Narrativa italiana/Racconti

“La città”. Un racconto di Laura Bosio e Bruno Nacci

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Foto di Vivian Maier

di Laura Bosio e Bruno Nacci

Chi conosce la città di L. sa che accanto alla piazzetta su cui sventola il gonfalone del municipio c’è un’altra piazza, più piccola, con al centro una fontana azzurra circondata da alberi. Se invece di costeggiare la piazzetta camminando sul lungolago, si sceglie il lato nord che si prolunga sotto i portici, poco prima di raggiungere l’ingresso del parco si passa sotto la croce verde luminosa e intermittente che segnala l’Apotheke del Dottor…, aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Non ci sarebbe motivo di accennare a una storia così comune se una delle due donne che ne sono protagoniste, in servizio nella farmacia un lunedì mattina, non si chiamasse Serena Meier.
Il ragazzo addetto alla pulizia (erano le otto) stava ritirando la segatura bagnata davanti all’ingresso prima di passare di nuovo lo spazzolone. Sapeva che il proprietario, un uomo monumentale e rosso in volto che trascorreva la maggior parte delle giornate sotto il portico a fumare il sigaro e a chiacchierare con un conoscente, funzionario in pensione, quando arrivava verso metà mattina, per prima cosa lo sgridava. La donna che entrò dunque alle otto (la severa lancetta del vecchio orologio a muro segnava le otto e un minuto), alta, sulla sessantina, indossava una pelliccia di leopardo che Serena giudicò una penosa imitazione in materiale sintetico. Attraversò il locale deserto a passi decisi, evitando di guardare il ragazzo con lo spazzolone, e si diresse al banco. Senza dire una parola, estrasse dalla tasca una ricetta, che doveva già tenere stretta nella mano, e la porse a Serena, fissandola negli occhi come se temesse di venire scambiata per una delle badanti ucraine o moldave dei tanti ricchi signori che hanno scelto la città sul lago per morire, confortati da una agiatezza discreta quanto arcigna.
Serena lesse la prescrizione del medico, un certo Dr M., si trattava di una confezione di morfina in pillole da 200 mg. Voltò le spalle alla donna e si diresse verso la tastiera del saliscendi che, a seconda del nome del farmaco digitato, scorreva fino a fermarsi al ripiano giusto. Prese una scatola piccola e con la scritta verde in tedesco, ma prima di staccare il talloncino con il prezzo per il rimborso del sistema sanitario cantonale, volle controllare che il nome del costoso medicinale corrispondesse a quello sulla ricetta. E fu allora che si accorse con stupore che l’intestatario della ricetta si chiamava Meier come lei, Bruno Meier. Avvolse nella sottile carta con il nome della farmacia la confezione di pillole e la porse alla signora che, ci fece caso solo in quel momento, indossava un berretto di lana da sci bianco e azzurro, abbastanza incongruo rispetto alla pretenziosa pelliccia in finto leopardo.
Quando la donna allungò la mano sul bancone, esibendo le unghie laccate di rosso, Serena non si trattenne.
“È per suo marito?” chiese.
Non lasciò alla donna il tempo di rispondere e aggiunse: “Scusi se le sembro indiscreta, ma avevo un prozio che si chiamava Meier, come il signor Bruno della ricetta, e anch’io mi chiamo Meier”.
La donna, che aveva già fatto sparire in tasca la medicina, sembrò sorpresa più che irritata dalla domanda, e rispose in tono mesto, come Serena non si sarebbe aspettata: “È mio fratello, anch’io sono una Meier”.
“Io” balbettò la farmacista con un leggero imbarazzo, “non ho mai conosciuto questo zio, ammesso che sia lo stesso signor Meier, perché a dire la verità non so neppure il nome di battesimo. So che aveva lasciato la città dopo la guerra. Era un bravo chirurgo e perse un braccio in un incidente, mia madre racconta che da allora ruppe i legami con la famiglia e nessuno ne seppe più niente”.
La donna, che non si era mossa di un centimetro, mostrava tutti i segni dell’età, la pelle grinzosa del volto che il fondotinta mal steso faceva risaltare, le mani scarne e macchiate. Esitò per un istante, poi, spalancando i grandi occhi azzurri (anche di questo la ragazza non si era accorta), appena segnati con la matita, sussurrò: “Allora siamo parenti, signorina. Mio fratello sta molto male e da circa un mese ha voluto tornare in città, perché gli mancava il lago. Dice che l’ultima cosa che vuole vedere è il profilo delle sue montagne. Ma, se mi permette, non è vero che è stato lui a rompere i legami con la famiglia”.
Tacque, si voltò per uscire, poi volle forse porre fine a quella conversazione penosa, e disse: “Sono cose così lontane…”.
Il ragazzo che aveva ascoltato la breve conversazione le tenne aperta la porta mentre la donna usciva con il suo passo fermo, che a Serena ora parve più incerto nella luce intermittente dell’insegna. Restò a guardarla oltre la vetrina, finché la vide sparire sotto i portici bui.

* Il presente racconto è stato pubblicato su Il corriere del Ticino del 13 febbraio 2014.

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la111Laura Bosio vive a Milano. Ha esordito in narrativa con I dimenticati (1993, Premio Bagutta Opera prima), seguito da Annunciazione (1997), Le ali ai piedi (2002), Teresina. Storie di un’anima (2004), Le stagioni dell’acqua (2007, finalista Premio Strega), Le notti sembravano di luna (2011), D’amore e di ragione. Donne e spiritualità  (2012).             

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Bruno Nacci, traduttore e saggista, si è occupato di classici della letteratura francese e di poeti IMAG0213contemporanei. Studioso e traduttore di Pascal, ha curato tra l’altro un’edizione dei Pensieri (2004) e gli Scritti sulla grazia (2000). Ha pubblicato la plaquette di poesie Cerimonie d’amore (1996) e la ricostruzione di un fatto di cronaca dell’Ottocento L’assassinio della Signora di Praslin (2000). È da poco uscita una sua biografia degli ultimi anni di Blaise Pascal, La quarta vigilia (2014).

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