Narrativa italiana/Recensioni

Io non sono qui. Scritture di viaggio di Tiziana Colusso


di Stefano Lanuzza

Colusso_Robi2_9_2013_12x19:Layout 1Un mondo vissuto in movimento e percorso in solitaria, denso, flessibile, sospeso tra il tempo e lo spazio e che trasvaluta le frontiere è quello registrato da Tiziana Colusso nel suo libro di mutevoli rifrangenze recante per titolo La manutenzione della meraviglia. Diari e scritture di viaggio (Roma-Viterbo, Stampa Alternativa, 2013, pp. 250, € 15,00).

Il tempo — nel caso, un arco d’esistenza teso tra il novembre 1981 e l’aprile 2013 — sottende una formativa autobiografia che integra il distillato referto di fatti e il risvolto letterario con l’autrice nel ruolo della protagonista dappertutto straniera. Mentre, fuori della fascinazione di mappe o atlanti e abolita l’avventurosa idea dell’ignoto poiché nel nostro antropizzato/colonizzato/globalizzato pianeta non ci sono più terre da scoprire, lo spazio include Occidente e Oriente, congerie di scenari, linguaggi e tragitti della dinamica esperienza d’una viaggiatrice giammai per diporto. Viaggiatrice per la quale il partire esclude traslochi, implica arrivi e ritorni e non è il procedere fine a se stesso perseguito dal flâneur, dal bohèmien o vagabondo senzatetto, dal senzapatria o sans papier alla deriva, dal peripatetico compulsivo e dal transumante coatto, da profughi, esuli e zingari, dagli obsoleti long riders e hobos agitati da una dromomania foriera di smarrimento ed emarginazione («Noi non sappiamo mai dove andiamo» scrive Jack Kerouac nel suo On the road, 1957).

Né, pervenendo alle mete stabilite, l’autrice, che nella sua allure si disloca e svaria senza mai allontanarsi da sé, s’attarda a chiedersi «Che ci faccio qui?»… Io non sono qui — vorrebbe alludere nei suoi viaggi di ricordo e racconto —, ma sono sempre con me stessa: ben diversamente da un ubiquo Bruce Chatwin, scriba di mitografie consegnato alle località che visita. Con lui puoi condividere la critica delle abitudini sociali, certa implacata irrequietezza e forse la nostalgia del sacro suscitatrice della fatale conversio che spinge al cammino iniziatico la grande pellegrina Alexandra David-Neel, studiosa del buddhismo vissuta sulle pendici himalayane e, per alcuni anni, nel monastero di Kum Bum.

In accordo con l’umbratile spiritualità e col desiderio conoscitivo che l’animano, la Colusso appare, appunto, costantemente avvolta da un’aura evocatrice della spiritualità del buddhismo, filosofia non etichettabile o forma di ‘religione senza dio’ alla quale, nel nostro occidente secolarizzato, si volgono anche gli ex engagés e i delusi dalle ideologie, alfine votati a riconoscersi senza più infingimenti. «Ognuno è il rifugio di se stesso» afferma il Buddha. «Sto bene con me stessa» conferma l’autrice, che sa rallegrarsi pure dissolvendo, durante il travail/travaglio del travel/viaggio, le proprie «nuvole esistenziali» dentro una «litania buddhista […] snocciolata a mezza voce», scevra delle masochistiche prostrazioni degli aduggiati dai monoteismi dominanti. Né le potrà accadere, dopo avere impetrato la liberante autosufficienza e una nobile distanza, di credere a verità altrui senza, prima, averle comprese.

Non desiderio solipsista, ma puro sentimento di consapevolezza, indipendenza di pensiero, disciplinato dosaggio dell’energia è il suo andare implicante un passage interiore indispensabile per guadagnarsi il proprio livre de merveilles.

Non c’è viaggio senza viaggio interiore… Seppure costretta alla condivisione di massa delle città, dei luoghi visti e della loro decadenza nella fissità sedentaria, questa libera passeggera del terzo millennio ama andare da sola e se talora, semplificando le proprie assidue introspezioni, indugia nella ‘leggerezza’ lo fa per non cedere ai disordini della malinconia. Così, poiché ognuno di tali luoghi è come logorato dall’uso e abuso, lei si propone di reinventarlo e rammemorarlo per mezzo della scrittura e di quanto, nella modulazione dello ‘stile’, sovrintende alle trame della «meraviglia».

     Contrariamente allo stupore che annichilisce quanti ne vengano colti, la meraviglia, che — denota la Colusso — rende la mente «pronta e fanciullesca», ti dispone a pensare la tua identità non più fissa ma in movimento, ma continuamente ridefinita secondo i sempre nuovi mutamenti prodotti dalla tua personale pratica di viaggi non di vana vacanza. Viaggi come chiavi di lettura d’una scelta di vita, durante i quali ricrei le sembianze delle città visitate, talora distolte dal loro gravoso realismo ed esplorate con ‘occhi nuovi’ e lo ‘sguardo lontano’ d’una immaginazione sollecitatrice di poetica conoscenza: New York fantasmatica sotto la neve, seguita da caleidoscopici sillabari di nomi accoglienti, tra l’altro, Oslo dove perfino lo Zen è «sotto zero»; Parigi non più culla di rivoluzioni en plein air (1789, la Comune, il Maggio ’68) e perciò straniata «in una seduta di yoga kundalini»; Marsiglia culla di mestizia e Monaco di Baviera che ospita «l’innocente crudeltà delle bestie» abitatrici del quadro di Rubens raffigurante La strage degli innocenti; Londra del patetico turista che «si ingrifa a Soho / tra sex-shop seriali…»; Amsterdam e lo Stedelijk Museum con la cèzanniana Montaigne Sainte-Victoire; Atene dei poeti Elytis e Ritsos; Madrid e la Guernica di Picasso; New Delhi repleta di suoni splendori orrori e Tunisi che coi suoi cantieri edilizi divora spazio al deserto; Istanbul e Haifa per un Convegno sulla «pensabilità della pace»; Sainte-Victoire col Centro buddhista di Trets…; o il Baltico e alcune isole, qualche città italiana (Torino, Venezia, Bari…) e fugaci ‘altrove’, liquidi ‘dovunque’, smarrimenti, indugi metamorfosati in ideali stazioni di cambio dove sostare prima di ripartire… Scrive Céline nel suo immortale Voyage au bout de la nuit (1932), romanzo dell’‘essere in viaggio’ e delle trasformazioni simboliche della vita mobile: «Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione»; e la consapevolezza — potrebbe, concludendo, chiosare nel suo carnet de voyage Tiziana Colusso, scrittrice cosmopolita che affida alla qualità della propria scrittura «la manutenzione della meraviglia».

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