Narrativa italiana/racconto

“Tamburino” un racconto di Emma Pretti

Marc Chagall, Il tamburino

Marc Chagall, Il tamburino

La sfortuna è per chi ci crede e io adesso ci credo.
La sfortuna della nostra regione è quel fiume gelato che l’attraversa.
D’inverno io e mio fratello più piccolo con altri ragazzi in alcuni punti riuscivamo a passarlo da una all’altra riva, da neve a neve.
Resta ghiacciato per tanto tempo che la terra si riprende solo pochi mesi e ci dà così poco da mangiare. Il suo correre giù dalle montagne porta con sé un’aria gelida che scava la fossa a tutti.
La terra non cambia mai, la politica sì, è cambiata e non fa più costruire le case e i palazzi, si tiene quelli vecchi, e le strade vecchie anche le piacciono.
Mio padre con così poco da lavorare usciva di casa, beveva, poi ritornava. Siamo venuti via perché non si passava più l’inverno.
In Italia c’erano già dei nostri cugini che ci hanno un po’ aiutato per la casa e altro.
Qui i campi sono lontani, dalla mia finestra li vedo distanti, disegnati come una griglia. La casa è piccola, al quarto piano di un palazzo rosa, ma non staremo sempre qui.
Forse, spera la mamma, tra pochi anni compreremo una casa vecchia che costa poco, coi muri rotti ma col cortile. Mio papà sa aggiustarla, lavora come mutatore, la farà diventare nuova.
Prenderemo un cane e terremo anche il pollaio; la mamma dà da mangiare alle galline, lo sa fare da quando era piccola. Il cane lo teniamo alla catena e nel cortile giochiamo.
In questo piccolo paese ci sono tante case vecchie una addosso all’altra, tante porte strette di legno gonfio per l’umidità e portoni per le macchine. Non manca lavoro coi muri, anche la domenica.
In una città più grande e vicina, verso la campagna costruiscono grandi palazzi chiari. A bordo della nostra macchina mio padre ci va a lavorare anche la domenica.
A scuola mi trovo bene, con la maestra mi trovo bene e coi compagni, perché ho la pelle chiara più di loro e i capelli un po’ scuri.
Imparo la lingua e parlo adagio, ci metto un po’ di tempo a capire quando parlano con me, così anche il mio fratellino Jacob.
Quando i miei compagni vogliono dire qualcosa di nascosto parlano in fretta e non mi fanno intendere.
È quasi carnevale e si gioca con le maschere. Il carnevale mi piace, non c’è niente in Romania che somigli al carnevale.
La maestra ha chiamato intorno a sé dei ragazzi e ha chiesto chi voleva fare il tamburino. Io ho accettato e mio fratello anche.  Ci andremo.
Ci danno i costumi già pronti, la mamma cucirà un po’ dove è troppo largo.
È un bel costume blu da paggetto, con  cappello a spicchi rossi e blu e una piuma bianca e morbida. Al collo portiamo un tamburino leggero e suoniamo forte tutti insieme davanti al corteo delle due maschere più importanti, avvertiamo che arrivano coi mantelli e gli abiti lunghi.
Con Jacob sono già andato tre volte alle prove per imparare bene il ritmo: un colpo e un colpo, alzi il piede e il passo diventa importante, batte per terra, il tamburino batte e tutti lo sentono; poi rulla un poco e di nuovo batte. Tutti insieme andiamo avanti così mentre i coriandoli arrivano da tutte le parti e la banda aspetta il nostro ultimo colpo per attaccare con trombe e tromboni.
Quando battiamo la fine facciamo un saltello e ci fermiamo a guardare le  altre maschere che ballano intorno a noi, si prendono a braccetto e fanno scherzi con tutti.
Pronti per la sfilata tra una settimana. Oggi è lunedì.
Ieri sera mio padre con la macchina ha avuto  un incidente e ha ucciso due persone sviando sul cavalcavia. Troppo ubriaco per frenare e anche per capire dopo quel che era successo.
La macchina è stata portata via.
Bevuto per scaldarsi ha detto.
Si è lasciato dietro la fame ma non l’impegno del bere un po’ per tutto, matrimoni, funerali, feste, dopo-lavoro, durante, fino a stravolgersi, la testa in terra le gambe per aria, così da non comprendere, non illudersi, non cercare sempre la speranza.
Una macchia che non smette di venir fuori e buttarci dentro la sfortuna.
Non so se gli dispiace, fa così poca compassione che mi vergogno. Vedrà se potrà tenere il lavoro.
La mamma mette i gomiti pesanti sul tavolo per tenersi su la testa; piange le due persone morte – come faremo…..! – già come faremo, verremo via ? ci porteranno via tutti ? non coltiveremo mai più nulla nel nome di un cuore sereno?
La sento disperata, dice che è un po’ morta anche lei con loro.
In casa le luci sono quasi tutte spente, e la cena non era buona.
La sfortuna è sempre così vicina come il bicchiere sul tavolo quando mangi.
Abbiamo fatto i compiti da soli e parlato piano per non disturbare i discorsi più importanti e così tristi.
Jacob ha disegnato il mare sopra le stelle, in una specie di diluvio, e adesso lo colora.
Il carnevale arriverà ma sono sicuro che se ne andranno molte altre cose. Le dolci promesse della mamma, per esempio, il disordine di certe giornate di sole passate in bicicletta.
I due costumi sono in ordine sopra la sedia, hanno un velluto stanco, stretto intorno a una cintura argentata come nuova. Li guardo e riguardo.
Dallo schienale della sedia spunta la piuma bianca.
So che da questo dovrei imparare qualche cosa.
Cosa sarà della nostra vita.
Tutta la vita in corsa non fa saperlo.

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