Poesia/Recensioni

Scoperta e conquista: epifanie dialogiche nella poesia di Maria Pia Quintavalla

           di Ivano Mugnaini

 quintPer mettere in collegamento le sponde che uniscono e separano il destino individuale dalla volontà della condivisione, Mariapia Quintavalla erige il pilastro portante de I Compianti (Effigie, Milano, 2013, pp. 106). Lacrime offerte con gesto solenne ma sentito, bevanda da spartire in un convivio amaro ma non ignaro di sorrisi. L’autrice è ben conscia della natura duplice dell’uomo: una solidità apparente foriera di solitudini e un’essenza liquida, fluida al sentimento, alla riflessione sul tempo e sulla storia.

In questo volume l’autrice ha inserito, come in una pièce a lungo immaginata e provata tra le quinte della mente, un mondo vasto, una sinfonia di voci ma anche di immagini, punti fermi e mutevoli, quindi vivi. Nulla appare accessorio o esclusivamente esornativo: le fotografie, le note, le appendici, gli scritti introduttivi, interagiscono con i versi, ne influenzano tono, calibro e ritmo. Non è un caso che le due citazioni poste a esergo facciano riferimento all’atto del vedere, alla mutazione e alla coesistenza ossimorica e quasi sinestetica tra ciò che è percepito e ciò che va immaginato, basandoci su altri sensi, intensi sia come facoltà percettive che come mete sintattiche. “La luce/ del futuro non cessa un solo istante/ di ferirci”, osservava Pasolini. Nell’ambito di questi Compianti l’auspicata inversione dei tempi, forma di miracolo, è viva nella scrittura, nell’irruzione nell’atto di vita, e si rivela poi, quasi in modo epifanico, anche nel tempo della morte e della sepoltura. Come qualcosa che ha anche a che fare con la resurrezione, un tema molto frequente nelle arti visive. L’altra frase in esergo è un verso conclusivo dantesco che in realtà apre come nessun altro: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Il viaggio all’Inferno, in questo libro, si fa più realtà che mito. Tramite la figura chiave, il padre dell’autrice, Piero Quintavalla, l’Inferno immutabile, la guerra, assume consistenza e testimonianza, anche attraverso diversi scritti autografi posti in appendice al libro. La figura del padre è evocata in modo schietto, umanissimo, lontano da una perfezione agiografica e improbabile, un caro padre “senza nessun foulard o corona” che “si mantenne agli studi mentre lavorava”, e che “sgobbando ricordava/ cosa è la fame”. Un padre immerso nella Storia, quella lontana e impietosa, che fa da testimone, come la pittura e con la pittura, in quei quadri descritti con cura dall’autrice, in grado di fare da fili di Arianna ridisegnando una mappa per non perdersi, nel giro delle stanze dipinte, delle piazze, ma anche nella mente, in “un giro di memoria [che] non si stacca”, con la consapevolezza che “ non si può rinunciare alle parole”.

La relazione della Quintavalla con il ricordo è adiacente, diretta, sanguigna, quasi sacrilega nel varco vita-morte, per amore, per la magia di una relazione con il tempo animata, e anomala. Il nodo del ricordo, il legame, è esistenziale prima che poetico, la ragione per cui quei dialoghi avvengono, e non sono immaginari. Sono sostanza degli ultimi anni di vita del padre, periodo in cui l’uomo anziano incontra nuovamente la figlia divenuta adulta. Una nuova nascita, un punto di partenza, l’attimo in cui riaccade quanto interrotto durante la crescita della figlia ragazza.  Non c’è  rimorso nella voce dell’autrice che racconta, non c’è rimpianto. I due protagonisti di questo intenso racconto in versi si rendono conto che furono derubati di vita dalla vita. Dopo il riavvicinamento, accade il dialogo, evento inatteso. Il padre è ormai nonno e l’autrice neo-madre: il tempo si condensa, e, forse in virtù di uno dei miracoli della poesia o per effetto di coincidenza fortunosa, la relazione ritrovata, dono tardivo, ricuce lo strappo aperto dell’adolescenza risanando la crescita interrotta. È la donna stavolta a tornare a Itaca, curando un salto temporale in un tempo logico, con la speranza-certezza che tutto sia possibile, in poesia e in amore. Non si tratta di un libro sul tempo ritrovato: il tempo, la voce, la parola condivisa, vengono rinvenuti per la prima volta.

Questo libro va letto e percepito in un eterno presente, anche linguistico, che è conquista della volontà e dell’amore. Quelli tardivi, ci mostra l’autrice, sono gli amori più intensi, nati dal superamento di conflitti e barriere. Questo tema, seppure in forme e toni differenti, Quintavalla lo aveva già espresso anche in altri testi: in Purgatoriale da Album feriale , nello specifico. Si realizza, nei Compianti, un’opera di metamorfosi operata dal tempo: le molecole cedono molecole, dando un’idea di vita guardata sempre in orizzonte, da sguardo panoramico, con l’ausilio della pittura di Correggio che guida il ritorno delle voci, conferma che il tempo perduto è circolare, sferico.

Assieme al ricordo vivido del padre le dita e i versi trattengono e tratteggiano il microcosmo della città di Parma, misteriosa di leggende, linguaggi e storie da spartire, sguardi avidi e furtivi, meraviglie artistiche e cucine odorose. Il tutto a formare un mondo specifico che forgia quasi controvoglia ogni abitante, nella sete di distacco mai disgiunta dalla nostalgia. Città madre, e ora, grazie a questo libro, anche città padre, in un cerchio allo stesso tempo completo e interminabile. “Il liscio valicato del Po mi rispondeva”, annota l’autrice, tra andata e ritorno, affamata di eterno, di segni di grazia e bellezza e persistenza. Tuttavia anche capace di cogliere “due case inghiottite in sortilegio da/ cumuli di neve”. Tra questi due estremi si colloca il libro, tra un’infanzia particolare  e una “familia nova”, “come l’altra / drammatica insoluta”, un’infanzia che “si pianta intorno a un’ostrica […] incolla/ alla matrice unita al male/ con il bene, un arco soddisfatto/ in sincronia futura”.

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