che ispira il proprio dettato: «Benedici col rintocco questa forra e rendila pura, fa’ che lui si spinga più in là, perduto e sereno, via da qualsiasi segnacolo di realtà. Di’, padre, quel piede sta su terra piana? Ricevi dalle sue mani questo sacrificio e profeta, è benvenuto il matto nella contrada delle morti bianche, lo accoglieranno a braccia aperte tra gli spiriti candidi?» (Ingressa).

1082254_10151595998948027_1615104595_nLe librazioni sono lievi oscillazioni della luna che rivelano all’osservatore terrestre margini del suo lato oscuro. Stupidamente, nella mia testa, sono anche le azioni che i libri compiono su di noi, rivelandoci sempre qualcosa, se è vero che il verbo rivelare vale tanto svelare quanto velare nuovamente. Potete leggere le prime Librazioni sul blog Tono metallico standard: http://tono-metallico-standard.blogspot.it/
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IMG_0130_1*Diego Bertelli vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia», «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», con la rivista «Atelier» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, uscita su Italian Poetry Review, 6, 2011. Fa parte dell’antologia Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). Contatto: diegobertelli@gmail.com
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