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L’invasione dei granchi giganti

di Lorenzo Muccioli*


Non è certamente il caso di parlare di Federico Italiano come di un fulmine a ciel sereno nell’orizzonte poetico nostrano. La potenza e l’originalità del suo afflato sono ben note agli addetti ai lavori fin dai tempi della prima raccolta di versi, Nella costanza (Edizioni Atelier, Borgomanero, 2003). Suoi componimenti figurano inoltre nelle antologie I poeti di vent’anni, a cura di M. Santagostini, e La stella polare, di Davide Brullo, il quale definisce Italiano «uno Stanley Kubrick che fa versi».  L’uscita della sua nuova raccolta, L’invasione dei granchi giganti (Marietti 1820, Genova, 2010) non ha quindi stupito più di tanto gli osservatori della poesia di casa nostra, che già avevano avuto modo di apprezzare in più occasioni la forza delle composizioni di Italiano. Per chi scrive, tuttavia, l’ultima prova del poeta novarese è stata come la scoperta di qualcosa che si credeva dimenticato, qualcosa di intravisto forse all’estero, in un viaggio di piacere, e ora importato anche qui da noi, in Italia. Perché – diciamolo chiaro e tondo – una poesia dai toni così tanto epici, una poesia che spesso e volentieri immette direttamente nella leggenda o nel mito, da noi non la si vedeva dai tempi di Valentino Zeichen: questo il nome che viene subito da associare – forse con un eccesso di spontaneità – a quello del nostro Italiano, senza dimenticare ovviamente Derek Walcott, oltre ad Eliot, la cui ombra aleggia e prepondera in secondo piano. Le poesie raccolte nel nuovo volume sono poesie dal respiro ampio, ampissimo: così ampio da lacerare la cassa toracica, da farci respirare a pieni polmoni polveri antiche, refoli di voce provenienti da un passato irraggiungibile e ricco di suggestioni.

Italiano predilige il campo lungo, l’inquadratura a volo di uccello, impernia i suoi versi sui tralicci della storia o della preistoria (come in Discorso di un giovane alla sua prescelta, ambientata «in una tenda a oriente del Volga, nel 3500 a. C.), distoglie l’obiettivo della macchina da presa dal singolo uomo per focalizzarlo su quello dell’umanità intera, lascia scaldare a fuoco lento un magma viscoso in cui si alternano voci interdiegetiche ed extradiegetiche, soliloquio e coralità, fa intersecare le sue composizioni da bisettrici provenienti da altri settori dell’arte, della scienza e dell’antropologia, o da fasci di rette che danno origine a un’intelaiatura, od ossatura, fittamente intertestuale, tenuta in piedi da giunture e suture che provano in maniera chiara l’eclettismo del poeta. Come spiega Davide Rondoni nella quarta di copertina, quello di Italiano è «un corpo di poesia capace di sostenere racconti dal respiro minimo o di ere. Reagiscono, dunque, e fan scintille, il tempo grande e il tempo spicciolo. Ci viene incontro il racconto di qualcosa, dell’evento segreto o manifesto che riguarda tutti e che il poeta per tutti prova a fissare; o che riguarda solo lui, e però nello sguardo del poeta si manifesta “per tutti”». I componimenti di Italiano sono casse di risonanza che raccolgono ed amplificano una polifonia di echi, discorsi primordiali, scaglie di tradizione orale sopravvissute fino a noi: dal loro rimpasto, sovrapporsi, intrecciarsi, acciambellarsi, si genera una nuova dimensione mitica, vengono plasmate le fisionomie eteree di nuovi eroi. Come nella seconda sessione della raccolta, I Mirmidoni, dove gli impavidi scherani di Achille rivivono in una dimensione in bilico fra tradizione omerica e contemporaneità nei panni di uomini con «giacche di velluto» e «Ray Ban» agli occhi, che sorseggiano «caffè Illy» e fumano sigarette «NIL»: sono «Maerten, figlio di Roan dai bei capelli» o «Rosenstolz, il custode dalle cravatte cobalto»: coraggiose figure di un mondo in declino, che si arrabattano fra auto in panne e lattine di birra, ma sempre ammantati, in ogni situazione, di quella dignità guerresca che è propria degli impavidi soldati del Pelide. Oppure, altro esempio di moderna eroicità, la figura del cartografo, che nella poesia che dà il titolo alla raccolta, L’invasione dei granchi giganti, redige la mappatura dell’inarrestabile avanzata dei colossali crostacei, pregando che «l’inconsapevole armata della storia» si «moltiplichi, perché la piaga sia piena e la punizione completa». Non è dunque illecito parlare, nel caso di Italiano, di una funzione mitopoietica, che assembla nuove leggende e le incide su rotoli di papiro da sigillare in catacombe millenarie come eredità per le future generazioni, oppure, come nell’omonima poesia, integrate «in corazza di silicio», sedimentate sotto strati di dura roccia, pronte a essere portare alla luce secoli dopo dallo scalpello di abili archeologici («vorrei essere rinvenuto/il rinvenuto feto/come i miei famigliari/avrebbero preferito lasciarmi»). Ostetricia di nuovi mitologhemi, dunque, edificazioni per accumulo di archetipi inediti, di idoli totemici appartenenti a un culto sconosciuto, ma anche – in controluce – l’inserirsi dei miti personali del poeta stesso, le figure da sempre scolpite nel suo immaginario. E così, soprattutto nella prima sezione della raccolta, Invasioni, ci imbattiamo in alcuni grandi colossi della letteratura mondiale (come Schiller, Saul Bellow e Josif Brodskij) che banchettano, brindano e gozzovigliamo seduti allo stesso tavolo di Italiano; oppure figure ben più ectoplasmatiche, evanescenti e gassose, provenienti dall’universo della carta stampata – fiaba o romanzo che sia –, come quella di Dersu Uzala, che si condensa «nel grigio – verde dei riflessi d’abat jour». Se è vero, come dice Alessandro Serpieri nella sua introduzione all’edizione Rizzoli della Waste Land, che i testi poetici moderni «si costruiscono assorbendo e distruggendo gli altri testi dello spazio intertestuale», allora i testi erosi dal canto di Italiano nel suo correre vorticoso, e trascinati a valle come tante schegge minerarie, sono testi di antropologia, tassonomia, biologia, biochimica, chirurgia. Tecnicismi e linguaggi settoriali sono frizionati a un dire poetico più ordinario, una sorta di sermo mediocris: campi semiotici così diversi, sfregati l’uno sull’altro, sprigionano un linguaggio poetico irsuto, ruvido, frastagliato, senz’altro inedito, che ben si presta al canto e alla recitazione della nuova mitologia di cui sopra. D’altra parte la lingua svolge una funzione primaria nella poetica di Italiano: essa è l’atavico repertorio di geroglifici, di occulti lessemi cuneiformi stenografati su una stele, che serve a mantenere in vita, e ad alimentare, il contenuto della leggenda. E allora, se quella dei segni è quasi una religione, qualcosa di ieratico ed inviolabile, «come non piangere […] le lingue che ora muoiono/ che ovunque, senza revoca, si estinguono»?

*Lorenzo Muccioli vive a Misano Adriatico (Rimini). Frequenta la Facoltà di Economia dell’Università degli studi di Bologna. Attualmente collabora con il quotidiano La Voce di Romagna e in passato ha collaborato con il settimanale Il Domenicale.

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