Narrativa italiana/Racconti/Teatro

“Orecchie ed occhi”. Racconto inedito di Renato Grilli

di Renato Grilli*

"Angelus meus" autoritratto di Renato Grilli

“Autoritratto con angelo” di Renato Grilli

ORECCHIE ED OCCHI   
(racconto sotto gli occhi – al mio Sigmundo)  

Per cominciare, guardami. Stammi a sentire. Lascia che ti racconti tutto, senza interrompermi. Lasciami cominciare e lasciami finire. Quando avrò finito il mio racconto, allora ti starò a sentire. Potrai farmi tutte le domande che vuoi, anche le più acute, o le più inutili o più sceme. Ti prometto che ti starò a sentire comunque e ti risponderò, con precisione, con totale sincerità e dedizione. Ma adesso lasciami cominciare. Non ti chiedo di stare lì, come un paralitico, a sentire tutto quello che ti racconto. Non mi basta la tua immobilità, la tua impassibilità, la tua simulata assenza. I tuoi occhi parlano lo stesso, la tua bocca la vedo premere le labbra o aprirsi un poco, anche il leggero piegarsi della tua testa per me ha un significato, senza parole precise, ma con un puntuale, registrabile riflesso emotivo; alla fine preferisco non guardarti, mentre ti racconto, e questo mi fa male. E cambia il racconto.

Sarà stato un paio di anni fa. Forse di più. Leggevo, con quell’anima svogliata da lettore che ormai si aspetta poco dal leggere. Come darmi torto? Leggevo una rivista, di quelle super giovani, perciò super fiche, super tutto. Ad un certo punto un soprassalto. Uno dei supergiovani scrive un raccontino dal titolo “Undici”. Racconta gli undici: dice che il primo è il portiere, poi il secondo, terzino destro, poi il terzo, terzino sinistro; che sono così o cosà, parlando come fosse il loro allenatore. Ammetto che mi scappa un malizioso torcilabbra. Ho scoperto il giochetto, rido, ho capito il rebus; faccio il professore, ho chiaro che si tratta di parodia, che volutamente banalizza. Parodia di che cosa? Ma come, maledizione, del nano gigante novecentesco massimo, del Franz praghese; ma che vi fanno leggere a scuola? Quel suo racconto magnifico e misterioso, Undici Figli, quello che alla fine l’undicesimo è il preferito, perché è andato via, è tornato, ma non si capisce perché. Si capisce che qui non si trova bene. Ma il padre lo ama più di tutti gli altri. Così me lo ricordo, a memoria. Ma adesso non ho il tempo di andare a controllare. Mentre il sorriso sarcastico del solutore di sciarade va sfumando, subentra un certo imbarazzo. Tengo il racconto sotto gli occhi. Alla fine delle poche banali pagine del supergiovane fino all’undecimo, nessuna nota. A piè di pagina, nessun commento o riferimento. Torno indietro all’introduzione del curatore, niente. Rimango bloccato, stranito, per lunghi secondi. Ma come è possibile? È incredibile! Non viene citato da nessuna parte il prototipo, il racconto di Kafka! Non può essere una svista; come fai a non conoscerlo, se sei un editore? Ma di più: è evidente che lo scrittorino lo sa, la copiatura è davvero a calco; ma la sua decisione di non dirlo – perché niente accenna nel testo della sua operina – è una bastonata ai suoi stessi coglioni: in sé non vale un fico secco, il suo raccontino, né carne né pesce; se almeno dicesse il gioco di parodia, qualche cosa si potrebbe apprezzare. Ma senza, proprio niente di niente vale il suo temino, il suo esercizio di stile!

Autoritratto, Renato Grilli

Autoritratto, Renato Grilli

Lo vedo che hai accennato un sorriso. Ma come mi succede sempre non riesco a decifrare se ridi della storia, o dello scrittorino, o di me che, raccontando questa storia, faccio trapelare, dici tu, le mie frustrate ambizioni. Così non ti guardo più e vado avanti.  Esaurita la premessa, entro in argomento. Te lo racconto perché è stato un attimo di coscienza, una cognizione precisa, che no mi ha più lasciato: me la sono portata dietro, dentro, per giorni, settimane, mesi, ormai. Ed è stato un attimo solo, in un secondo, un picco di conoscenza. Di solito per far emergere qualcosa sto lì ore  giorni e alla fine traggo una certa conclusione, magari parziale, ma sintetica, utile, articolata. Stavolta no. È arrivata e s’è seduta; ha detto e se n’è andata, lasciando tutto inciso nella pietra della mente. Non voglio che torci gli occhi, così non ti starò a spiegare per che e per come e per quando, come andassero le cose con lei, come mi sentissi io in quel periodo, e tutta quella lagna melassa in cui mi tocca di affondare appena mi azzardo ad aprire la porta ai “problemi sentimentali” . No. Ti dirò solo che, in un attimo, quella volta s’è concentrato il senso del tempo, della vita e del cuore, dell’ora e del tempo tutto. Il sentimento preciso, puntuale, di aver raggiunto un segno chiaro di conoscenza. E la conoscenza era un dolce, straordinario, sereno come mai, desiderio di morire. Niente di drammatico, bada, niente da gridare, niente da recriminare. Solo vero profondo desiderio di concludere la vita: ero pronto a salutarla, ringraziarla, dirle addio per sempre. Mi guidava la certezza che la vita che avevo così com’era, non era da tempo più sopportabile, e che contemporaneamente nessun’altra vita era possibile; non per negativa opinione, ma per acquisita prova, per caduta e definitivo sterminio di ogni speranza. Ma quel senza speranza, quel sentimento nuovo che mi dava una minima, ma forte e serena certezza di questo desiderio nuovo, mi saliva su da dentro, come un respiro dal profondo, mai, ti giuro, sentito prima. Come se la conoscenza fosse proprio quell’aver inteso che è la speranza stessa la belva rinchiusa che ti spaventa e ti gela, era lei che aveva reso vano ogni tuo passo, ogni tuo amore, lei che annebbiava e confondeva ogni tuo proposito. Era la certezza invece che ti consolava, ora. La certezza che era venuta l’ora bella, quella di andarsene per sempre.

Lo vedo, ti ho sorpreso. È strano vedere quel tuo sguardo fisso. Questa non te l’aspettavi. E adesso che ti guardo anch’io, dopo averti detto, vedo qualcosa di nuovo. Vedo che anche tu sei un pezzo della grata della mia cella, una torre della mie antiche speranze. E devo confessarti che l’odio che provo per la mia prigionia comprende anche te, i tuoi occhi belli, i tuoi movimenti armoniosi, il tuo sorriso promettente.
L’odio mi invade come una disperazione confusa, come una presa d’atto della verità più profonda. La conoscenza certa mi dice che se qualcosa posso fare per te, ora, è salvarti dal mio odio, quello travestito da desiderio nei tempi della speranza. E non sai come mi ravviva tutto il poter con certezza affermare lo splendore della tua bellezza, ora che sono lontano, al sicuro da te.  Lo vedo dai tuoi occhi: anche tu ti sei accorto che … non ho più vergogna. Non mi vergogno più, ora che non mi vergogno più di voler morire. Vedo quante fatiche ho accumulato nel cercare di nascondere questo osceno e limpido desiderio, come fosse la bestemmia la più grande, l’insulto apostata ad ogni vivente e al Santo.

Ora invece (lo vedi come mi muta il viso in una beatitudine da idiota?) appare la speranza vera, l’unica, dopo la certezza. La speranza profonda che, travestita da mille e mille altre, io vivente vivo ho condiviso, confuso con la folla di Babele, quella che davvero ho professato in ogni attimo vivo del mio poco vivere, la speranza estrema: che dopo la dipartita, il Santo, vedendoti per caso ascendere, dica gridando ai diavoli e agli angeli:
“Ma che state facendo.? Lasciatelo quello, che venga da me. Non lo vedete nel suo sguardo che non ha mai vissuto, lui? Che ha sempre solo atteso questo momento, tutta la vita? Lasciatelo, il suo desiderio è appagato. La sua speranza certa realizzata. Viene a stare nella mia casa!”

Per finire, non guardarmi più. Grazie per avermi ascoltato, senza interrompermi, per tutto questo tempo. Adesso, come ti ho promesso, mi metto in ascolto. Dimmi, chiedimi, interrogami, accusami anche, se vuoi. Ora sono pronto a tutto, non ho più timori, niente mi può più accadere. Sto sulla soglia di casa, col mio bagaglio più leggero. Vieni a prendermi, quando te la sentirai; io ti aspetto, sereno. Anzi nemmeno aspetto: semplicemente sto seduto sui gradini, mentre i miei occhi si sollevano verso ogni luogo, verso ogni direzione da cui tu potresti arrivare. Ma non ho fretta, né impazienza alcuna. So con certezza di avere tempo, finalmente, per finire.

(23 agosto 2008)

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Grilli*Renato Grilli è nato a Nereto (TE) il 31 dicembre 1953. A Pescara, mentre frequenta il liceo classico, incontra il teatro e debutta con Alienus, regia di Gianfranco Varetto e Ida Bassignano. Al  DAMS di Bologna studia storia e critica dello spettacolo, regia e drammaturgia, con Squarzina, Gozzi, Scabia, Celati e altri. Si laurea con lode nel 1983 con la tesi Ricerche di idolatria moderna – Flipper the beautiful, relatore Paolo Fabbri, semiotico, presidente Umberto Eco. Attore e aiutoregista lavora con varie compagnie, tra cui Teatro Stabile dell’Aquila, T. Regionale Toscano, ATER-ERT, Teatro Poesia Bologna, Doppio Teatro Roma.  Al cinema è il sosia muto di Kafka in “Ginger e Fred” di Federico Fellini. Negli ultimi anni ha scritto testi originali e adattamenti per la scena per spettacoli e recital. Ha partecipato a reading di poesia, presentando le sue inedite “ballate balbuzienti” e altre sillogi; ha messo in scena e in musica poesie di Leopardi, Petrarca, Carducci, Marin, S. Toma. Insegna tecnica teatrale e lettura poetica in corsi, laboratori e stage. Collabora con quotidiani e riviste. Attualmente lavora al Progetto “Canzoniere Italiano”, poesia italiana in musica, spettacolo “da esportazione” e su “Viva la poesia viva!”, laboratori didattici di poesia “giocosa”. Vive nel  Salento, nei pressi di Otranto, dal 2002.

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2 thoughts on ““Orecchie ed occhi”. Racconto inedito di Renato Grilli

  1. Mi ha ridato un brivido per quella conoscenza, che non avevo mai letto così ben chiara, che si può amare la propria morte, per poter vivere con decenza.Saluti .spennons

  2. E brava Sandra…Grazie, hai colto. Bello “amare la propria morte, per poter vivere con decenza”. Per il resto, è una ridda di citazioni. Una sciarada. Che ne dici, come lo vedi se lo metto in scena, alleggerito con delle belle canzoni “mistiche”? A presto, dal vivo

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